Se qualcuno oggi dicesse che la linea che tenne nel 1985 l’allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi nella famosissima vicenda di Sigonella e la sua successiva disgrazia processuale ricordi un po’ la vicenda del premier spagnolo Pedro Sanchez, derivando dalla sua chiarezza nei rapporti con Washington il possibile torbido accanimento nella vicenda processuale che coinvolge il suo partito e la sua famiglia, forse forzerebbe i fatti, occulterebbe alcune responsabilità, ma esprimerebbe un’idea plausibile. Ma paragonare la politica di Giorgia Meloni con quella di Craxi è a dir poco fantasioso.
Amico di Bettino Craxi, in un recente intervento a Otto e Mezzo Luca Josi ha espresso la sua opinione in modo chiaro: il Consolato americano, quello dove recentemente si è verificato un orrendo caso di caporalato, è lo stesso che ebbe un ruolo decisivo nei fatti del ’92, cioè nella vicenda giudiziaria di Bettino Craxi. Per aiutare chi non ricorda, Marcello Sorgi su La Stampa ha scritto dello “strano e stretto rapporto che si creò dal 1991 tra il console americano di Milano Semler e Antonio Di Pietro, l’autore dell’inchiesta che portò alla condanna di Craxi”. Il parallelo con quanto accade a Pedro Sanchez diviene più chiaro, forse plausibile. Ma quello con Giorgia Meloni?
Deriverebbe da Sigonella, diciamo la Sigonella di Craxi e quella di questi giorni turbolenti. E cosa accadde a Sigonella ai tempi di Craxi, nel 1985? Ecco la ricostruzione pubblicata in questi giorni dal Sole24Ore: “ un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina (FLP) dirottò la nave da crociera italiana Achille Lauro, uccidendo il passeggero statunitense Leon Klinghoffer. Dopo una complessa mediazione, i dirottatori ottennero un salvacondotto dall’Egitto per volare verso Tunisi su un Boeing egiziano. I caccia statunitensi intercettarono l’aereo in volo e lo costrinsero ad atterrare a Sigonella. Il Presidente del Consiglio italiano di allora, Bettino Craxi, rivendicò la giurisdizione italiana sul caso poiché i reati erano avvenuti su una nave battente bandiera italiana. Risultato: la pista della base divenne il teatro di una scena surreale: l’aereo egiziano venne circondato dai VAM (Vigilanza Aeronautica Militare) e dai Carabinieri; questi ultimi vennero a loro volta accerchiati dagli uomini della Delta Force americana, pronti a prelevare i terroristi con la forza. Dopo ore di altissima tensione e un duro confronto telefonico tra Craxi e il presidente Usa di allora, Ronald Reagan, gli Stati Uniti fecero un passo indietro, riconoscendo la sovranità italiana”.
Per capire cosa mosse Craxi è sufficiente rileggere il discorso che pronunciò alla Camera dei Deputati: 1) Craxi rivendicò che sul territorio italiano le decisioni spettano esclusivamente allo Stato italiano. L’azione di forza dei Carabinieri e dei militari di Vigna di Fiorita nella base siciliana fu presentata come un atto necessario per tutelare la giurisdizione su un crimine avvenuto sotto bandiera italiana. 2) Pur confermando l’alleanza strategica con gli Stati Uniti e l’adesione alla NATO, l’allora Presidente del Consiglio sottolineò che l’amicizia non implica la totale sottomissione o la lesione della dignità nazionale. 3) Craxi inoltre dichiarò che la lotta armata dei palestinesi esistente al tempo poteva essere considerata controproducente, ma ribadì che non le mancava una sua intrinseca motivazione storica.
In tutto questo di rilevante politicamente c’era una visione di cosa fosse un’alleanza e non un patto. Nell’alleanza tutti i membri sono uguali, nel patto (come quello di Varsavia) tutti sono uguali, ma uno è più uguale. Dunque Craxi diceva agli americani che nel Mediterraneo dovevano essere i Paesi mediterranei a determinare la loro politica. E l’Italia aveva la sua visione. Che strano, questo discorso che oggi qualcuno definirebbe “sovranista”, fu approvato dal PCI, a quel tempo forza di opposizione.
La storia dell’odierna Sigonella, tra centinaia di voli “non cinetici”, cioè non armati e quindi autorizzati e un volo proibito, si può riassumere nel “si fa ma non si dice”, oppure nel “né aderire né sabotare”: forse ammissibili, ma ben diversi da quanto si perseguì allora. Qualcuno dice che lo scenario geografico non ci riguarda, eppure la connessione con il Libano ci dice che il mediterraneo in questa crisi c’entra. E quale politica mediterranea si prospetta?
Ci sono dunque due aspetti totalmente separati. Il primo riguarda la connessione tra i fatti processuali, intromissioni vendicative americane, quel che alcuni vedono nel caso Craxi nel ’92, l’inchiesta di Di Pietro, per fargliela pagare, come per altri accadrebbe a Pedro Sanchez; questo è un discorso, se si vuole un’ipotesi. Poi però c’è la linea tenuta da Craxi nella vicenda nella crisi di Sigonella. Non si trattava di una rottura dell’Alleanza, ma di una rivendicazione di pari dignità e, aggiungerei, del diritto/dovere dell’Italia ad avere una sua visione mediterranea. Una visione che oggi servirebbe e che non è chiaro se qualcuno la rivendichi. Al tempo di Craxi il dissidio tra il Presidente del Consiglio e il suo ministro della Difesa, Spadolini, fu evidente.
Oggi si vocifera che all’origine dell’ultima crisi ci sia stata la scena di Meloni e Trump a colloquio a Evian. Meloni aveva fretta dio mostrare la rappacificazione? Chi ha ripreso quella scena? E’ quell’immagine che ha fatto infuriare Trump? La telefonata tra Craxi e Reagan non fu proprio un’altra cosa?