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Una Patria ai palestinesi. Ne hanno meno diritto degli ucraini?

Per noi europei, per noi italiani, per noi sinistra, per noi che ancora abbiamo, o diciamo di avere, una coscienza democratica? Anche per noi il caso Shireen Abu Akleh è chiuso? Per noi di Globalist certamente no. Continueremo a scriverne

Una Patria ai palestinesi. Ne hanno meno diritto degli ucraini?

Umberto De Giovannangeli

20 Maggio 2022 - 15.50


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Israele, il caso è chiuso. Altro che indagine approfondita, inchiesta imparziale. L’uccisione di Shireen Abu Akleh non avrà mai un colpevole.  Ma se l’assassino della reporter di Al Jazeera avrà un volto e un nome, di certo non sarà per l’impegno delle autorità israeliane.

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Il caso è chiuso

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Ne parla Amos Harel in un articolo su Harretz: La Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare dell’esercito israeliano  – scrive – non intende indagare sull’uccisione di Shireen Abu Akleh. La giornalista palestinese-americana di Al Jazeera è stata uccisa durante gli scontri tra soldati delle Forze di difesa israeliane e uomini armati palestinesi a Jenin l’11 maggio.

La morte di Abu Akleh è stata ampiamente trattata dai media internazionali e ha portato a una feroce condanna delle Forze di difesa israeliane e della politica israeliana in Cisgiordania. Funzionari israeliani, tra cui il primo ministro e il capo di stato maggiore militare, hanno espresso rammarico per la sua morte. Anche l’amministrazione Biden ha criticato Israele e ha chiesto spiegazioni. L’Autorità Palestinese ha accusato Israele di aver ucciso Abu Akleh. L’Idf ha dichiarato che la sua indagine provvisoria non è riuscita a determinare se sia stata uccisa da armi da fuoco israeliane o palestinesi.

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Abu Akleh è stata uccisa alla periferia di Burqin, un villaggio adiacente al campo profughi di Jenin, mentre il commando Duvdevan dell’Idf stava conducendo un’operazione di arresto nel campo. Uomini armati palestinesi hanno sparato pesantemente contro il commando e le truppe aggiuntive che sono entrate nel campo. L’indagine sulla sparatoria, condotta dal col. Meni Liberty, capo della Brigata Commando (da cui Duvdevan dipende), ha rilevato sei casi di spari dell’Idf contro palestinesi armati che si trovavano vicino ad Abu Akleh e ad altri giornalisti. In uno di questi casi, un combattente di Duvdevan ha risposto al fuoco, dall’interno di una jeep blindata, contro un uomo armato. Il palestinese è sbucato da dietro un muro, mentre la jeep era a circa 190 metri dal giornalista. È durante questo incidente che l’esercito teme che Abu Akleh possa essere stato colpito. Tuttavia, il rifiuto dell’Autorità Palestinese di condurre un’autopsia e di consegnare il proiettile rimosso dal suo corpo per un esame balistico congiunto, rende difficili le conclusioni finali. Gli ufficiali dell’Idf ritengono che l’indagine finale dell’esercito non darà una risposta decisiva alla domanda su chi ha ucciso Abu Akleh.

Alla fine della seconda intifada, l’allora Avvocato Generale Militare, il Magg. Gen. Avichai Mendelblit, istituì un protocollo in base al quale nella maggior parte dei casi in cui civili palestinesi venivano uccisi in Cisgiordania e si sospettava che fossero stati causati da spari israeliani, veniva aperta un’indagine da parte della Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare – meglio conosciuta con il suo acronimo ebraico, Metzah. Ciò è in contrasto con i casi in cui gli attivisti armati sono stati uccisi in uno scambio di fuoco con le forze dell’Idf e con gli incidenti durante i combattimenti nella Striscia di Gaza, che raramente vengono indagati dalla Metzah.

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Questa volta, tuttavia, l’Avvocato Generale Militare, il Magg. Gen. Yifat Tomer-Yerushalmi, si è astenuto dall’ordinare un’indagine di Metzah. Il motivo principale è che non c’è alcun sospetto di un atto criminale: I soldati hanno testimoniato di non aver visto affatto il giornalista e di aver puntato il fuoco contro gli uomini armati, che erano effettivamente nelle vicinanze. Tuttavia, sembra che una delle ragioni della decisione sia stata la convinzione che un’indagine di questo tipo, che avrebbe dovuto interrogare come potenziali sospetti criminali i soldati per le loro azioni durante un’operazione militare, avrebbe suscitato opposizione e polemiche all’interno dell’Idf e nella società israeliana in generale.

