Mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella festeggia l’ottantesimo anniversario della Repubblica definendo la Costituzione la “nostra casa comune”, su via dei Fori Imperiali a Roma sfilano per lo più le forze armate, con tanto di droni sfoggiati orgogliosamente come sfolgoranti conquiste della modernità.
Mattarella ha detto che il 2 Giugno “non celebriamo solamente una ricorrenza storica, ma un momento di alto significato che rinnova l’impegno collettivo all’affermazione, alla tutela e alla piena attuazione dei valori che costituiscono il fulcro della nostra Costituzione”. Peccato che la nostra Costituzione, nell’art. 11 ripudi la guerra, promuova la pace e accolga perfino limitazioni alla propria sovranità in nome della cooperazione internazionale.
L’Italia che da quasi tre anni sta ignorando – se non addirittura giustificando – il genocidio palestinese da parte di Israele, che si è schierata senza colpo ferire a favore del piano di riarmo europeo con ogni evidenza finalizzato a preparare una futura guerra alla Russia, che ha supinamente accettato l’imposizione trumpiana di devolvere il 5% della spesa pubblica alla Nato, non sembra affatto perseguire l’attuazione della pace e della collaborazione internazionale.
Un paese che da decenni smantella il welfare – dal servizio sanitario nazionale alla scuola pubblica – e che con il governo Meloni ha perfino abolito il reddito di cittadinanza senza sostituirlo con nessuna altra misura in favore delle fasce più deboli della popolazione, non sembra per niente voler rimuovere gli ostacoli economici e sociali che, di fatto, limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, come vorrebbe l’articolo 3.
Per non parlare delle limitazioni alle libertà civili introdotte dai decreti sicurezza – dal fermo preventivo di polizia, alla criminalizzazione di forme di dissenso pacifiche come i blocchi stradali o l’ecoattivismo – che di certo non si conciliano con lo spirito costituzionale, attentissimo alla tutela delle libertà individuali (si pensi all’articolo 3, ma anche al 13, al 21 e in generale alla prima parte del Titolo I).
Allo stesso modo, nel paese di Antigone e della decennale emergenza carceri, in cui peraltro un ex sottosegretario alla giustizia, Andrea Delmastro, dichiara pubblicamente di sentirsi rallegrato dal pensiero che ai carcerati venga tolta l’aria, non sembra proprio che si perseguano politiche indirizzate al rispetto dei diritti dei detenuti, o del valore rieducativo della pena, come prescrive la Costituzione (art. 27).
Difficile poi evocare i valori costituzionali a proposito delle politiche migratorie da molti anni ispirate esclusivamente ai respingimenti, alla criminalizzazione dei migranti e al misconoscimento della sacralità che la Costituzione riconosce al diritto d’asilo nell’articolo 10. Anzi, la destra di Giorgia Meloni, Matteo Salvini e del generale Vannacci, ha ormai sdoganato prospettive e linguaggi manifestamente razzisti, in barba all’articolo 3: si pensi alla deportazione dei migranti nei centri di detenzione in Albania, ma anche alla violenza di un lessico ispirato alla “sostituzione etnica” o alla “remigrazione”.
Senza contare che il governo Meloni avrebbe voluto stravolgere sette articoli della Costituzione in materia di giustizia, violando il principio della separazione e del reciproco controllo dei poteri dello stato, cioè il perno dell’architettura democratica delineata dai padri e dalle madri costituenti. Per fortuna, gli Italiani si sono opposti votando in maggioranza “no” all’ultimo referendum costituzionale.
Anche le minacciate riforme del premierato e dell’autonomia differenziata – già tacciata di vari profili di incostituzionalità dalla Consulta – non promettono bene quanto a rispetto dei principi costituzionali da parte dell’attuale destra di governo.
Perciò, fa piacere che Mattarella abbia ricordato la vitalità della nostra Costituzione, decisamente più avanzata rispetto all’Italia del 1948 e forse anche a quella del 2026, ma sarebbe bene che alle parole del Presidente della Repubblica facessero seguito dei fatti.
Non potendo aspettarceli dalle attuali classi dirigenti meloniane, c’è da sperare che arrivino dalla società civile. Sarebbe sufficiente che qualcuno suggerisse al cosiddetto campo largo di fare dell’attuazione della Costituzione il proprio indirizzo politico e di trarre dalla Carta due o tre punti programmatici condivisi così da avviare la campagna elettorale per le prossime elezioni.
Un programma (infinitamente) progressista è già stato scritto. Manca solo qualcuno che lo realizzi.