Il pane e le rose, ossia il bengalese gettato nei Navigli come un appestato

Da nord a sud la cronaca del nostro Paese è piena di episodi di cattiveria contro i più deboli, indicati - vigliaccamente - come il principio dei nostri mali. La china appare a volte irreversibile.

Navigli di Milano

Navigli di Milano

Onofrio Dispenza 12 luglio 2020

Il titolo potrebbe essere "Il pane e le rose". Anche per citare la protesta del lontano 1912, a Lawrence, negli Stati Uniti, quando i lavoratori del tessile in sciopero, coniando questo slogan disegnavano orizzonti più ampi alla richiesta proletaria. Quello sciopero, tutto al femminile, si ricorda soprattutto per aver superato i confini nazionali e le barriere linguistiche. Evento di svolta dell'organizzazione operaia, allora capace di abbattere distinzioni di genere, di lingua e di etnia. Protagoniste le donne.

Per questo mi piace che il piccolo ma squallido, meschino e vigliacco episodio di cronaca raccontato già questa mattina da Globalist, prenda il nome de "Il pane e le rose". Il fatto lo sapete. Milano, zona Navigli, nella movida in parte irresponsabile del fine settimana, un uomo si fa strada con un mazzo di rose in mano. Le vende per provare a viverci, per tirarci il pane da portare a casa. Come tanti altri, venuti da lontano, con una pelle di diverso colore, con una lingua diversa. L'uomo si fa strada tra il popolo dello spritz e del moscow mule, quando due ragazzi lo spingono in acqua. Pensabile che i gli italianissimi giovani, magari alticci, e chissà cos'altro, abbiano riso a lungo per l'uomo in acqua che cercava di salvare le sue rose. E, chissà, si saranno pure vantati di quel che avevano fatto. Immigrato, e pure del Bangladesh. Uno di quegli appestati, avranno pensato.

Anche oggi, come ieri e come tanti altri giorni prima, da Nord a Sud la cronaca del nostro Paese è piena di episodi di cattiveria contro i più deboli, indicati - vigliaccamente - come il principio dei nostri mali. La china appare a volte irreversibile.

Violenza e cattiveria si muovono quasi in automatico, senza spazio alcuno al pensiero, di cuore non se ne parla neanche. La nostra bontà, la nostra solidarietà e la nostra partecipazione accorata sono tutte per i peggiori italiani, quelli che si prendono beffa della legge e delle regole, quelli che ci appestano, impuniti, facendo soldi in giro per il mondo sfruttando uomini, donne ed anche bambini. Per quelli che evadono le tasse e hanno reso fragile e povero il nostro sistema sanitario quando è stato chiamato a fronteggiare una pandemia con dimensioni riconducibili a quella terribile spagnola che era nei racconti dei nostri nonni. Applausi e leccate agli italiani ricchi, prepotenti e potenti, spallate e calci a chi con le rose pensa di potersi comprare il pane.