Giusy Bartolozzi, soprannominata la zarina di via Arenula, non è nuova alle intemerate contro la magistratura. Eminenza grigia della riforma costituzionale, la capo gabinetto del ministro della giustizia Carlo Nordio – quella che vuole “togliere di mezzo la magistratura” considerata un “plotone di esecuzione” – già nel 2020 aveva presentato una proposta di riforma costituzionale finalizzata a introdurre un’Alta Corte cui attribuire le competenze disciplinari sottratte al CSM. Tale Corte sarebbe stata di nove membri praticamente tutti di nomina politica: tre sarebbero stati scelti dal presidente della repubblica e sei dal parlamento.
Il fatto che sia stata lei stessa magistrato lascia supporre che probabilmente non avesse scelto il mestiere per lei, visto che pare nutrire un vero e proprio astio nei confronti dell’esercizio del potere giudiziario. Attualmente ha dei guai con la giustizia per false informazioni al pubblico ministero nel caso Almasri, il torturatore libico che l’Italia – millantando ritardi burocratici – ha rimandato in Libia con volo di stato, tuttavia, la sua ostilità nei confronti dei magistrati sembra essere più un tratto caratteriale che non la conseguenza di questa vicenda.
Nel 2021 aveva infatti presentato una proposta di legge che intendeva delegare al governo la determinazione dei criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale e un’altra per instaurare una commissione parlamentare di inchiesta sull’uso politico della giustizia. Nello stesso anno era inoltre stata cofirmataria di una proposta finalizzata al divieto di pubblicazione di notizie relative alle indagini fino alla loro conclusione che attribuiva al pubblico ministero perfino la possibilità di chiedere il prolungamento del segreto e, con decreto motivato, di vietare alle persone sentite qualsiasi forma di comunicazione sui fatti oggetto dell’indagine.
Nel 2019 invece si era spesa per modificare immediatamente la riforma Bonafede sulla prescrizione, allo scopo di tornare alla famigerata legge ex-Cirielli di berlusconiana memoria (la cosiddetta legge “salva-Previti” che nel 2005 aveva dimezzato i tempi di prescrizione soprattutto per i reati finanziari).
Da tutto ciò emerge una concezione autoritaria dello stato, in cui la classe politica sia al disopra delle leggi e in cui i colletti bianchi abbiano libertà di delinquere. Bartolozzi non pare condividere l’impianto liberaldemocratico della Costituzione fondato sul principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge e sul reciproco controllo dei poteri dello stato.
D’altronde, “togliere di mezzo la magistratura” significa immaginare un paese in cui viga il Far West, cioè la giustizia privata, o meglio la giustizia del più forte. Un paese in cui le classi dirigenti siano libere di infrangere le leggi senza conseguenze, in cui le indagini non si possano rendere note all’opinione pubblica, in cui nelle maglie della giustizia possa cadere soltanto il signor Nessuno.
Questa concezione – a metà fra il berlusconismo e certi nostalgismi neri mai superati da ampia parte di questa destra di governo – non è solo dannosa per noi cittadini, ma per la stessa tenuta democratica del nostro paese.
Gustavo Zagrebelski ha paragonato il potere giudiziario agli argini di un fiume e il potere politico all’acqua: il compito dei magistrati è quello di garantire che la politica non esondi e rimanga all’interno dei limiti imposti dalla legge.
Quando l’arbitrio del potente si sostituisce al governo della legge, a essere danneggiati sono solo i cittadini senza santi in paradiso, quelli che se sono vittime di un crimine si aspettano che i colpevoli – chiunque siano – vengano perseguiti, quelli che confidano nella protezione dello stato.
Insomma, non è ancora chiaro cosa i rappresentanti di questa destra debbano ancora dire sulla riforma costituzionale perché diventi chiaro a tutti che la separazione delle carriere dei magistrati è una scusa dietro cui si cela un disegno tanto preciso, quanto pericoloso.