"Siamo tutti della stessa carne": il dialogo tra un prete e un agnostico 'seguaci' di Francesco

Don Rocco D’Ambrosio e Riccardo Cristiano hanno ragionato sull'ultima enciclica del Papa affrontando i nodi della fratellanza, funzione sociale della proprietà e tanto altro

Papa Franscsco

Papa Franscsco

globalist 23 dicembre 2020

di Antonio Salvati


La Lettera Enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco, seppur «scritta a partire dalle mie convinzioni cristiane, che mi animano e mi nutrono», è riuscita a suscitare una riflessione aperta «al dialogo con tutte le persone di buona volontà». La visione del Papa non esclusivamente teologica, ma decisamente attenta alla dimensione politica e culturale, non poteva non stimolare la riflessione di tutti coloro che hanno a cuore le sorti dell’umanità. Del resto, siamo tutti della «stessa carne», come dice il Papa. Siamo tutti della stessa carne (Castelvecchi Roma 2020 pp. 100, € 12,50) è il titolo suggestivo di un piccolo libro scritto da un prete, Rocco D’Ambrosio, insieme a Riccardo Cristiano, giornalista e vaticanista. Come recita il sottotitolo, Dialogo su Fratelli tutti tra un cattolico e un agnostico, si tratta di uno scambio di impressioni sull’ultima enciclica del papa, affrontando i temi della fratellanza, il pluralismo, la funzione sociale della proprietà, il globalismo e il localismo, l’economia che crea scarti e ingiustizie, la politica e il populismo, il ruolo delle religioni, l’uso corretto e costruttivo dei mezzi di comunicazione sociale. 


Riccardo Cristiano, sincero estimatore di Papa Francesco, apprezza lo sforzo del Pontefice di trovare un bandolo che ci possa riguardare a prescindere dai nostri convincimenti, rispettandoli tutti. Tiene a precisare che non ama definirsi “non credente”, ma agnostico: «cioè io non so, non è che non credo. È diverso. Ma diciamo che nel non sapere quale sia la risposta al mistero io non credo in nessuna dottrina definita. Questa natura di dubbioso (…) paradossalmente mi fa sentire una speciale sintonia con Francesco; mi sento accettato più da lui che da tanti “non credenti». D’Ambrosio osserva che Papa Francesco va compreso nel solco del Vaticano II. Francesco è il primo papa, dopo il Concilio, che non ha partecipato all’assise ecumenica. Ricorda la nota affermazione, attribuita a Yves Congar da alcuni suoi amici, secondo la quale le indicazioni del Vaticano II sarebbero state realizzate solo cinquant’anni dopo la sua chiusura: «se questi interpreti avessero ragione, potremmo dire semplicemente che stiamo vivendo quella stagione». 


 


Significativamente i due autori sottolineano la saggezza paziente di Papa Francesco che «presuppone l’incontro con la realtà», in un tempo in cui tutto si può produrre, dissimulare, modificare. Questo fa sì che – sostiene il Papa - «l’incontro diretto con i limiti della realtà diventi insopportabile. Di conseguenza, si attua un meccanismo di “selezione” e si crea l’abitudine di separare immediatamente ciò che mi piace da ciò che non mi piace, le cose attraenti da quelle spiacevoli. (…) Così le persone o le situazioni che hanno ferito la nostra sensibilità o ci sono risultate sgradite oggi semplicemente vengono eliminate nelle reti virtuali, costruendo un circolo virtuale che ci isola dal mondo in cui viviamo». In questo senso, la negazione della fraternità – afferma D’Ambrosio - sta nella nostra testa e «oso dire anche nella nostra carne». Per realizzare un’autentica solidarietà sociale – ribadisce Francesco - abbiamo bisogno «di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, sudore, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana». E’ necessaria una fraternità di carne e di mente, non solo «rapporti digitali, che dispensano dalla fatica di coltivare un’amicizia, una reciprocità stabile e anche un consenso che matura con il tempo, hanno un’apparenza di socievolezza». 


Certo, le grandi speranze che il marxismo in passato aveva alimentato davanti a un ordine ingiusto si sono da tempo dissolte. Ma c’è un tempo nuovo da cercare, un tempo fecondo e opportuno. Per questo è bello e necessario – afferma Cristiano – impiegare «del tempo a capire come vogliamo essere liberi: prima pensiamo di voler essere liberi “di”, poi comprendiamo che è importante essere liberi “da”, e quindi arriviamo a desiderare di essere liberi “per”. Questo tempo può essere storico, il tempo di quando ero giovane e quello odierno, ma può essere anche educativo, o socio-economico».


