Premio per i rimpatri: Mattarella chiede modifiche per la norma razzista che viola la Costituzione
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Premio per i rimpatri: Mattarella chiede modifiche per la norma razzista che viola la Costituzione

Mattarella valuta non solo la possibilità di rinviare il testo alle Camere, ma anche quella di accompagnare la firma con rilievi formali pesanti. Un segnale chiaro: così com’è, la norma rischia di non superare il vaglio di legittimità costituzionale.

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20 Aprile 2026 - 21.54


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La norma voluta dal governo accende uno scontro istituzionale e giuridico senza precedenti recenti, con il Sergio Mattarella deciso a vigilare su un provvedimento che, nella sua formulazione attuale, rischia di entrare in rotta di collisione con la Costituzione.

Al centro della polemica c’è l’incentivo economico agli avvocati – circa 615 euro – previsto dal decreto Sicurezza per chi assiste migranti nei rimpatri volontari, compenso subordinato però a un unico esito: la partenza effettiva del proprio assistito. Una condizione che, secondo ampi settori della comunità giuridica, altera radicalmente il ruolo dell’avvocato, trasformandolo da garante dei diritti a soggetto interessato al risultato.

Il Quirinale, da sempre attento custode dell’equilibrio costituzionale, ha fatto trapelare forti perplessità. Mattarella valuta non solo la possibilità di rinviare il testo alle Camere, ma anche quella di accompagnare la firma con rilievi formali pesanti. Un segnale chiaro: così com’è, la norma rischia di non superare il vaglio di legittimità costituzionale.

Nel tentativo di evitare uno strappo, il sottosegretario Alfredo Mantovano è salito al Colle per un confronto diretto. Un incontro senza dichiarazioni ufficiali, ma che certifica la gravità del momento.

La disposizione contestata solleva criticità profonde. Legare il compenso dell’avvocato all’esito del rimpatrio configura, secondo numerosi giuristi, una forma di pressione incompatibile con il diritto di difesa. Non solo: si profila il rischio di infedele patrocinio, reato previsto dall’ordinamento, oltre a una evidente violazione delle norme deontologiche che impongono al legale di agire esclusivamente nell’interesse del cliente.

La reazione del mondo giuridico è stata immediata. Il Consiglio Nazionale Forense ha preso nettamente le distanze, denunciando di non essere mai stato coinvolto. L’Organismo Congressuale Forense ha proclamato lo stato di agitazione. L’Associazione Nazionale Magistrati ha parlato apertamente di possibili profili di incostituzionalità.

Le opposizioni attaccano, ma le crepe attraversano anche la maggioranza. Mentre Fratelli d’Italia difende la misura come strumento per incentivare i rimpatri, altri alleati chiedono correzioni urgenti per evitare un incidente istituzionale.

Il nodo resta politico e culturale prima ancora che tecnico: una norma che incentiva economicamente il raggiungimento di un esito potenzialmente contrario all’interesse del migrante mette in discussione principi fondamentali dello Stato di diritto. La difesa non può essere condizionata da un premio, né trasformata in leva per obiettivi di politica migratoria.

In questo quadro, il ruolo di Mattarella emerge come argine istituzionale. Il presidente si conferma garante rigoroso della Costituzione in una fase in cui l’azione del governo sembra spingersi oltre i confini del diritto, inseguendo una logica emergenziale che rischia di comprimere diritti fondamentali.

La partita si gioca ora nelle prossime ore: correggere la norma o forzare la mano. Con il rischio concreto, però, di aprire un conflitto diretto con il Quirinale e di esporre il provvedimento a censure ancora più gravi sul piano giuridico e costituzionale.

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