Le scuole chiuse al Sud e i fondi alle paritarie ampliano i divari e colpiscono le famiglie fragili
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Le scuole chiuse al Sud e i fondi alle paritarie ampliano i divari e colpiscono le famiglie fragili

Il 13 gennaio 2026 si aprirà la finestra per l’iscrizione degli alunni alla prima classe della scuola primaria e della secondaria di I e II grado. Ma quali saranno le scuole per l’anno scolastico 2026/27?

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6 Gennaio 2026 - 10.24


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di Dario Spagnuolo

Il 13 gennaio 2026 si aprirà la finestra per l’iscrizione degli alunni alla prima classe della scuola primaria e della secondaria di I e II grado. Ma quali saranno le scuole per l’anno scolastico 2026/27?

Il primo dato che spicca è che la Legge finanziaria appena varata, al comma 519, prevede un consistente finanziamento per le scuole private e un bonus di 1.500 euro per le famiglie che intendano iscrivere i figli ad una scuola paritaria. Il tutto fa parte di una precisa strategia del Governo che, già per l’a.s. 2024/25 aveva assegnato alle paritarie finanziamenti per oltre 750 milioni di euro, con un ulteriore aumento rispetto ai 676 dell’anno precedente.

A favorire la transizione verso un sistema di istruzione e formazione privato, ci sono le scuole pubbliche deprivate di risorse e provate dai tagli e dai dimensionamenti.

In questi giorni le regioni stanno decidendo quali istituzioni scolastiche sopprimere, in applicazione della Legge finanziaria 2023 (Legge 197/2022 c. 557) con cui l’attuale governo ha varato un piano triennale di razionalizzazione della rete scolastica. Al termine di due anni è possibile tracciare un primo bilancio delle disastrose conseguenze dei dimensionamenti, sgombrando anche il campo dalle giustificazioni. Non si tratta di un adeguamento al declino demografico: dal 2022/23 a oggi la dimensione media delle scuole è infatti aumentata da 894 a 929 alunni.

La precedente normativa prevedeva che una scuola, per poter essere autonoma e disporre di un dirigente scolastico e di un direttore dei servizi amministrativi, dovesse avere almeno 600 alunni. Era tuttavia prevista una deroga per le scuole dei Comuni montani e delle piccole isole (almeno 400 alunni). Ciascuna regione, dunque, proponeva la costituzione di un certo numero di istituzioni scolastiche autonome e il Governo autorizzava o meno i relativi posti in organico.

Con la finanziaria varata dall’attuale governo il criterio è cambiato. Il MIM assegna a ciascuna regione un numero di dirigenti scolastici parametrato esclusivamente al numero di alunni: 1 dirigente ogni 961 studenti.  Non sono previste deroghe per i Comuni montani e le piccole isole. E’ possibile costituire scuole con 100 o 200 alunni, a patto che il rapporto resti invariato: di conseguenza per salvare le scuole di montagna occorre costituire altrove istituti che accolgano migliaia di studenti.

Ma il territorio italiano non è uniforme. Le regioni più montuose sono quelle meridionali, che vantano anche il maggior numero di isolette e arcipelaghi che ne rappresentano il patrimonio paesaggistico e naturale. In Campania, ad esempio, è pianeggiante solo il 14% del territorio e alla regione appartengono anche le isole di Ischia, Capri, Procida e Vivara. In Calabria il 91% del territorio è montuoso o collinare. All’altro estremo ci sono l’Emilia-Romagna, con il 50% di territorio pianeggiante, e il Veneto, con il 57%. In teoria, la L. 197/2022 prevedeva la possibilità “di   salvaguardare   le specificità delle  istituzioni scolastiche situate   nei   comuni montani, nelle piccole isole […] anche prevedendo forme di compensazione interregionale”. Un unicorno in tempi di autonomia differenziata.

Con grande solerzia, solo nei primi due anni sono state soppresse 661 scuole, con il record di 128 istituti scolastici chiusi in Campania e 107 in Sicilia: oltre il 35% di tutte le scuole chiuse.

 In termini percentuali, la Campania ha chiuso il 13% delle scuole, la Calabria il 22,5% e la Basilicata il 27,8%. Al Nord invece hanno chiuso il 2,3% delle scuole lombarde, lo 0,4% delle scuole emiliane e il 6,3% delle scuole venete.

