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Disarmo e pace: l'agenda progressista e quella del duo Minniti&Guerini

Disse: “sicurezza è parola di sinistra”. Cosa abbia significato nel concreto, è storia: guerra alle navi salvavita delle Ong nel Mediterraneo, esternalizzazione delle frontiere anche a costo di finanziare, più o meno sottobanco, capi tribù

Disarmo e pace: l'agenda progressista e quella del duo Minniti&Guerini
Lager in Libia

Umberto De Giovannangeli

12 Agosto 2022 - 17.24


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Fu un ministro Pd (Marco Minniti, allora titolare del Viminale, oggi presidente della fondazione di Leonardo, la maggiore industria di armi in Italia) a proclamare solennemente, con tanto di grancassa mediatica,  che “sicurezza è parola di sinistra”. Cosa abbia significato nel concreto, è storia. Una brutta storia: guerra alle navi salvavita delle Ong nel Mediterraneo, esternalizzazione delle frontiere anche a costo di finanziare, più o meno sottobanco, capi tribù e signori della guerra che controllano buona parte del territorio libico (per saperne di più consigliamo la lettura degli articoli di Nello Scavo su Avvenire. Un altro ministro del Pd ha battuto quest’anno il record di aumento delle spese militari. E’ il titolare della Difesa, Lorenzo Guerini. 

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Globalist ne ha dato conto con articoli e interviste. Oggi lo continuiamo a fare con i report di tre organizzazioni da sempre in prima fila nelle “battaglie” disarmiste ed ecologiste: Greenpeace, Sbilanciamoci, Rete Italiana Pace e Disarmo (Ripd).

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Inizia Greenpeace: “Nel pieno della crisi climatica e di una guerra finanziata dai proventi di gas e petrolio, il governo italiano ha aumentato la spesa per le missioni militari a protezione delle fonti fossili. In un nuovo rapporto Greenpeace Italia svela che nel 2022 la militarizzazione della nostra “sicurezza energetica” ci costerà 870 milioni di euro, il 9% in più rispetto al 2021 e ben il 65% in più rispetto al 2019. Nel complesso, si tratta di una cifra pari al 71% dell’intero budget per le missioni militari del 2022. […].  Anche i due ministri competenti, Lorenzo Guerini (Difesa) e Luigi Di Maio (Esteri), nella loro audizione davanti alle commissioni riunite del 26 luglio   hanno citato più volte la questione energetica. In particolare, Guerini ha dichiarato   che “l’impiego delle Forze armate nelle missioni internazionali” punta anche a prevenire e gestire “scenari di crisi conseguenti tanto alle minacce convenzionali, quanto a quelle ibride”, come “le restrizioni all’approvvigionamento energetico”. 

Che l’Italia intendesse rispondere alla guerra in Ucraina puntando su una militarizzazione della diversificazione energetica era già stato anticipato da Guerini in occasione della sua comunicazione sul conflitto del 5 maggio: “Il dovere di rimodulare una situazione di dipendenza dalle forniture russe non può prescindere dal consolidamento delle condizioni di stabilità di quelle regioni che rappresentano una valida alternativa per l’approvvigionamento delle risorse energetiche a tutela della sicurezza energetica nazionale ed europea”.

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Oltre alle missioni militari che Greenpeace aveva già etichettato come “fossili” in un rapporto diffuso a dicembre ( (dallo Stretto di Hormuz all’Iraq, dalla Libia al Golfo di Guinea, fino al Mediterraneo orientale e al Corno d’Africa), quest’anno il governo ne ha aggiunte tre nuove,  di cui due legate allo sfruttamento di fonti fossili: la missione bilaterale di supporto alle Forze armate del Qatar in occasione dei “Mondiali di calcio 2022” e la missione EU in Mozambico. In audizione, Di Maio e Guerini hanno ricordato “gli importanti accordi in ambito energetico” stretti di recente con il Qatar. Già nel luglio scorso, inoltre, il ministro della Difesa aveva sottolineato che le violenze in corso nella provincia nord del Mozambico avevano causato “le interruzioni dell’attività estrattiva”. Inoltre, le operazioni Gabinia nel Golfo di Guinea e Mare Sicuro al largo della costa libica continuano ad avere come primo compito la “sorveglianza e protezione delle piattaforme Eni”. Mentre sempre più studi internazionali, compresi quelli dell’Onu e dell’Unione europea, segnalano che le disuguaglianze economiche e il deterioramento ambientale connessi all’attività estrattive sono tra le cause profonde di molte crisi che la comunità internazionale e l’Italia stanno tentando di risolvere con le loro missioni militari  (dalla pirateria nel Golfo di Guinea all’instabilità dell’Iraq) il nostro governo continua a difendere asset fossili che alimentano quelle stesse crisi in un drammatico circolo vizioso che Greenpeace chiede di interrompere al più presto. “Il nostro Paese deve smettere di proteggere militarmente gli asset e gli interessi dell’industria dei combustibili fossili, puntando con decisione sulle fonti rinnovabili e sul risparmio energetico. Solo così potremo assicurarci una maggiore indipendenza energetica e tutelare davvero l’ambiente e la pace”, dichiara Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.

