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In pizzeria accanto a una tavolata di Casapound tra bestemmie e schiamazzi

Tutti in nero bevono e urlano. Intimidito il ristoratore del locale, lo sconcerto degli altri clienti

Una manifestazione di Casapound con Nina Moric
Una manifestazione di Casapound con Nina Moric

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9 Gennaio 2018 - 13.55


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di Tancredi Omodei

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Cronaca di una sera in pizzeria, a Roma, con una tavolata di neofascisti accanto. Di ieri la manifestazione fascista per ricordare i camerati morti di Acca Larentia. Corteo sinistro, inquietante, militare: tutti in fila, in ciascuna fila in sette perchè con settanta si possano riempire dieci file. Così schierati, dietro lo striscione iniziale a marciare sembrano più dei tanti che pure hanno sfilato per le strade di Roma. Duemila, forse, con un effetto vincente. Senza essere disturbati. Padroni di farsi riprendere dalle tv finché hanno voluto. Quando hanno deciso che basta, tv tenute a distanza, tv che comunque hanno assicurato loro, che non hanno messo in discussione, il servizio sulla manifestazione.
Torniamo in pizzeria. La tavolata di neofascisti è chiassosa, sguaiata, cafona. Una ventina, tra loro solo una ragazza che continua a sistemarsi le spalline del reggiseno. Lei parla poco, ride tanto, anche in risposta alle volgarità. I ragazzi sono come in divisa. Tutti in nero o quasi, sul cappellino il simbolo di CasaPound, e non lo tolgono a tavola, serve a dire chi sono. Mangiano, bevono e urlano, a sopraffare ogni parola detta dagli altri in sala. Abbondano i tatuaggi, sulla loro pelle un’antologia della grafica fascista. E per mostrarla, i ragazzi sono in maniche corte. La sera, del resto, è spazzata da un inusuale vento di scirocco, che rende ancora più inquietante la scena. Tra loro, Mirko il più ricercato dalla compagnia. Tutti giovani, tranne uno, silenzioso, che per l’età sarà testimone di altre stagioni, quando in una situazione del genere la cena sarebbe stata interrotta da giovani di altro segno. Stasera no, attorno alla ventina di neofascisti romani c’è disgusto, certo, ma anche una pericolosa, schifata sufficienza. Si guarda ai fascisti come a una banda, ma di coatti.
Le loro urla, i loro discorsi stretti tra una bravata allo stadio e una scorribanda in periferia, dominano lo spazio: sì, ci siamo – sembrano voler dire – siamo noi, fascisti, ve lo mostriamo, ve lo dicono le nostre facce, i nostri segni, le nostre parole sguaiate. Sembrano proprio dire questo, e quanti sono in sala sperano soltanto che la pizza della tavolata finisca presto, e che vadano via. Via stasera, ma la loro ombra rimane, rimarrà e tornerà, pesante, soffocante, maleodorante. Minaccioso lievito.
Al tavolo accanto ci sono due turisti inglesi. Frastornati, chiedono al padrone del locale di quei ragazzi che urlano e bestemmiano. “Ultras…”, minimizza il padrone della pizzeria. Mi giro verso i due inglesi, lo smentisco e voglio che mi senta: “No, non sono ultras, sono fascisti…”. “C’era bisogno – mi fulmina il padrone della pizzeria . se quelli tornano mi mettono sottosopra la pizzeria…”.
Strana serata di scirocco a Roma, col vento che spazza e riapre le pagine di un vecchio copione Più in là ancora schiamazzi e un paio di grossi petardi che scoppiano.

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