Un'edizione conformista, censoria e fuori dal mondo
Top

Un'edizione conformista, censoria e fuori dal mondo

Un festival troppo lungo che ricalca modelli consunti e stereotipati. Cambiano i tempi e le tradizioni vere sono quelle che hanno il coraggio di innovare. Pesa il nefasto rapporto tra i partiti e la Rai.

Un'edizione conformista, censoria e fuori dal mondo
Preroll

redazione Modifica articolo

28 Febbraio 2026 - 00.12 Culture


ATF

di Manuela Ballo

Salgono e scendono i dati degli ascolti; ieri sera è andata male, stasera un po’ meglio, domani si vedrà. La misurazione degli ascolti serve, specie ai pubblicitari, ma non è l’unica misura che si deve adottare per capire lo stato di salute di una festival come quello di Sanremo. Il silenzio su Gaza, tanto per dire, lo rende paradossale. La censura sul bacio delle due cantanti lo riporta indietro di almeno un decennio. Guardiani del volere del Palazzo, conduttore e co-conduttrice.  Lei  canterà anche bene, come ha mostrato nell’apertura di questa serata dedicata alle cover, ma guai a dimenticare che, non molto tempo fa, si era rifiutata di cantare “Bella ciao” perché da lei ritenuta divisiva. Insomma, i vertici di Rai Uno devono esser stati perentori nel dare ordini. Perché inimicarseli? Qui  ci si gioca il pane e anche il companatico, si sono detti i due. E non solo loro. 

Mettiamo da parte il saliscendi dei dati e anche dei comportamenti subalterni. Facciamo finta che tutto vada bene, tutto vada bene. Quel che in realtà mi pare essere in gioco è la formula  che andrebbe, forse, rivisitata tenendo presente il mutare dei gusti e dei consumi mediatici della musica. Non capovolta, ma rivisitata. Senza toglierle, ovviamente, la natura di festa della musica italiana e degli italiani che cantano. Lo ha dimostrato proprio questa serata delle cover.

Leggi anche:  Un Festival che sembra sempre più "la festa del Santo Patrono"

La lunghezza, ad esempio. Continua a rispondere, come hanno dimostrato queste serate, ai vecchi canoni televisivi: canzoni, ospitate e una caterva di pubblicità che allungano la trasmissione oltre  ogni misura sopportabile. Finisce con l’annoiare anche i più fedeli al rito. Oggi i giovani sono avvezzi a tempi più stretti, a consumi più rapidi. A vedere la televisione costruendosi, con il “mobile” propri percorsi e propri palinsesti.  Non bisogna assecondarli pedissequamente su questa strada. Ma tenerne conto, sì.

Perché non pensare a  forme nuove di promozione dei giovani talenti artistici, che ormai si scoprono più nei “talent” che a Sanremo. Un tempo era  prevalentemente l’Ariston a  battezzare la carriera brillante dei giovani. Oggi non più o non sempre. Questo chiama in causa la direzione artistica che non rischia, che vuol navigare tranquilla e che quindi  seleziona canzoni e  cantanti senza la verve necessaria. Non rischia anche nel proporre forme innovative  nella parte più strettamente legata all’intrattenimento. Così  si dimostrerebbe che Sanremo è Sanremo. Le più grandi e vere tradizioni sono quelle che, quando serve, hanno il coraggio di cambiare alcune alcune forme tenendo saldo il timone della loro storia che dal passato  le portate ai giorni nostri. Ma per far questo bisognerebbe mutare un bel po’ di cose. Cambiare il funesto rapporto tra i partiti e la Rai, ad esempio. Utopico, ma indispensabile. A goderne sarebbe anche Sanremo, il nostro Sanremo

Native

Articoli correlati