Se ancora si parla di “post-giornalismo” lo dobbiamo a lui, a Giovanni Bechelloni. Il professore se n’è andato ieri, lasciando un vuoto non soltanto nel mondo accademico, ma anche tra coloro che avevano trovato nei suoi interventi un punto di riferimento per orientarsi nel caos contemporaneo. Era nato a Firenze nel 1938, si è laureato nel 1961 in Scienze Politiche alla “Cesare Alfieri” con Giovanni Spadolini.
Agli inizi degli anni Novanta aveva contribuito a definire il profilo dei corsi di studi in Scienze della comunicazione introducendoli nell’Ateneo fiorentino e diventando il primo Presidente dei corsi di studio in Media e giornalismo e in Comunicazione strategica. Teneva tanto al rapporto tra la professione giornalistica e gli studi accademici: non a caso si impegnerà molto, qualche anno dopo, perché i tre atenei toscani potessero avere un master in giornalismo riconosciuto dall’Ordine. Ce la facemmo ma durò il batter d’un cigno.
In quella sua scuola di ricerca sociologica sul giornalismo e della comunicazione hanno collaborato con lui Milly Buonanno, Angelo Agostini, Laura Solito e Carlo Sorrentino che poi ne ha preso il testimone nell’università fiorentina, spingendosi oltre quel decisivo solco tracciato dal maestro nella ricerca che riguarda i sistemi della produzione giornalistica. Ricordo uno dei sui primi libri curati da Giovanni Bechelloni, Il mestiere di giornalista, e rammento che quel sottotitolo “Sguardo sociologico sulla pratica e sulla ideologia della professione giornalistica” mi fece avvicinare ai complessi problemi del mestiere che stavo facendo.
Non era soltanto un accademico chiuso nella torre d’avorio. Anche l’università era la sua vera casa. Amava confrontarsi con i temi sociali e politici che, nei decenni di fine Novecento, agitavano la scena pubblica. Impegnandosi in prima persona, come allora usavano fare i veri intellettuali nel leggere i cambiamenti del quotidiano.
Le stesse trasformazioni nei media e della pratica giornalistica le misurava confrontandosi con la politica e col mutare dei costumi che influenzavano la vita delle persone comuni, segnando il passaggi dall’Italia industriale a quella post-industriale, dall’era della televisione generalista a quella dei social network.
Era anche un divulgatore attento, naturalmente e con il suo dire incantava le giovanili platee che si stavano avvicinando ai temi complessi della comunicazione.