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Il revisionismo del partito di Meloni punta a cancellare la matrice 'fascista' dalla strage di Bologna

La madre di tutti i tentativi revisionisti rimane la cancellazione della matrice e della parola fascista per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: 85 morti e 218 feriti. Nonostante ci siano condanne definitive

Il revisionismo del partito di Meloni punta a cancellare la matrice 'fascista' dalla strage di Bologna
Strage alla stazione di Bologna

Claudio Visani Modifica articolo

19 Gennaio 2023 - 12.16


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Ci riprovano. Il vizietto di riscrivere la storia l’hanno sempre avuto e adesso che sono al potere tentano di metterlo in pratica. Prima i post commemorativi del Movimento sociale scritti dalla sottosegretaria Isabella Rauti, dal presidente del Senato, Ignazio La Russa, e difesi dalla Presidente del Consiglio che ha definito il Msi “un partito della destra democratica e repubblicana che ha avuto il merito di traghettare milioni di italiani sconfitti della guerra verso la democrazia sottraendoli alla violenza politica”.

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Per questo il partito di Rauti (fondatore di Ordine Nuovo) e Almirante (che difese le leggi razziali), le cui “radici profonde non gelano” (Isabella Rauti), “merita rispetto” (Meloni) o addirittura “onore” (La Russa). Ora la proposta di legge per istituire una commissione d’inchiesta sugli anni di piombo, primo firmatario il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli. Obiettivo, fare luce “sulla violenza politica” degli anni Settanta e Ottanta e “sui tanti delitti di quegli anni rimasti senza colpevoli”,  dimenticando naturalmente le vittime di sinistra di quella stagione. Una vecchia battaglia dei post-fascisti di FdI che nei prossimi mesi  potrebbe approdare all’esame del Parlamento.  

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Ma la madre di tutti i tentativi revisionisti rimane la cancellazione della matrice e della parola fascista per la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980: 85 morti e 218 feriti. Di tutte le stragi fasciste, peraltro, la sola di cui abbiamo nomi e cognomi degli esecutori, dei depistatori e ora anche dei mandanti e finanziatori. Ma le sentenze definitive di condanna per i terroristi neri dei Nuclei armati rivoluzionari Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini, per il capo della loggia massonica P2 Licio Gelli e di alti esponenti dei servizi segreti, e quelle di primo grado (all’ergastolo) di Gilberto Cavallini (Nar) e Paolo Bellini (Avanguardia nazionale) dalle quali è emersa con chiarezza anche la responsabilità di Gelli come mandante e finanziatore, continuano a essere al centro di una potente campagna politica e mediatica di delegittimazione, al punto che un pezzo rilevante di opinione pubblica dà ormai per acquisito che tali condanne non valgano nulla. 

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Una campagna revisionista e di depistaggio ideologico portata avanti da esponenti di spicco del partito di Meloni, che lo scorso 2 agosto, nel quarantaduesimo anniversario della strage, scrisse: “Gli 85 morti e gli oltre 200 feriti della strage alla stazione meritano giustizia, per questo continueremo a chiederla insieme alla verità. Lo dobbiamo alle famiglie delle vittime e a tutto il popolo italiano”. Come se non esistesse alcuna sentenza. Come se la verità fosse occulta e negata. 

Non mancano due elementi particolarmente ignobili in questa storia. Il primo attiene alla certezza della pena, che in questo nostro paese è un concetto molto relativo. Mambro e Fioravanti, che insieme sono stati condannati a diciassette ergastoli (nove lei e otto lui) per trentatre omicidi, ma da sempre al centro della campagna innocentista di Meloni & co., sono da anni tornati in libertà. E parlano pure, rilasciano interviste, indicano strade alla giustizia. Il secondo riguarda il dna umano di questi criminali.

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Tra le vittime della strage di Bologna c’è un ragazzo romano di 24 anni, Mauro Di Vittorio, che aveva militato nella sinistra extraparlamentare. Per i casi della vita sua sorella, Anna, finirà per conoscere e sposare un amico fraterno di Sergio Secci, anch’egli morto il 2 agosto 1980 alla stazione, figlio di Torquato, storico presidente dell’associazione dei familiari delle vittime.

Nel 2008 Anna Di Vittorio e suo marito, Gian Carlo Calidori, scrissero una lettera a Francesca Mambro e Giusva Fioravanti finalizzata a chiudere la stagione dei lutti e del dolore e ad aprire quella della riconciliazione. Mambro e Fioravanti risposero. Ne nacque un carteggio e seguirono anche alcuni incontri. Anna e Gian Carlo appoggiarono con una lettera la richiesta di libertà condizionale per Mambro, che pare abbia contribuito al parere positivo del giudice. Dopo qualche anno i rapporti tra la coppia di terroristi e quella dei congiunti delle vittime si sono raffreddati. E Fioravanti, con una lettera pubblicata dal “Giornale” nel 2012, sapete che ha fatto? Ha chiesto perché nella ricerca dei responsabili della strage “non si è indagato meglio su Mauro Di Vittorio?”. I commenti li lascio a voi lettori. Per parte mia aspetto con curiosità i prossimi 25 aprile e 2 agosto. Sarà interessante osservare cosa farà e cosa dirà il Signor Presidente del Consiglio. 

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