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Il Parmigiano Reggiano e lo schiavismo spacciato per grazia ricevuta

Uno spot del Parmigiano reggiano al centro di una polemica

Il Parmigiano Reggiano e lo schiavismo spacciato per grazia ricevuta
Renatino

globalist

2 Dicembre 2021 - 17.13


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“Renatino, sei felice?”

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Renatino risponde di sì, che è felice, felicissimo di lavorare 365 giorni l’anno, da quando ha 18 anni, in uno stabilimento che produce il Parmigiano Reggiano. Lui viene presentato da Stefano Fresi, protagonista dello spot al centro di una bufera sollevata dallo scrittore Christian Raimo, come “l’unico additivo” all’amato formaggio italiano. 

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Qual è il problema? Che per descrivere una vita passata a lavorare (Renatino non è certo un ragazzino, nonostante il diminutivo) senza mai una pausa c’è già una parola: schiavitù. E il tentativo di Parmigiano Reggiano di infiocchettare e vendere la triste e sconsolata vita dello schiavo Renatino come una grazia ricevuta, a ben pensarci è a dir poco problematica. 

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Senza considerare poi che, almeno speriamo (sappiamo fin troppo bene come la filiera agro-alimentare in Italia sia uno degli esempi più eclatanti di schiavitù legalizzata, dai rider ai braccianti nei campi), la storia di Renatino è necessariamente falsa: non essendo l’Italia come la Cina o la Corea del Nord, un lavoratore di un’industria casearia non può venire sfruttato 365 giorni l’anno da quando è appena maggiorenne. Ci sono diritti, ci sono leggi che dovrebbero impedirlo. Quindi, più che puntare il dito al Capitalismo sfrenato, per lo spot del Parmigiano Reggiano è responsabile un copywriter piuttosto scarso e un’intera catena di comando che non ha intuito la visibilissima polemica che si annidava nella storia di Renatino. 

Per Parmigiano Reggiano dovremmo essere felici che Renatino sia lì a preparare forme di formaggio per noi consumatori. Lo dovremmo proprio gustare il sacrificio di Renatino e glielo diciamo anche: “Sei un grande”. Sei un grande Renatino, ora continua a rimestare quel caglio mentre noi andiamo a fare un aperitivo sdraiati sull’erba. Ti piacerebbe venire, Renatino? Mi dispiace, ma tu devi lavorare. 

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Raccontata così, anche un bambino si accorgerebbe che c’è qualcosa che non va. Eppure, lo spot è andato in onda e siamo sicuri che i dirigenti sono rimasti stupiti della reazione di massa. Avranno anche pensato, conoscendo i tempi, che ‘non si può più dire niente’. 

Se però viviamo in un’epoca in cui non è più consentito né ammissibile far passare il lavoro totalizzante come un valore aggiunto, allora ben venga il politicamente corretto, ben venga il ‘non si può più dire niente’. I Renatino di tutta Italia ne saranno lieti, specialmente del non essere più chiamati ‘Renatino’ da attori strapagati e combriccole di amici impegnati a degustare formaggi. 

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