Il Sud, che già sconta i risultati peggiori a causa soprattutto della mancanza del tempo pieno, ha visto dunque aumentare enormemente il divario rispetto al Nord dell’Italia. E’ sufficiente ricordare che gli alunni meridionali hanno risultati INVALSI peggiori di quelli dei coetanei settentrionali, e sempre al Sud si registrano tassi più elevati di dispersione scolastica e di NEET.

L’impatto della chiusura delle scuole è devastante per le aree interne del Mezzogiorno. A ritrovarsi penalizzate sono le scuole del I ciclo cioè le scuole dell’infanzia, le primarie (una volta scuola elementari) e le secondarie di I grado (le scuole medie), quasi sempre riunite in istituti comprensivi. Sono scuole frequentate da allievi dai 3 ai 13 anni, con bisogni di vigilanza e cura importanti. Eppure, sono proprio loro a pagare il prezzo maggiore. Soprattutto nei comuni montani si ritrovano scuole che riuniscono decine di plessi sparsi su 7 o 8 differenti comuni. Dimensionarle significa avere una sola segreteria e una sola dirigenza, costringere le famiglie a percorrere chilometri di strada disagevole per una pratica amministrativa o parlare con il preside. Per fare qualche esempio, l’Istituto Comprensivo di Omignano (Salerno) conta 29 plessi sparsi tra 10 comuni o frazioni, quello di Lauro (Avellino) ne ha una quindicina suddivisi in 7 differenti comuni. In Calabria è difficile trovare un istituto comprensivo che abbia meno di 10 plessi, ma la situazione è generalizzata.

Anche sotto il profilo occupazionale l’effetto è drammatico. Il personale alle scuole è assegnato in base a tabelle ministeriali: al crescere delle dimensioni della scuola il rapporto diviene sempre meno vantaggioso. Un istituto comprensivo di 600 alunni ha diritto a 7 collaboratori scolastici, uno di 1.200 ne ha 12. La fusione di 2 istituti di 600 alunni, dunque, sopprime 2 posti ma il ragionamento è identico per tutto il personale scolastico. Non a caso, il MIM nel D.M. 211/2025 ha quantificato in oltre 13.000 i posti di lavoro risparmiati con il dimensionamento triennale.

La scelta delle scuole da chiudere, però, è di competenza della amministrazioni regionali che dovrebbero procedere consultandosi con le scuole e i Comuni. In molti casi, però, l’unico interlocutore sono i sindacati. Il criterio generale è che si dovrebbero chiudere le scuole con meno alunni e meno plessi, quelle “meno complesse”. Ogni anno, infatti, gli Uffici Scolastici stilano una graduatoria dividendo le scuole in “fasce di complessità”, indispensabili per l’attribuzione del salario accessorio ai dirigenti scolastici. Consultarle consente di capire come agiscono le Regioni.

In generale, le scuole del I ciclo sono il 66% del totale, ma il numero di scuole soppresse non è proporzionale. Ad essere più colpite sono state le scuole del I ciclo, sebbene siano quelle che accolgono i bambini più piccoli.

Per comprendere cosa sia accaduto è utile guardare le fasce di complessità della Campania. Agli ultimi posti della graduatoria, infatti, non compaiono le scuole del I ciclo, anzi. Osservando la graduatoria della complessità 2025/26 si nota che le ultime posizioni sono occupate da 7 licei classici, 9 licei scientifici e solo 3 scuole del I ciclo. E’ semplice verificare che i licei occupano da tempo quelle posizioni, ma essendo scuole urbane e frequentate da alunni provenienti da famiglie benestanti, capaci di far valere i propri diritti, non sono state toccate.

Per il 2026/27 la Campania deve procedere a chiudere altre 23 scuole, per farlo il piano prevede di agire su 50 istituti scolastici di cui 45 (il 90%) del I ciclo. D’altronde, delle 128 scuole già chiuse l’84% è del I ciclo! Se si osserva la sola città di Napoli, si tratta delle scuole dei quartieri più problematici e tristemente noti nelle cronache riguardanti la criminalità minorile: Secondigliano, Traiano/Soccavo, Centro storico.

I costi del dimensionamento, insomma, sono stati scaricati sui bambini e sulle famiglie più fragili del Sud Italia con la prospettiva che il ritirarsi dello Stato spiani la strada a tante nuove “Caivano”.

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