C’è un nuovo protagonista assoluto nella guerra di Siria e Iraq, e non è più il Califfo Abu Bakr Al Baghdadi, le cui temerarie conquiste militari hanno messo in fuga interi eserciti. Il volto severo del Califfo ha contraddistinto il 2014 sin da quel memorabile 29 giugno, quando salì sul pulpito della moschea di una Mosul appena conquistata, annunciando la creazione di un Califfato Islamico che ancora oggi dà filo da torcere a numerosi eserciti. Ma oggi, nel 2015, il protagonista assoluto è uno soltanto: Vladimir Vladimirovič Putin[b]/, salito prepotentemente in cattedra nel caos siriano per risollevare le sorti del regime a pezzi di Bashar Al Assad e dimostrare all’America e al mondo chi comanda oggi in Medio Oriente.
Il presidente russo ha festeggiato il suo sessantatreesimo compleanno (7 ottobre) lanciando batterie di missili nientemeno che dal lontano Mar Caspio, con uno show tecnologico che ha dimostrato di quanta potenza di fuoco sia capace il Cremlino. I missili della Marina russa hanno attraversato oltre 1.500 chilometri sorvolando Iran e Iraq per poi schiantarsi sulle postazioni ribelli in Siria, solo per dimostrare che quei cieli oggi sono proprietà di Mosca e ormai è la Russia a decidere le sorti del quadrante mediorientale. Con buona pace della “no-fly zone” che il Pentagono stava lentamente cercando d’imporre sopra i due paesi in guerra.
[b]Vladimir Putin e il suo ministro degli Esteri ,Sergey Lavrov hanno abilmente tessuto una fitta rete di accordi strategici per tutti questi mesi, portando pazientemente dalla propria parte una serie di governi che oggi non si fidano più di Washington, a cominciare da quello iracheno. Inoltre, Putin ha creato appositamente una “war room”, un gabinetto di guerra dove può coordinarsi e controllare le operazioni militari con gli alleati. E lo ha fatto proprio a Baghdad, in quell’Iraq abbandonato a se stesso e incapace di reagire alla violenza dello Stato Islamico, la cui forza è andata ben oltre le rosee aspettative degli analisti del Pentagono.Cosicché ,oggi la guerra che dovevano fare l’America e i suoi alleati la sta facendo invece la Russia, scippando agli Stati Uniti un primato in campo militare e umiliando la Casa Bianca con quelle spettacolari manovre belliche, rese ancora più clamorose dal disastro afghano di Kunduz, dove gli aerei americani hanno bombardato per un’ora di seguito l’ospedale di “Medici Senza Frontiere”.
Ma il punto vero è che la Russia ha di fatto messo la propria bandierina sopra l’intero Medio Oriente, scalzando definitivamente gli Stati Uniti nel risiko delle alleanze e imponendosi come dominus per una futura gestione del dopoguerra. E per di più lo ha fatto alla luce del sole, libera dai vincoli dell’opinione pubblica, senza usare sotterfugi e senza dover mascherare una guerra aperta dietro parole ambigue come “lotta la terrorismo”, che lasciano il tempo che trovano.
A Washington, intanto, il presidente Obama e la sua
/A quel tempo, il nodo erano le armi chimiche siriane. Un nodo che, guarda caso, fu sciolto solo grazie all’intervento di Vladimir Putin (di nuovo) e del premier israeliano Benjamin Netanyahu, gli stessi protagonisti dell’attivismo russo di oggi. Da notare che Putin ha ottenuto luce verde sui bombardamenti proprio da Benjamin Netanyahu, volato a Mosca poco prima del via libera del Cremlino sui raid. In quell’occasione, Barack Obama, imbarazzato in diretta tv, rimandò la questione al Senato degli Stati Uniti, dove la cosa si è poi arenata. Da allora in avanti, la guerra ha conosciuto il congelamento delle posizioni tra i belligeranti in Iraq e l’avanzare dei jihadisti verso Damasco e la costa siriana.Così, oggi, con i missili moscoviti che piovono impietosamente sulla Siria e le truppe russe pronte a coordinare le manovre terrestri, si prospetta un finale ad alta tensione. La NATO è in fibrillazione e teme un incidente sui cieli ingombri di aerei alleati, mentre il Cremlino punta a sconfiggere fino all’ultimo degli oppositori del regime. Se nella prima fase della campagna militare russa, il Cremlino punta a distruggere le postazioni nemiche, tagliare le vie di fuga, i depositi di armi e i loro rifornimenti, allo scopo di preparare il terreno e garantire il successo della fase successiva, la seconda parte prevede una massiccia operazione di terra per respingere gli oppositori del regime.
In questo scenario, preoccupa il possibile risvolto della fase due: se Mosca dovesse avere la meglio sulle formazioni jihadiste di “Jabhat al Nusra”, “Fronte Islamico” ed “Esercito della Conquista” – oggi annidati tra Idlib, Homs e Hama – dove finiranno i ribelli in fuga? A sud la strada è troppo lunga, mentre a nord il confine con la Turchia è affollato quasi per intero di curdi, a loro volta avversari dei jihadisti, mentre a est domina ancora lo Stato islamico. Sarà possibile una saldatura in vista della “battaglia finale”?
Tuttavia, esiste un’altra variabile. Se il dominio russo dei cieli è indubbio, le operazioni di terra potrebbero rivelarsi non così semplici. Alcune fonti sul campo parlano già di una prima grave sconfitta dell’esercito siriano, supportato dai russi, nella battaglia di Morek (provincia di Hama): diversi tank, forse decine, sarebbero stati distrutti o catturati dalle forze ribelli. Il che, se confermato, porta a ritenere che la vittoria russa non sarà facile e veloce. Mosca sin qui ha ben calcolato le proprie mosse, ed eviterà certamente uno scenario afghano, dove i sovietici furono sconfitti dopo un lento logorio. Ma in questa guerra le certezze sono ben poche.
(Luciano Tirinnanzi. Lookoutnews)