Meloni pensa al Nobel per Trump non solo per scelta ancillare ma perché tutto sommato è come lui
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Meloni pensa al Nobel per Trump non solo per scelta ancillare ma perché tutto sommato è come lui

Ci vuole una certa spregiudicatezza ad auspicare che Donald Trump riceva il premio Nobel per la pace mentre l’ICE, una milizia sostanzialmente alle sue dipendenze, aggredisce e uccide persone per le strade.

Meloni pensa al Nobel per Trump non solo per scelta ancillare ma perché tutto sommato è come lui
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Giovanna Musilli Modifica articolo

26 Gennaio 2026 - 19.31


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Ci vuole una certa spregiudicatezza ad auspicare che Donald Trump riceva il premio Nobel per la pace mentre l’ICE, una milizia sostanzialmente alle sue dipendenze, aggredisce e uccide persone per le strade. Recentemente i miliziani incappucciati dell’ICE hanno arrestato un bambino di cinque anni e ucciso un infermiere trentasettenne – Alex Pretti – colpevole di voler soccorrere due donne nel mirino degli agenti. 

Ecco, giusto per togliere ogni dubbio a chi ancora farfuglia di destra liberal-democratica, Giorgia Meloni è riuscita esattamente in questa impresa: adulare l’autocrate che occupa la Casa Bianca come campione internazionale di pacifismo. 

Ha ragione chi, come il professor Alessandro Orsini, definisce l’Italia “uno stato satellite” degli USA, ma nel caso del governo Meloni converrebbe forse aggiungere che non si tratta di una sottomissione subita o costretta, bensì di un’entusiastica condivisione d’intenti. 

Trump e Meloni hanno in comune una visione del mondo, della società e dello stato: Meloni non assume atteggiamenti ancillari nei confronti del presidente americano per timidezza o interesse, lo fa perché ne condivide le idee. 

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Entrambi vedono il mondo diviso in categorie identitarie e moralmente connotate, in cui i buoni sono bianchi, formalmente cristiani (o ebrei), eterosessuali, magari sostenitori del patriarcato, economicamente benestanti e razzisti. I cattivi sono tutti gli altri. 

In questo mondo vige la legge del più forte: in politica interna domina il darwinismo sociale, per cui chi non ce la fa resta indietro – da cui l’indebolimento del welfare e di ogni forma di servizio dello stato al cittadino (dalla sanità alla scuola) – mentre in politica estera si torna alla politica di potenza ottocentesca. Lo stato più ricco, più armato e più potente può infischiarsene del diritto e imporre i propri obiettivi con le minacce, i dazi e le bombe. Meloni non è arrivata a tanto solo perché l’Italia è un paese piccolo, indebitato fino al collo, disarmato e di nessuna rilevanza internazionale. 

Alla radice, Trump e Meloni condividono una concezione autoritaria dello stato, in cui tutte le istituzioni terze e indipendenti rispetto all’esecutivo devono essere ricondotte all’obbedienza: dalle università alle authority di controllo, dalla libera informazione alla magistratura. L’idea profondamente antidemocratica che ne è a fondamento è quasi giacobina: il governo, in quanto espressione della maggioranza degli elettori, incarna la “Volontà generale”, lo spirito della nazione e come tale non può avere limiti al proprio raggio d’azione. Orbán docet

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In questo quadro di riferimento, che ci sia una milizia governativa autorizzata a compiere crimini sul territorio nazionale allo scopo di terrorizzare i cittadini e mettere a tacere qualsiasi forma di dissenso non è evidentemente una questione che impensierisce la nostra premier.

In Italia non siamo (ancora) arrivati a tanto perché – per nostra fortuna – abbiamo una Costituzione molto più rigida e dettagliata di quella americana, che considera inviolabili i diritti umani e civili, tanto da proibire eventuali modifiche dei primi dodici articoli, in cui appunto si definiscono i principi fondamentali che regolano l’ordinamento della Repubblica. Insomma, le ronde leghiste – perfetta esemplificazione dell’attitudine democratica del secondo partito di governo – erano al limite della costituzionalità (infatti non erano armate, non dipendevano dal governo, e non potevano violare diritti di cittadini, italiani o immigrati che fossero). 

Allora, ha fatto bene Meloni a manifestare la speranza che Trump prima o poi venga insignito del Nobel per la pace, così da fugare ogni dubbio su quale modello di società ispiri l’azione della maggioranza. 

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Si spera che gli elettori colgano il messaggio e riflettano non solo sulle implicazioni etiche di tutto questo, ma anche più semplicemente sulla catastrofe sociale, economica e culturale che attenderà l’Italia quando Meloni e i suoi avranno portato a termine la loro missione. 

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