di Carlo Cotticelli
L’uscita di Pina Picierno dal Pd è stata accolta con sollievo e giubilo da una parte dell’elettorato democratico per i continui distinguo della parlamentare europea campana, giudicata troppo tiepida con Israele e troppo anti-putiniana e, di conseguenza, favorevole a un riarmo pesante dell’Europa. Questa uscita segue quelle della Gualmini, anche lei europarlamentare, e della Madia. Dimostrano che l’attuale Pd e la sua linea politica non consentono a tutti di sentirsi rappresentati, ma sono anche l’occasione per costituire quel centro del centrosinistra che serve per rendere competitiva l’alternativa alla destra ed anche per comprendere se nell’elettorato sia presente questo bisogno di rappresentanza.
Della Schlein si può dire tutto, tranne che non abbia perseguito con tenacia la linea della costruzione della coalizione, pagando anche dei prezzi: è criticata da destra per la sua vicinanza ai Cinque Stelle e ad Avs, da sinistra per aver tenuto Renzi dentro il perimetro dell’alleanza. A tutti i suoi critici va ricordato che il centrosinistra, senza questo campo largo, non è competitivo per vincere contro una destra che, malgrado la sconfitta nel referendum di marzo, mostra di essere ancora viva e baldanzosa su alcuni temi come la sicurezza e l’immigrazione, facendo dimenticare che sono quasi quattro anni che sta al governo e non ha ancora posto rimedio a questi problemi, che continuano a essere utilizzati come slogan elettorali.
Pina Picierno in questi mesi aveva marcato notevolmente le sue differenze dalla linea del Pd, ricevendo ad esempio una formazione dell’esercito israeliano che si era distinta nell’intervento a Gaza con metodi repressivi, suscitando polemiche nel partito, schierato su posizioni diverse. C’è da chiedersi tuttavia se il Pd debba chiamarsi ancora così, perché è ben lontano da quello delle origini del 2007, quando la fusione tra Ds e Margherita portò alla formazione del partito, che nel corso degli anni ha visto la fuoriuscita anche di alcuni segretari come Renzi e Bersani, portatori di linee diverse, ma anche e soprattutto di quella parte cattolico-democratica che si riconosceva nell’ex Margherita, dove ora restano solo Guerini, in minoranza estrema, e Franceschini, ben ancorato alla maggioranza.
Quindi forse sarebbe giusto anche ripensare al nome del partito, richiamando in maniera più netta e accentuata la sua appartenenza al Partito socialista europeo anche nel nome e creando al contempo l’opportunità politica di dar vita a una nuova forza politica coinvolgendo Avs. Si formerebbe una forza che arriverebbe quasi al 30%, almeno sulla carta, e sarebbe utile anche al Pd, fermo da tempo al 22%, e alla Margherita 2.0, che potrebbe invece misurarsi, tenendo da parte i personalismi, nella costruzione di una forza politica nella quale si riconoscano coloro che provengono da un altro percorso culturale e politico.
Questo sarebbe un atto di coraggio politico straordinario che, inizialmente, romperebbe alcuni equilibri consolidati; dall’altro, però, renderebbe il centrosinistra più competitivo.