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La via della pace secondo i gesuiti: camminare insieme accettando la sfida dell'interculturalità

Discorso epocale quello pronunciato da padre Arturo Sosa in occasione del seminario sulla cultura dell’incontro promosso a Roma da La Civiltà Cattolica e dall’Università dei gesuiti, Georgetown

La via della pace secondo i gesuiti: camminare insieme accettando la sfida dell'interculturalità
padre Arturo Sosa, preposito generale della Compagnia di Gesù

Riccardo Cristiano

29 Maggio 2022 - 17.01


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E’ stato un discorso tanto semplice quanto epocale quello pronunciato da padre Arturo Sosa, preposito generale della Compagnia di Gesù, in occasione del seminario sulla cultura dell’incontro promosso a Roma da La Civiltà Cattolica e dall’Università dei gesuiti, Georgetown. Semplice nel senso che tutti possiamo coglierne il significato per il nostro presente, cioè per l’oggi, l’ora, epocale perché ci fornisce le chiave per entrare nel nostro tempo con piena consapevolezza di dove siamo arrivati e cosa, volendo, potremmo fare. Tutto questo, senza alcuna involuzione intellettualistica, lo dice già il titolo prescelto per il suo intervento: “l’incontro come dimensione delle culture e via della pace”. Cosa vuol dire che l’incontro è dimensione delle culture? Solo capendo questo possiamo capire perché questa è la via della pace della quale tutti parliamo senza avere idea di cosa perseguiamo. Chi è che non vuole la pace? Pensiamo all’Ucraina. Non vorrà la pace Putin? Non la vorrà Zelenski? Non la vorremmo noi interventisti e disarmanti? Non la vorrà la Nato? Tutti questo soggetti o questi campi vorranno la pace, ne sono sicuro. Ma chi sa dire cosa sia la pace di cui tutti noi, o tutti costoro, parlano? Ecco allora che leggere padre Arturo Sosa è importante per noi, oggi, adesso. 

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Si parte da una connotazione ovvia, ma spiazzante, sorprendente: “ L’ingiustizia strutturale che caratterizza le attuali relazioni sociopolitiche è una pesante eredità che l’epoca storica appena conclusa sta lasciando alla nuova che comincia”. Che ci sia ingiustizia strutturale oggi intorno a noi ognuno di noi lo sa: ma avevamo idea che si stia chiudendo un’epoca? E quale? E quale epoca si aprirà dunque? Padre Sosa parte dalla pandemia; ha colpito tutta l’umanità, rivelando la profondità di questa ingiustizia strutturale. E’ un’ingiustizia che si vede nel raggiungimento del numero assurdo di 100milioni di profughi o asilanti nel mondo, nell’incapacità di affrontare i mutamenti climatici e le loro conseguenze, nel conflitti che aumentano. La politica globale si è dimostrata immatura, desume con pacatezza chirurgica e raggelante. Non è così? 

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Per lui l’ingiustizia strutturale genera discordia e dis-incontro: “sviluppare la dimensione dell’incontro all’interno delle culture che danno senso alla nostra vita diventa, quindi, un’esigenza indispensabile per il progresso. L’incontro è quella dimensione delle culture che fa da strumento per aiutare a superare l’ingiustizia, a trasformare la società e a raggiungere la riconciliazione con le persone, i popoli e l’ambiente naturale in cui si sviluppa l’esistenza”. Siamo al punto di partenza di un discorso che mira a cambiare il mondo insieme al mondo, non contro di esso. Basta monismi, basta illusioni che qualcuno abbia tutta lui la ricetta per i mali e il bene di tutti. Basta universalismi totalizzanti, quelli nei quali qualcuno sa come si fa la vera frittata e quindi ha il diritto di rompere tutte le uova che voglia perché sa come raggiungere il vero bene di tutti, come hanno pensato di poter o dover fare in tanti, fino a Pol Pot. La felicità non è una scienza esatta globale.

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Ecco la prima enormità: padre Sosa ci propone l’universalismo del pluralismo: “ Preferisco parlare di «culture», al plurale, per mettere in evidenza una delle più grandi ricchezze dell’umanità: la diversità culturale. Essa propone una delle vie più meravigliose per partecipare alla creazione che nasce in Dio e nella sua Parola. Attraverso le loro culture gli esseri umani sono co-creatori. La diversità culturale è per l’umanità ciò che la biodiversità è per la natura; è quindi un tesoro che va riconosciuto, difeso, preservato e promosso”. Se esistesse una colonna sonora di “Addio alle armi” andrebbe inserita qui. Fantastico, talmente da dover rinunciare alla ricerca della musica di sottofondo e procedere nella lettura. Ma qualcuno potrà eccepire che l’universalità del cristianesimo neghi il pluralismo. Non è così: “La Buona notizia di Gesù Cristo si presenta come una luce per tutte le culture umane. Gesù è nato, cresciuto e vissuto in una certa cultura, eppure il suo Vangelo trascende tutti i confini culturali. Lui e i suoi discepoli capirono, non senza difficoltà, che la Parola di Dio si rivolge a ogni essere umano e a ogni cultura. Il Vangelo può incarnarsi in ciascuna e in qualsiasi cultura umana. Come il lievito penetra nella pasta, esso s’incarna nelle culture e le apre alla possibilità dell’incontro con Dio, con gli altri e con la natura. Tutte le culture hanno bisogno di questo risanante incontro per crescere in umanità”.

