Tso, le famiglie a Lorenzin: basta con la sanità violenta
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Tso, le famiglie a Lorenzin: basta con la sanità violenta

Dopo la morte a Torino di Andrea Soldi, la presidente dell’Unasam si rivolge al ministro della Salute: procedura ormai usata arbitrariamente, servono linee guida

Tso, le famiglie a Lorenzin: basta con la sanità violenta
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18 Agosto 2015 - 18.36


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Mettere fine all’atrocità della morte in seguito a trattamento sanitario obbligatorio, conseguenza di una sanità violenta. E’ l’appello rivolto al ministro Lorenzin dall’Unasam – Unione nazionale delle associazioni per la salute mentale – in una lettera inviata ieri.

Il riferimento è ai due recenti episodi che hanno coinvolto due giovani: Andrea Soldi, morto a Torino durante l’esecuzione di un Tso, e di Mauro Guerra, deceduto per un colpo di pistola mentre tentata di evitare un trattamento sanitario obbligatorio in provincia di Rovigo.

“Noi che rappresentiamo le associazioni delle famiglie e delle persone che vivono la condizione della sofferenza mentale, impegnate nelle diverse regioni d’Italia, e che ci battiamo ogni giorno per il rispetto del diritto alla salute mentale e per il rispetto della dignità umana, non possiamo tollerare ulteriormente che accadano simili atrocità e che le famiglie debbano vivere drammi di queste dimensioni che segnano per sempre la loro esistenza. Noi non possiamo tollerare che interventi di tipo sanitario vengano interpretati e gestiti con modalità aggressive e violente, ledendo i diritti fondamentali della persona umana, la dignità, aggravando lo stato di fragilità psicologica di chi vive la condizione della sofferenza mentale, segnando profondamente le loro vite”, scrive la presidente dell’Unasam Gisella Trincas.

“Non vogliamo entrare nel merito delle responsabilità penali delle persone coinvolte in queste morti, sarà compito delle procure accertarle e delle inchieste interne deputate alle Asl di competenze”, prosegue Trincas. “Vogliamo invece esprimere la nostra ferma opposizione e condanna verso un sistema, oramai routinario, con cui si affronta la questione della non adesione ai trattamenti farmacologici in salute mentale. Perché di questo si tratta. I trattamenti sanitari obbligatori, infatti, non costituiscono più l’extrema ratio. Si utilizza tale procedura (arbitrariamente) ogni qualvolta le persone che vivono la condizione della sofferenza mentale si rifiutano di assumere i farmaci prescritti, alcune volte per gli effetti collaterali insopportabili o perché contrari all’assunzione di psicofarmaci. E che rispetto umano può esserci in un intervento sanitario compiuto con la violenza e la prevaricazione? Eppure le norme sono chiare e invitano a ricercare in ogni modo il consenso al trattamento. Questo significa dedicare tempo ed energie professionali alla ricerca del consenso, mantenendo sempre una comunicazione paritaria”.

Molti degli oltre 10 mila Tso praticati ogni anno in Italia potrebbero essere evitati dalla ricostituzione di un valido sistema di presa in carico. Ma per fare questo, “sarebbe necessario che i servizi di salute mentale abbiano personale adeguatamente, motivatamente ed eticamente preparato. Che le piante organiche siano al completo, che il personale in pensione o in malattia venga immediatamente sostituito. Che siano organizzati e funzionanti i centri di salute mentale sulle 24 ore, capaci di operare in rete e di intercettare i bisogni del territorio, capaci di dialogare con le famiglie e le persone che vivono la condizione della sofferenza mentale per comprenderne appieno i bisogni e proporre (non imporre) soluzioni e percorsi possibili di cura e di ripresa (casa, lavoro, relazioni sociali). Che siano garantiti i finanziamenti necessari al funzionamento dei servizi e ai percorsi individuali di cura e riabilitazione. Che siano garantiti i sostegni alle famiglie. Che nessuno venga abbandonato”.

La richiesta al ministro Lorenzin è quindi che “precise linee guida ministeriali e regionali chiariscano, una volta per tutte, cosa non si deve fare in psichiatria, quali pratiche vanno definitivamente abbandonate, quali lesive della libertà e della dignità della persona umana, come perseguire anche disciplinarmente chi opera in salute mentale violando le disposizioni di legge”.

“Ripetutamente abbiamo portato alla Sua attenzione, e all’attenzione di tutti i livelli istituzionali nazionali e regionali, la drammatica situazione in cui versano i servizi di salute mentale nella maggior parte del territorio italiano; rappresentando le diverse criticità presenti sul territorio ma anche indicando soluzioni e proposte. Ma le uniche risposte che abbiamo ricevuto sono i continui tagli al settore della Sanità (e quindi anche alla salute mentale) e al welfare da parte di questo governo e dei governi precedenti, e i risultati drammatici sono sotto gli occhi di tutti. Se non si interviene in maniera globale sull’intero sistema, in termini organizzativi, culturali e finanziari, a ben poco servono gli ispettori inviati dal ministero”.

Conclude Trincas: “Sollecitiamo, ancora una volta, l’apertura di un urgente tavolo di confronto con il ministero sull’intero settore, territoriale e ospedaliero, della salute mentale. Chiamando al tavolo di confronto le regioni e, oltre l’Unasam, tutte le organizzazioni nazionali impegnate nel campo della salute mentale. “Chiediamo l’emanazione urgente e immediata di una circolare alle regioni e alle Asl affinchè si vigili sull’operato dei servizi deputati alla cura e alla tutela della salute dei cittadini, con l’indicazione chiara che in nessun modo si può violare la dignità umana. Che i trattamenti sono di norma volontari e che il consenso deve essere ‘informato’, che legare una persona non è consentito dalla normativa italiana e costituisce quindi reato”.

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