Gli uomini dell’ICE che terrorizzano Minneapolis  violano leggi e regole democratiche
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Gli uomini dell’ICE che terrorizzano Minneapolis  violano leggi e regole democratiche

La doppia faccia di un’azione che si pone al disopra del Secondo Emendamento della Costituzione -Un Far West voluti e coperto da Trump- Un colpo ai poteri locali.

Gli uomini dell’ICE che terrorizzano Minneapolis  violano leggi e regole democratiche
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26 Gennaio 2026 - 16.07 Culture


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di Giovanni Gozzini

Gli uomini dell’ICE che terrorizzano la gente di Minneapolis incarnano una doppia flagrante violazione dei principi che presiedono alla nascita degli USA. La prima riguarda il famoso (e famigerato, almeno per noi europei) secondo emendamento alla costituzione di quel paese: quello che permette la detenzione di armi. L’infermiere Pretti è stato ucciso perché ne portava una in tasca, a differenza degli agenti ICE (a volto coperto senza uniformi) che le brandivano in mano, protetti dallo stesso emendamento. Double standard, cioè ICE è al di sopra della legge come il vicepresidente gli ha detto a chiare lettere: fate quel che volete noi vi copriremo. Far West assicurato.

La seconda violazione è che quel secondo emendamento derivava dall’idea rivoluzionaria di un popolo in armi che difendeva la propria rivoluzione contro la madrepatria coloniale inglese (siamo a fine Settecento): l’opposto di mercenari a 50 mila dollari l’anno reclutati su siti di estrema destra, che è quanto sono gli agenti dell’ICE. Per di più inviati federali, paracadutati da Washington in situazioni che non conoscono e in aperto contrasto con le forze di polizia locali. Che quindi si muovono come elefanti in cristalleria, senza l’esperienza di situazioni di ordine pubblico e con l’adrenalina a mille. Provocando la reazione di rigetto delle comunità cittadine e dei governatori statali. Ci sta che Trump si accorga dell’errore madornale e torni sui propri passi, come del resto è solito fare quando incontra (purtroppo accade di rado) qualcuno con la schiena diritta. Ma l’errore rimane. Ed è potenzialmente esiziale.

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In politica interna e in politica estera Trump agita il bastone di un unico potere centrale. Ma lo fa all’interno di una nazione abituata a custodire gelosamente l’autonomia dei poteri locali decentrati e a tollerare di malocchio l’ingerenza dei “federali”. E lo fa all’estero, in un mondo in cui sono ormai molto pochi quelli determinati a subire la prepotenza di un unico poliziotto globale. Si illude così di controllare il Venezuela? O la Groenlandia? E’ di fatto una strada che lo porta ad assomigliare a Putin e al suo bastone di ferro e di sangue esercitato quotidianamente in Ucraina. Chi pensa oggi a un futuro prossimo governato da pochi potenti dovrebbe fare più attenzione alla storia. Il Congresso di Vienna (1815) e la sua Santa Alleanza durarono pochi anni e molte rivoluzioni di popolo lo cancellarono in fretta. Yalta (1945) durò molto di più perché gli USA erano più intelligenti ed esercitarono un’egemonia fatta di soldi, automobili, lavatrici, blue jeans e chewingum. E l’Armata Rossa era molto più forte e più popolare di oggi. Ma poi è finito anche il mondo di Yalta. Cancellato da altre rivoluzioni di popolo (1989, crollo del muro di Berlino) che puntualmente nella storia i potenti non sanno capire e riducono (Trump negli USA come Khamenei in Iran) a sovversivi fomentati dalla sinistra o pagati da potenze straniere. Così il potere si avvita su se stesso e ad ogni passo si costruisce sempre più nemici, finché non crolla. Ma ho paura che sarà una strada lunga e sanguinosa.

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Se l’Europa e le medie potenze evocate dal premier canadese Carney battessero un colpo potrebbero accorciarla. Ma lo faranno? Non ci vorrebbe moltissimo. Basta vendere un po’ di Buoni del Tesoro statunitensi (non troppi sennò si rischia di finire a rotoli: molte delle nostre riserve, come di altri, sono in dollari) ma quanto basta a dare un segnale. Quello è il nostro vero bazooka. 

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