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La bomba-migranti sulle elezioni: una strategia che viene da lontano

La Russia certo per la sua presenza nella Cirenaica controllata dal suo uomo, ossia il generale Haftar. Ma anche la Turchia, la Cina. Tanti soggetti...

La bomba-migranti sulle elezioni: una strategia che viene da lontano
Macron e Haftar

Umberto De Giovannangeli

29 Luglio 2022 - 17.24


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Lasciate perdere i retroscenismi farlocchi, che tanto sanno di “l’ha detto il mio amico etiope” dell’epico “Ecce Bombo” di Nanni Moretti. Le telefonate dell’ambasciatore russo a Berlusconi, le imbeccate a Salvini… Che i russi abbiano impiantato da tempo un mega apparato che ha come mission quella di alterare le elezioni in Occidente, è cosa risaputa (l’elezione di Trump docet).

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L’allarme rosso in Italia ha un nome che Globalist ha tirato fuori prima degli altri. Quel nome è Libia. E Libia significa, in questa fase cruciale della vicenda politica italiana, innanzitutto l’utilizzo, in chiave elettorale, della “bomba migranti”. Perché su questo l’allarme è serio. Molto serio. Perché quello dell’invasione è da sempre un cavallo di battaglia delle destre populiste in Europa, e in Italia. Una conferma è venuta ieri dalla leader di Fldi che ha rilanciato l’idea del blocco navale.

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Mercenari in campo

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Repubblica, come ben ricostruisce Linkiesta.it,  “racconta   che dalle coste della Libia sotto il controllo delle milizie del generale Haftar, supportate dai mercenari russi del Gruppo Wagner, stanno partendo molti più migranti rispetto agli ultimi due anni. Salpano da due zone in particolare, i litorali nei pressi dei porti di Derna e di Tobruk, che erano “dormienti”. E, invece, come riportano i profughi a chi li soccorre in mare, sono tornati a essere hub per i trafficanti.

La Libia, spiega al quotidiano una fonte qualificata dei nostri apparati di sicurezza, «è un cannone puntato sulla campagna elettorale: l’immigrazione è forse l’arma più potente per chi ha interesse a destabilizzare e, dunque, a interferire sul voto di settembre». I nostri servizi di intelligence avevano lanciato il primo alert già poche settimane dopo l’inizio della guerra in Ucraina: il Cremlino può utilizzare la sua influenza in Cirenaica per aumentare le partenze dei richiedenti asilo. A giugno un nuovo alert. Negli ultimi giorni, in concomitanza con la crisi del governo Draghi, i segnali raccolti dal terreno non avrebbero lasciato più dubbi. E a beneficiare dell’aumento degli sbarchi sarà chi cerca il consenso sventolando di fronte agli elettori lo spauracchio dell’invasione dei migranti: in primis, Matteo Salvini. Dalla Cirenaica, la regione orientale del Paese nordafricano, hanno ricominciato a partire vecchi pescherecci di legno caricati con cinquecento-seicento persone alla volta. Gli sbarchi in Italia dall’inizio dell’anno sono 38.778, contro i 27.771 di tutto il 2021 e i 12.999 del 2020 in piena pandemia. Dopo i dati in ribasso di febbraio e marzo scorsi, l’impennata sospetta ad aprile e maggio, proseguita a giugno e luglio. Ma «a fare rotta verso le coste siciliane non è soltanto la disperazione di chi fugge da conflitti, fame e persecuzioni, ma anche la volontà politica di chi, attraverso quei barconi, intende mettere sotto pressione l’Italia e l’Europa», si legge su Repubblica. Come la Russia di Putin. Con almeno duemila mercenari (secondo alcune fonti non ufficiali, gli uomini della Wagner in Libia sono cinquemila) presidia quattro basi militari nel territorio del governo non riconosciuto di Tobruk (Brak al Shati, Jufrah, Qardabiyah e Al-Khadim) e consente ad Haftar di rimanere saldo al potere. A Lampedusa, tra domenica e martedì sono arrivati 72 gommoni dalla Libia e dalla Tunisia. E sulla rotta est, dalla Turchia, si contano sinora diecimila ingressi. A complicare la situazione sul terreno libico sono anche i giacimenti di petrolio tra i più ricchi al mondo. Insieme con l’Egitto, nell’ultimo biennio la Russia ha potuto garantire, complice il Covid, flussi migratori ridotti in uscita dalle zone orientali. La crisi in Ucraina, tuttavia, ha cambiato le carte in tavola. Dopo mesi di muro contro muro, per la prima volta c’è stato l’avvicinamento tra il primo ministro insediato a Tripoli, Abdul Hamid Dbeibah, e il generale Haftar, propiziato dalla convenienza a gestire insieme la National Oil Corporation (Noc), la società che possiede i pozzi. Da un lato una parte dei miliziani di Haftar vede l’avvicinamento con le autorità di Tripoli come fumo negli occhi e ha reagito allentando la stretta sui porti di partenza dei migranti. Dall’altro, c’è chi negli apparati di sicurezza libici non ha preso bene le ultime mosse del Partito democratico. In Parlamento, mercoledì, il Pd ha votato contro il rinnovo dei finanziamenti per il monitoraggio dei confini marittimi. Una notizia che ha avuto grande eco in Libia, soprattutto tra chi fa affidamento su quel denaro.  In sostanza, spiega Repubblica: un governo di destra in Italia, oggi, fa comodo non solo al Cremlino, ma anche al nuovo assetto di potere che si sta costruendo in Libia. Dove la partita la stanno giocando la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan, l’Egitto di Sisi e, in sordina, la Francia di Macron”.

