Migranti, lavoratori stranieri, no ai ghetti: il mondo solidale ai tempi del Coronavirus

Un mondo solidale che si mobilita con denunce e proposte. Un mondo a cui Globalist intende dar voce, rilanciandone appelli e richieste.

Migranti

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Umberto De Giovannangeli 24 marzo 2020

Dalla parte dei più indifesi ai tempi del Coronavirus. Un mondo solidale che si mobilita con denunce e proposte. Un mondo a cui Globalist intende dar voce, rilanciandone appelli e richieste. “È del tutto evidente che le strutture collettive caratterizzate da grandi concentrazioni (CAS, CARA, HUB, CPR, hotspot) non sono oggettivamente idonee a garantire il rispetto delle prescrizioni legali e la salvaguardia della salute sia dei e delle richiedenti asilo, sia dei lavoratori e delle lavoratrici dell'accoglienza e pertanto la salute collettiva. Esse, pertanto,

devono essere urgentemente chiuse, organizzando l'accoglienza secondo il sistema di accoglienza diffusa».
È uno dei passaggi fondamentali di un documento sottoscritto da decine di associazioni (Asgi - associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione - ActionAid e, tra le altre, Naga, Intersos, Mediterranea Saving Humans, Gruppo Abele, Libera, Focsiv, Magistratura Democratica Legambiente, Emergency, Arci, Medici contro la tortura) che raccoglie una prima panoramica sui diritti a rischio dei migranti, particolarmente esposti all’epidemia del coronavirus.


Sovraffollamento e condizioni igieniche critiche 
Nel caso dei CARA (Centri di accoglienza per richiedenti asilo) e dei CAS (Centri di accoglienza straordinaria) con capacità ricettive di decine o centinaia di posti, la permanenza degli ospiti è spesso organizzata all'interno di moduli abitativi/container/camerate da oltre 10 posti. I servizi di distribuzione dei pasti sono organizzati all'interno di spazi collettivi dedicati (es. mense), che «possono rappresentare - si legge nel documento - un terreno fertile per la diffusione del virus, costituendo quelle «forme di assembramento» vietate dalla normativa vigente. Anche la fruizione dei servizi igienici, è «segnata dalle medesime criticità”.


Infine la schiera di migranti invisibili che vivono nelle baracche o in strada: “Non puoi lamentarti, non è giusto che mi vieni a dire queste cose a me, tu almeno hai una casa, ti puoi lavare, non soffri fame e freddo, ma soprattutto hai la possibilità di stare con i tuoi figli e tua moglie, ridere con loro, abbracciarli, giocare, piangere e incazzarti se è il caso con loro. Io sono qui in una baracca lurida e umida e non vedo i miei figli da sei anni e mia moglie non so che faccia ha, quindi non ti lamentare, e ringrazia Dio” è stato il monito di Mustafà all’operatore di Borderline Sicilia. Mustafà vive nel ghetto di Campobello di Mazara dove tutti hanno paura perché non hanno acqua, luce e le condizioni sanitarie sono sempre state disumane.


A corto di mascherine e disinfettanti 
E sebbene alcune Prefetture abbiano diramato indicazioni ai responsabili dei CAS, chiedendo di «assicurare l'adozione di tutte le iniziative necessarie all'applicazione delle prescrizioni di carattere igienico-sanitario previste», non risultano accompagnate dalla puntuale fornitura di mascherine e disinfettanti personali, né da una sanificazione costante dei locali.


Racconti di sofferenza


A Bologna la situazione rischia di esplodere, secondo le testimonianze raccolte dal coordinamento migranti di cui fanno parte varie associazioni, comunità e sindacati e che ha inviato una lettera al Comune di Bologna, alla Prefettura e Questura della città, alla Regione Emilia-Romagna: “Siamo i migranti e le migranti che vivono nelle strutture dell’accoglienza della città di Bologna. Le misure sanitarie adottate non valgono per noi, quando lavoriamo e dormiamo – insieme ad altri migranti e italiani – in condizioni di affollamento. Molti di noi lavorano uno accanto all’altro notte e giorno all’Interporto, dove in alcuni magazzini il lavoro è raddoppiato per star dietro alla grande richiesta di merci causata dal panico dell’epidemia. Quando dobbiamo riposare ritorniamo all’affollamento dei centri di accoglienza. In via Mattei viviamo in più di 200 e dormiamo in camerate che ospitano 5 o più persone, spesso anche 10, con letti vicini, uno sopra l’altro. Molte di queste stanze non hanno nemmeno le finestre per cambiare l’aria. Alcuni dormono in container, anch’essi sovraffollati, anch’essi senza finestre. La situazione non è molto diversa in altri centri della città, come lo Zaccarelli e Villa Aldini. Sappiamo che al centro di via Mattei hanno riservato un container per isolare gli eventuali ammalati, ma prevedere l’isolamento in un container in caso di contagio è sicuro per le cure del contagiato e la salute degli altri? A molti di noi la legge Salvini impedisce perfino di avere una tessera sanitaria e un medico di base, ci costringe a pagare i farmaci a prezzo intero e spesso ci mancano i soldi per curarci. Noi ci teniamo alla nostra salute perché pensiamo anche alla salute della città dove viviamo. Anche la sicurezza sanitaria delle donne e degli uomini migranti è importante e il coronavirus, almeno lui, non discrimina tra bianchi e neri” si legge nella lettera che evidentemente risente anche dei tagli al settore dell’accoglienza di questi ultimi anni.


“Tagli che sono più letali del virus”, come sintetizza a Vita Alberto Biondo di Borderline Sicilia, l’associazione che da oltre dieci anni svolge una costante e preziosa opera di monitoraggio nei centri per migranti. I richiedenti asilo che in questo momento stanno vivendo il confinamento nei Cas, alloggiano in strutture in cui è quasi impossibile mantenere distanze di sicurezza e utilizzare norme igieniche atte a prevenire i contagi. Il personale, già decimato dai tagli del decreto sicurezza, è sempre meno presente: molti per paura hanno preso ferie ed è spontanea la domanda 'perché andare a lavorare se non prendo lo stipendio da un anno?'. La mancanza di personale fa venir meno anche le informazioni e di conseguenza la responsabilizzazione delle persone, e così spesso succede che molti, non consapevoli di quanto stia accadendo, escono rischiando sanzioni e situazioni promiscue”, spiegano da Borderline Sicilia che continua a ricevere numerose segnalazioni: “Che Dio ce la mandi buona” è stato uno dei commenti di una operatrice di un Cas a Borderline. Ma la divina provvidenza non assolve chi può agire e non lo fa per tutelare i senza diritti.


(parte prima)