Un tempo lontano, quello della mia gioventù, si diceva, sinistra, nel movimento, che il “personale è politico”, un’affermazione “imposta”, dio sia lode a loro, dalle compagne femministe. Non era facile, come non lo è oggi a quasi mezzo secolo di distanza, declinare quel “personale è politico” facendo riferimento alla propria storia, al proprio vissuto, e alle ferite che sono ancora aperte. Ma sento di doverlo fare. E qui su Globalist, il sito d’informazione (andrebbe scritto con la I maiuscola) diretto da un amico e collega, Gianni Cipriani, con cui ho condiviso un pezzo importante del mio, del nostro, cammino umano, politico, professionale, a l’Unità.
E di questo, care lettrici e cari lettori di Globalist, che vorrei parlarvi. Del presente oscuro e dell’incerto futuro del giornale fondato da Antonio Gramsci. Del passato, beh, esso parla da solo. Per decenni l’Unità è stata la voce del Pci. E che voce. Su l’Unità ha scritto la “meglio intellighenzia” di questo Paese: Cesare Pavese, Italo Calvino, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Natalia Gingzburg, e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Per averne cognizione basta parlare con quel grande giornalista che risponde al nome di Oreste Pivetta, che curò per anni la pagina dei libri su l’Unità, antesignano dei tanti che vennero poi a ruota. L’Unità è stata un pezzo importante della storia dell’Italia, e non solo della sinistra. Ed è stata una straordinaria palestra di giornalismo: tante e tanti sono le giornaliste e i giornalisti formatisi alla “scuola” de l’Unità, per poi assumere ruoli apicali in “giornaloni” o in reti televisive. L’Unità è stata giornale di partito ma mai, mai, un “organo” che riproduceva pedissequamente la linea.
Per chi scrive, l’Unità è stata una scelta di vita: quella di coniugare una dimensione valoriale, politica, con quella professionale. Una scelta che rivendico appieno, anche oggi, anche dopo le tante traversie che hanno segnato il giornale e coloro che l’hanno fatto vivere, al meglio delle loro, delle nostre possibilità.
Dal 6 luglio, l’Unità ha sospeso le pubblicazioni. A deciderlo è stato l’editore Romeo, colui che l’aveva sottratta al fallimento vincendo una partecipata asta.
Il Partito democratico ha affermato pubblicamente, in primis con il tesoriere, Michele Fina, che da tempo, con generosità e determinazione, la volontà di “riportare a casa” l’Unità, rispondendo così anche all’appello di oltre 40 eminenti personalità del mondo della cultura, nelle sue diverse declinazioni, nel quale si chiedeva a editore e Pd di favorire il ritorno in edicola e sul web del giornale.
“La voce de l’Unità deve continuare per tutti i suoi lettori, per la democrazia e la libertà di espressione”: così Edith Bruck, grande donna, sopravvissuta ai lager nazisti, che ha dedicato la sua lunga, intensa vita, a mantenere viva una memoria storica, perché senza memoria non c’è futuro.
Nel suo piccolo, ma poi non così tanto piccolo, l’Unità è stata anche questo, cercando di far vivere i valori fondanti della sinistra che fu con quelli della sinistra che dev’essere. Un luogo di dibattito, di libero confronto delle idee.
Sono passati quasi due mesi dalla cessazione delle pubblicazioni. E l’Unità è ancora “silenziata”. Sulle responsabilità si sono esercitati i “retroscenisti”, emettendo sentenze o avventurandosi in ipotetici scenari futuri.
I quaranta (ai quali successivamente se ne sono aggiunti molti altri, tutti autorevoli) avevano chiesto all’editore e al Pd un atto di generosità.
Non so se quell’appello verrà accolto. Quel che so, è che la voce de l’Unità serve. Serve per dare voce a quanti continuano a battersi per uno Stato palestinese; a quel mondo solidale che continua a salvare vite in quel “mare della morte” che è il Mediterraneo. Serve a grandi organizzazioni come l’Arci, la Cgil. Serve alle tanti e i tanti che si battano per l’ampliamento e la tutela dei diritti umani, dei diritti civili, dei diritti di cittadinanza, dei diritti sociali. Serve a sconfiggere la destra riarmista, securitaria al governo.
Serve a quello che un tempo chiamavamo il “popolo di sinistra”. E serve anche per dare un senso compiuto, non un omaggio alla memoria, alle Feste de l’Unità.
Ecco, sarebbe davvero bello se il 13 settembre, a conclusione della Festa nazionale de l’Unità, Elly Schlein potesse annunciare: “Abbiamo riportato a casa l’Unità”.
Spero che non resti un sogno. O che si risolva nell’ennesima, forse definitiva, occasione sprecata.