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Così Linkiesta. 

Scrive Meloni: “Le politiche immigrazioniste hanno gettato nel caos la Nazione. Da tempo Fratelli d’Italia propone il blocco navale, una missione europea in accordo con le autorità nordafricane per impedire partenze verso l’Italia e morti in mare. Difendere i confini significa difendere l’Italia”. 

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E i mercenari della Wagner possono darle una mano. 

Tirato in ballo, Salvini ha risposto: “Per la sinistra sarebbe Putin a spingere i barconi pieni di clandestini verso l’Italia. Siamo alle comiche, la paura di perdere la poltrona fa brutti scherzi”, ha dichiarato il leader della Lega. ” Spoiler: la colpa è di Pd e Lamorgese”, aggiunge. 

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D’altro canto sono in tanti, dentro la Libia in fiamme, a volercela far pagare. In primo luogo, l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, che non ha mai dimenticato la scelta compiuta dall’Italia, già ai tempi del governo Conte 1, di puntare sul ronzino sbagliato: il signor nessuno di Tripoli, Fayez al-Serraj. E dietro Haftar c’è la Russia. E non solo. 

Di grande interesse in proposito è il report su Insideover a firma Lorenzo Vita.

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Un interesse multiplo

Scrive tra l’altro Vita: “[…Ma se è vero che Mosca può avere un peso nella regione, è altrettanto vero che parlare del Cremlino come protagonista o come regista della crisi migratoria rischia di essere una visione parziale. Perché negli ultimi anni è abbastanza evidente che moti Paesi siano riusciti a costruire una rete di interessi in tutto il continente africano e l’Italia in qualche modo appare come oggetto e non soggetto attivo di questo fenomeno. Basti pensare alla Turchia, Paese con cui l’Italia ha negli ultimi tempi blindato i propri rapporti anche grazie all’ultimo viaggio del premier Mario Draghi ad Ankara.

Recep Tayyip Erdogan ha saputo sfruttare le stesse identiche dinamiche utilizzate da Mosca per penetrare in diversi territori africani e in particolare in Libia e creare in questo modo le premesse per un controllo profondo della Turchia sulla Tripolitania, la parte occidentale del Paese. Proprio nella stessa area in cui l’Italia ha sempre avuto un peso e maggiori possibilità di inserimento. Per diverso tempo, i rapporti tra Ankara e Roma si sono arenati proprio per le divergenze sul fronte libico, e in questa ultima fase risulta abbastanza evidente come la partita per il futuro del Paese sia stata oggetto di discussione tra l’Italia e la Mezzaluna. Non solo, Erdogan ha anche accelerato l’inserimento turco a sud della Libia con una maggiore coinvolgimento in Sahel e nelle aree centrali dell’Africa, creando anche qui le premesse per un evidente ruolo della Mezzaluna nel complesso meccanismo del controllo dei flussi migratori.