Ampia parte del volume è riservata alla politica, la «più alta forma di carità», definizione attribuita, a seconda dei casi, a diversi pontefici. Papa Francesco spiega che la «migliore politica» è quella «al servizio del vero bene comune». Inoltre, avverte che «ogni generazione deve far proprie le lotte e le conquiste delle generazioni precedenti e condurle a mete ancora più alte. (…) Il bene, come anche l’amore, la giustizia e la solidarietà, non si raggiungono una volta per sempre; vanno conquistati ogni giorno». Non è facile parlare di amore, trattando di politica. Riccardo Cristiano sottolinea che la grande questione – riportando le parole del Papa - è questa: «È grande nobiltà esser capaci di avviare processi i cui frutti saranno raccolti da altri, con la speranza riposta nella forza segreta del bene che si semina. La buona politica unisce all’amore la speranza, la fiducia nelle riserve di bene che ci sono nel cuore della gente, malgrado tutto». La grande lezione di questo pontificato, per Cristiano, è questa, la scelta di “avviare processi”. Non ci sarà migliore politica – aggiunge D’Ambrosio - senza questi fermenti piccoli ma forti; senza .il coraggio di passare dall’impegno sociale a quello politico e istituzionale.


Nella Fratelli Tutti ricorre con intensità la parola “dialogo”: per Papa Francesco non è un «febbrile scambio di opinioni nelle reti sociali» – «monologhi che procedono paralleli» – ma l’accettazione che il punto di vista altrui è benefico per tutti. L’Enciclica lo definisce «capacità abituale di riconoscere all’altro il diritto di essere sé stesso e di essere diverso»; questo vale anche per le culture che hanno una differente concezione di progresso. Se la soluzione non può essere un relativismo apparentemente tollerante, va cercata «la verità che risponde alla nostra realtà più profonda». Tutti «possiamo cercare insieme la verità nel dialogo, nella conversazione pacata o nella discussione appassionata», consapevoli che nell’umanità ci sono «semi di bene» come i «tanti compagni e compagne di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita» nella pandemia. Inoltre nel dialogo si può vivere la gentilezza. Si potrebbe dire che la a cultura sulla quale si fonda l’enciclica è la cultura del dialogo, il perno centrale che consente fratellanza e amicizia sociale tra diversi. I due autori apprezzano, in particolar modo, l’espressione di Papa Francesco «avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”» e l’agganciano a quella di Paolo VI, del 1964, contenuta nell’Ecclesiam suam, nella quale Papa Montini propose a tutti i cattolici una «prassi umile, fatta di ascolto del mondo, fondata sulla stima, simpatia, bontà, e che esclude ogni condanna aprioristica, polemica, offensiva ed abituale, ogni vanità d’inutile conversazione, ma che mira al vantaggio dell’interlocutore nel rispetto della dignità e libertà altrui, per una più piena comunione di sentimenti e convinzioni». 


Sono testi profondi, illuminanti. Ma Cristiano e D’Ambrosio, con onestà e umiltà intellettuale, non si nascondono le difficoltà: che fare quando l’altro non vuole dialogare? Che fare quando si ostina nelle sue posizioni? «Oppure, forse, anch’io mi ostino e non me ne accorgo…». Certo possiamo conoscerci, superare reciprocamente pregiudizi e comprendere le motivazioni del nostro interlocutore. Ma poi – si chiede D’Ambrosio - spunta la domanda fondamentale: «qual è il logos, il concetto che ci attraversa e accomuna? Se non c’è possiamo dialogare?». In tal senso fa bene il papa a spronarci a non abbandonare il tavolo della discussione immediatamente, ad avere tanta sana ostinazione nel ricercare qualche piattaforma condivisa. Non è solo il lavoro dei diplomatici, è il lavoro di ogni uomo e donna che vogliono vivere autenticamente. Non a caso, Francesco fa una citazione di De Morales, che parla di incontro/scontro, ma potrebbe anche essere sostituita con dialogo/chiusura: «La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita». Non dobbiamo essere d’accordo, per Cristiano, dobbiamo lavorare per trovare un modo razionale per ridurre le distanze. Tutto questo Cristiano lo trova detto così nell’enciclica: «Parliamo di un dialogo che esige di essere arricchito e illuminato da ragioni, da argomenti razionali, da varietà di prospettive, da apporti di diversi pareri e punti di vista, e che non esclude la convinzione che è possibile giungere ad alcune verità fondamentali che devono e dovranno sempre essere sostenute». E’ una definizione che rinvia all’immagine del poliedro, cara a papa Francesco: «il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda, benché ciò comporti discussioni e diffidenze. Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo».


Degna di nota, infine, la “confessione” finale di Cristiano che, a mio parere, rivela la grandezza di Papa Francesco: «Sì, io resto un agnostico, Francesco non mi ha convertito, ma mi ha offerto un tetto dove con sguardo cosmico mi libera dall’incubo dei non-luoghi e da quello delle fortificazioni nelle quali rinchiuderci, per creare una comunità di solidarietà tra diversi. È l’unico tetto sotto il quale mi sento accettato nella mia sofferenza di persona che non appartiene: Francesco mi ha offerto un’appartenenza che non mi richiede tessere con bollini di fedeltà. Non sai quanto questo sia importante per me, quanto abbia cambiato la mia vita».