E’ tutta colpa dei mutamenti climatici? Osservando le trasformazioni del nostro Paese Leonardo Sciascia non poteva non seguire “La linea della palma”. “Gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene su, verso nord, di cinquecento metri ogni anno.” Lungo quella linea non sale ogni anno l’Italia degli scandali, diventando una grande Sicilia delle mafie?
Una metafora lucida che, col tempo, ha trovato tristi conferme: oggi si può ben dire che la linea della palma ci riguarda tutti. Italiani del nord e del sud. Metti, ad esempio, di essere un palestinese. Uno degli oltre 150 scampati alle violenze inflitte alla tua minoranza dal regime di Saddam e poi rinchiuso in un campo profughi, tra Siria e Iraq, in attesa per anni che il mondo si ricordasse di te. Per uno strano gioco del destino, mettiamola così, arrivi, una notte del gennaio del 2010, in Calabria. Proprio nei giorni in cui a Rosarno, provincia di Reggio Calabria, si consumava il dramma degli immigrati africani, sfruttati e vessati dalla ‘ndrangheta. Ma sei palestinese, con la tua storia personale e quella del tuo popolo, e di queste tristi storie italiane tu non sai ancora niente. Non sei un clandestino senegalese: tu e il gruppo, uomini, donne e bambini, siete arrivati in Italia grazie ad un’operazione del Ministero dell’Interno, coadiuvato da Unhcr e Oim. Si chiama operazione di resettlement. Hai un permesso di soggiorno politico e seguirai un progetto di inserimento, a Caulonia o a Riace, entrambi in provincia di Reggio.
Caulonia, piccolo borgo, che, nel 1945, divenne la Repubblica rossa di Caulonia. Per soli cinque giorni, finché la rivolta dei contadini, guidata da un maestro elementare iscritto al Pci, fu domata. Riace, poco lontano, tra i monti, celebre per il ritrovamento dei famosi bronzi, ma svuotata dall’emigrazione dei nativi. Paesi conosciuti come esempio di un sud che prova a rinascere, Soprattutto Riace, balzato agli onori dei media come un’oasi di accoglienza nel deserto. Progetti che investono su gli stranieri e il territorio, e che puntano sulle politiche di integrazione e, insieme, sul recupero dei luoghi e dei mestieri abbandonati dai locali. L’esperienza dei curdi a Riace, per esempio, ha avuto importanti risultati. In quest’ottica, sono stati accolti i palestinesi. Una possibilità salutata da molti con gioia, vista la situazione. Palestinesi e curdi, i nuovi bronzi di Riace, recitava il titolo di un articolo di un po’ di tempo fa. Può accadere, però, che, nonostante le buone premesse, qualcosa non vada nel modo giusto. Forse perché siamo in Italia? Colpa della linea della palma, che ci coinvolge tutti? Italiani, africani e palestinesi, col loro diritto di asilo e il sogno di una vita serena dopo tanto peregrinare? Perché qualcosa è successo a questa comunità di profughi. Forse molto di più di quello che hanno raccontato alcuni operatori del settore, riferendo il malcontento dei palestinesi circa la qualità dei corsi di lingua e formazione, oppure di problemi relativi alla gestione dei finanziamenti, alla preoccupazione riguardo il futuro, in un territorio difficile, e le scadenze dei progetti di lavoro. Perché, ad un certo punto, nell’estate del 2011, un’associazione svedese segnala il caso all’Alto commissariato per i rifugiati dell’Onu e un gruppo di palestinesi viene mandato in Svezia. Un caso unico, lo ha definito Ribbenvik, del General Counsel of the Swedish Board: non si è mai sentito di un paese che accolga profughi che hanno già ottenuto l’asilo in un’altra nazione. Una nazione che dovrebbe offrire protezione, visti gli accordi internazionali. Tra l’altro, la questione, rimasta abbastanza controversa e misteriosa, taciuta quasi del tutto dai media, si è protratta fino ai nostri giorni, e non sono mancate proteste e scioperi della fame dei palestinesi giunti in Svezia, per scongiurare un ritorno in Italia, che pare inevitabile. Ma è di pochi giorni fa un comunicato del Dipartimento per la questione dei rifugiati palestinese che, dopo aver appreso i terribili racconti dei connazionali, ha chiesto l’intervento dell’Onu e delle autorità italiane, e ha condannato duramente le aggressioni e le violenze subite dai palestinesi “per mano della mafia italiana”.
Che cosa è successo davvero ai palestinesi in Calabria? Dobbiamo aspettare che, secondo le regole internazionali, tornino in Italia, per saperlo?