Il fallimento delle guerre e delle armi

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Così Sbilanciamoci e Ripd: “L’armonizzazione europea della difesa dovrebbe comportare una diminuzione della spesa (grazie al coordinamento delle strutture e all’eliminazione di inutili sovrapposizioni), non un suo aumento. Papa Francesco, si ricorda nella nota, ha più volte indicato la strada del disarmo come la bussola della pace. Le guerre hanno fallito in questi anni: in Afghanistan sono ritornati i talebani, nel Medio Oriente non c’è pace dopo due guerre all’Iraq, in Libia non c’è stabilità dopo l’intervento occidentale di oltre dieci anni fa, in Yemen continua la catastrofe umanitaria derivante da un conflitto alimentato con le nostre armi; e anche la guerra di Putin andrà incontro al fallimento, non prima di aver portato morte e distruzione. L’elemento comune di tutte queste tragedie è l’altissimo prezzo pagato dalle popolazioni civili, vittime e bersagli delle follie armate. Nel mondo non ci sono poche armi: ce ne sono troppe. La guerra in Ucraina, le altre guerre ignorate e i rischi e le tensioni presenti in tutto il mondo non si fermeranno aumentando le spese per le armi, ma investendo in politiche di pace e di sicurezza comune e condivisa“.

 “L’armonizzazione europea della difesa dovrebbe comportare una diminuzione della spesa (grazie al coordinamento delle strutture e all’eliminazione di inutili sovrapposizioni), non un suo aumento. Papa Francesco, si ricorda nella nota, ha più volte indicato la strada del disarmo come la bussola della pace. Le guerre hanno fallito in questi anni: in Afghanistan sono ritornati i talebani, nel Medio Oriente non c’è pace dopo due guerre all’Iraq, in Libia non c’è stabilità dopo l’intervento occidentale di oltre dieci anni fa, in Yemen continua la catastrofe umanitaria derivante da un conflitto alimentato con le nostre armi; e anche la guerra di Putin andrà incontro al fallimento, non prima di aver portato morte e distruzione. L’elemento comune di tutte queste tragedie è l’altissimo prezzo pagato dalle popolazioni civili, vittime e bersagli delle follie armate. Nel mondo non ci sono poche armi: ce ne sono troppe. La guerra in Ucraina, le altre guerre ignorate e i rischi e le tensioni presenti in tutto il mondo non si fermeranno aumentando le spese per le armi, ma investendo in politiche di pace e di sicurezza comune e condivisa”.

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I membri della Campagna concludono: “Non daremo mai il nostro consenso a chi si schiera per politiche di riarmo. Da molti sondaggi si rileva come la maggioranza degli italiani sia contraria all’aumento delle spese militari: chiediamo alla politica un maggiore ascolto di questa posizione. In tale senso vanno le seguenti proposte di Sbilanciamoci e Rete Italiana Pace e Disarmo, che puntano a spostare risorse da armi ed eserciti verso investimenti sociali e strumenti di pace: moratoria almeno per un anno sull’acquisto di sistemi d’arma, per quanto non già concretizzato. Come già ricordato, nel 2022 sono previsti circa 8,2 miliardi complessivi per l’acquisizione di nuovi aerei, navi, blindati, sottomarini, droni, missili, munizionamento; spostamento delle risorse risparmiate dall’acquisto di armamenti su welfare, scuola, sanità e in particolare sul rafforzamento delle iniziative umanitarie e di cooperazione a favore della popolazione ucraina e, in generale, di tutte le situazioni di bisogno nel mondo (pensiamo alle crisi in atto in Yemen, Siria, Afghanistan, Etiopia/Eritrea, Iraq, Africa subsahariana e così via); costituzione e pieno finanziamento del Dipartimento della Difesa Civile non armata e Nonviolenta, mediante l’approvazione del progetto di legge promosso dalla campagna “Un’altra difesa è possibile”; completamento del progetto sperimentale dei Corpi Civili di Pace e rilancio di questa iniziativa, che va resa strutturale e istituzionalizzata (anche nell’ambito del Dipartimento Dcnanv) mediante un finanziamento pluriennale molto più elevato dei primi 9 milioni ancora non interamente spesi”.

Quello prospettato dalle tre organizzazioni è un punto di vista di sinistra. Che unisce idealità e concretezza. Denuncia e proposta. E che ha come convinzione di fondo che un mondo con più armi è un mondo meno sicuro. Ora mettete a confronto questo punto di vista con quello manifestato, e praticato, dal duo Minniti&Guerini. A voi le conclusioni. Si può scegliere ma niente pasticci. Mele e pere non si sommano. 

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