Dunque il pluralismo non è relativismo, e in effetti nessun vero pluralista si è mai definito relativista. In questo quadro però il multiculturalismo non può bastarci. Certo, il multiculturalismo non nega più l’altro, ma ci si può accontentare di una non negazione? “La missione che abbiamo ricevuto, di lavorare per la riconciliazione di tutte le cose in Cristo, ci impedisce di accontentarci del multiculturalismo. Ci mette di fronte alla sfida dell’interculturalità, che porta a uno scambio arricchente tra tutti i popoli e i gruppi sociali che s’incontrano e condividono le loro culture. Il costante aumento dei flussi migratori nel mondo rivela che esistono lesioni profonde, ma offre anche l’opportunità di uno scambio culturale su larga scala. Possiamo scorgere in questa realtà un importante segno dei tempi che ci chiama ad approfondire la dimensione dell’incontro. Questo percorso ci porta a sentirci membri di tutta l’umanità, veri cittadini del mondo. L’inculturazione è la prima tappa di questo percorso, e richiede un incontro con la propria cultura che produca consapevolezza critica. Il secondo stadio è quello che abbiamo chiamato multiculturalismo. Esso consiste nel vivere un incontro gioioso con gli altri esseri umani e con le loro culture e nel riuscire a condividere felicemente con loro una vita in pace. L’interculturalità è una tappa ancora ulteriore, che richiede un incontro più profondo e complesso. Implica relazionarsi con gli altri esseri umani e le loro culture, condividere con loro il valore della propria cultura (esaminata criticamente) e arricchirsi dei contributi della diversità culturale. L’incontro interculturale diventa così un volano verso la giustizia sociale, la fraternità e la pace”.

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Finalmente la parola pace trova un significato, o così sembra a chi leggendo vuole andare oltre. Cioè? Il punto è avviato a chiarimento così: “ L’interculturalità non è solo un «incontro tra culture» che scansa la necessità di acquisire una visione critica della propria cultura, né permette che ci si accontenti del mero rispetto delle diversità culturali, come se fosse in qualche modo possibile produrre una sfera o uno spazio metaculturale o sovraculturale. Incoraggiamo l’incontro tra persone di culture diverse come mezzo di valorizzazione reciproca. L’interculturalità arricchisce coloro che s’impegnano nel processo, ed è possibile realizzarla perché tutte le culture posseggono la dimensione dell’incontro. L’incontro interculturale è uno «scambio reciproco tra culture che porta alla trasformazione e all’arricchimento di tutti i soggetti coinvolti». Si tratta quindi di un incontro partecipativo e interattivo con il contesto storico, sociale, economico e politico in cui si dispiega. Attraverso l’incontro interculturale, le culture si sviluppano in modo più dinamico, concepiscono cambiamenti interni che le portano a crescere nella dimensione universale dell’umanità.” Qui padre Sosa ci spiega tutto parlando proprio del cristianesimo e dell’enciclica Fratelli tutti. Dice che dopo la crocifissione i discepoli di Gesù vivevano un senso di sconfitta. Di conseguenza stavano tornando alla vita che avevano sempre vissuto. TORNAVANO alla vita di prima. L’incontro con Gesù risorto cambia tutto! I discepoli accettano ALTRE categorie che Gesù gli propone e il loro ragionamento, forse potremmo dire la loro cultura, CAMBIA! 

“ La comunione interculturale rende l’incontro contagioso. I discepoli non possono restarsene tranquilli a casa loro, da soli intorno a un tavolo. Devono uscire a incontrare gli altri e condividere la nuova luce che hanno ricevuto dall’incontro con Gesù”. 

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Questo esempio ci porta a un’idea concreta di pace. “La pace richiede di camminare insieme lungo il complesso cammino della riconciliazione che conduce dal tragico «dis-incontro» e dalle relazioni umane infrante verso un autentico incontro fraterno. La pace richiede che si cammini insieme nella stessa direzione per creare le condizioni del dialogo. Implica l’accompagnamento di processi personali e di gruppo che sono per natura complessi e asincroni; avanzano, cioè, a ritmi diversi e possono essere armonizzati solo dalla presenza paziente, incondizionata, di chi li accompagna”.

Qui a mio avviso padre Sosa sta dicendo una cosa decisiva: il tempo non è uguale per tutti, raggiungiamo consapevolezze e sviluppi diversi, che possono spezzare spazi condivisi. Come conviverci?  “L’incontro interculturale è possibile quando c’è collaborazione tra molte persone, non solo di culture diverse, ma anche di caratteristiche e capacità differenti e complementari. La collaborazione implica la condivisione della responsabilità del processo ed è quindi una condizione indispensabile per l’incontro interculturale”. Dunque occorrono facilitatori, cure dei punti di contatto, per evitare che diventino luoghi di attrito piuttosto che ponti.  “Impegnarsi nell’incontro interculturale significa aumentare e affinare la capacità di dialogo, dimensione chiave del processo. Il dialogo dovrebbe essere interculturale e allo stesso tempo intraculturale, come abbiamo cercato di spiegare sopra. Le resistenze e gli ostacoli saranno chiari a tutti”. Non è un caso che aggiunga che la guerra non è proseguimento della politica con altri mezzi: “la guerra rimpiazza la politica con la violenza e la forza delle armi. La guerra è la discontinuità della politica; peggio ancora, è una rinuncia alla politica che ci porta nella direzione opposta rispetto alla meta della pace”. 

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