A questi si devono poi aggiungere tutti i Paesi che nel corso di questa delicata fase di transizione geopolitica hanno avuto o puntano a ottenere un ruolo di primo piano nel “Grande gioco” africano. La Francia, che per anni ha avuto un pieno controllo sul Sahel grazie a migliaia di soldati impegnati sul campo, si è vista strappare il Mali da una giunta militare legata poi alla Russia. Ma questo non deve far dimenticare la grandiosa rete di interessi di Parigi in tutta la regione con una serie di ramificazioni che vanno dalle materie prime all’economia fino alla politica e all’intelligence locale. Emmanuel Macron per anni ha cercato di limitare il coinvolgimento europeo in quell’area consapevole che essa dovesse rimanere appannaggio dell’Esagono: poi, l’incapacità di poter mantenere in piedi un sistema così articolo e foriero di perdite, ha fatto sì che Parigi abbia optato per un’apertura europea.

 Oltre alla Francia, devono poi essere ricordate le potenze arabe, in particolare ora gli Emirati Arabi Uniti, come spiegato da Mario Giro su Domani, che hanno assunto un ruolo sempre più preminente nello scacchiere africano e che possono contare su un enorme flusso di denaro da poter utilizzare sia per gli investimenti sia come tipica arma di “soft power” verso Paesi poveri, culturalmente non troppo distanti, e fortemente desiderosi di avere nuovi sponsor. Infine, un ruolo lo ha anche la Cina, che non va dimenticato che in questa fase di transizione geopolitica africana ha strappato gradualmente posizioni di forza diventando un partner essenziale di tutti i Paesi della regione.

È chiaro dunque  – conclude Vita – che considerare un solo Paese come chiave di lettura della crisi dei migranti sia errato. Ma anzi ricorda ancora una volta come la perdita di posizione dell’Italia nello scacchiere africano – coincidente con il disinteresse della Nato e dell’Unione europea per il “fronte sud” – abbia condotto a questo risultato: oggi non è Roma ad avere un ruolo effettivo nella gestione di un meccanismo geopolitico di cui è sicuramente vittima. E in campagna elettorale può avere sì, un peso”.

Tanto più, aggiungiamo noi, se uno degli attori esterni ha interesse a portare acqua al mulino di quel sovranismo iper protezionistico su cui Putin ha puntato – a est come a ovest – per estendere la sua influenza: da Orban al duo Meloni-Salvini,  tanto per far nomi.

Ps. “I rifugiati sono la nuova arma del millennio. Vengono usati per portare avanti agende politiche dalle più disparate finalità Assomigliano a un flusso di acqua che viene lasciato andare quando si decide di aprire la diga, come ha fatto la Turchia. Erdogan insieme a Putin e Assad sono gli artefici materiali e morali di una grande catastrofe umanitaria che passa in secondo piano da troppo tempo. Una distrazione di massa oggi giustificata, a ragione o meno, dalla presenza di una malattia che cambia le nostre priorità. Ma prima? Prima che la paura di massa ci colpisse dove eravamo?…”. Per concludere: “L’Onu calcola in un milione, di cui 60% minori, i fuggitivi. La Turchia, per mettere pressione all’Europa e dirgli di “non indignarsi” – come se ci fosse un reale rischio! -, ha aperto le frontiere verso la Grecia. Così, oggi, proprio mentre leggi queste parole, chi ha inventato i diritti umani, ha deciso di sovvenzionare la Grecia con 700 milioniperché faccia da scudo all’Europa. Ma nessuno ha criticato questa scelta, anzi: quando Bruxelles, con le stesse identiche motivazioni, dava6miliardi alla Turchia tutti, invece, alzavano la voce. Sono due facce della stessa medaglia: ammettiamolo. Oggi come ieri ce ne vogliamo lavare le mani, come abbiamo sempre fatto. Con buona pace dei bambini siriani”.

Così rimarcava sul Fatto lo scrittore Shady Hamadi. Era il 2020. Due anni fa, la storia si ripete. Come i protagonisti. Con un’aggiunta di non poco conto: le elezioni. In Italia. 

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