La destra israeliana, in particolare, negli ultimi anni ha criticato aspramente ogni caso in cui viene aperta un’indagine contro i combattenti. La decisione di non aprire un’indagine penale, per la quale non è stato fatto alcun annuncio ufficiale, probabilmente provocherà critiche da parte di Washington. Il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha promesso alla famiglia della giornalista palestinese-americana uccisa, Shireen Abu Aqleh, che Washington avrebbe chiesto che la sua morte fosse oggetto di indagini adeguate.

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Il portavoce delle Forze di Difesa israeliane ha risposto che: “Durante gli arresti effettuati nel campo profughi di Jenin, il fuoco pesante e incontrollato è stato diretto contro le forze dell’Idf, così come gli spari più precisi e la detonazione di esplosivi che hanno danneggiato i veicoli dell’esercito e si sono verificati vicino alle truppe”. Le circostanze in cui si è verificato l’incidente saranno studiate in un’indagine operativa condotta dal capo dell’unità di commando”.

L’organizzazione no-profit Yesh Din ha affermato che la decisione di non autorizzare la polizia militare a indagare sull’incidente dimostra che “i meccanismi di applicazione della legge dell’esercito non si preoccupano più nemmeno di dare l’impressione di indagare. L’80% delle denunce presentate vengono archiviate senza un’indagine penale. Sembra che la politica e l’immagine contino più della verità e della giustizia. Un esercito che indaga su se stesso in un caso grave come questo dimostra ancora una volta di essere incapace o di non voler intraprendere un’indagine equa ed efficace”.

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Così Harel

Una martire per la Palestina

Assieme ad Amira Hass, Jack Khoury, storica firma di Haaretz, è il giornalista israeliano che più e meglio conosce la realtà palestinese. Scrive Khoury:” La settimana scorsa, Shireen Abu Akleh, corrispondente di Al-Jazeera, è “caduta” in servizio. È stata colpita da un singolo proiettile alla testa, mentre indossava un giubbotto antiproiettile e un elmetto e copriva gli eventi nel campo profughi di Jenin. Molto si è scritto e si scriverà sulla sua professionalità, sulle circostanze della sua morte e sull’indagine sull’incidente. Nell’arena palestinese non ci sono dubbi su chi sia il responsabile. Indipendentemente dal fatto che il proiettile sia stato sottoposto a test balistici, la presenza di un “esercito di occupazione” a Jenin è una ragione sufficiente per attribuire la responsabilità a Israele, anche se i dettagli rimangono oscuri.

In Israele, l’incidente è stato descritto principalmente come un disastro di pubbliche relazioni e meno come un ritorno del conflitto e dell’occupazione alla consapevolezza pubblica. L’obiettivo è quello di far uscire il termine “occupazione” dal lessico. Per i palestinesi, invece, la morte di Abu Akleh è diventata un evento degno dei libri di storia. La sua processione funebre è già stata definita il funerale più lungo: per tre giorni la sua bara ha attraversato città e villaggi palestinesi, tra cui Jenin, Nablus, Ramallah e Gerusalemme. Se fosse stato per i palestinesi, avrebbero cercato di proseguire fino a Betlemme e Hebron, forse fino a Gaza, per non parlare di Nazareth e Haifa. Non è un’esagerazione, queste erano le emozioni che guidavano. L’abbraccio di Abu Akleh è stato un evento raro nel panorama palestinese.

Al di là dell’elemento emotivo, la sua morte ha evidenziato una questione di fondo: L’opinione pubblica palestinese è alla ricerca di una figura o di un evento che possa trasmettere al mondo il messaggio che il popolo palestinese, ovunque si trovi, è ancora aggrappato ai propri sentimenti nazionali e al proprio diritto alla libertà e all’autodeterminazione. Questa ricerca è indipendente da qualsiasi leader o fazione particolare.

Abu Akleh è stata una reporter investigativa sul campo che ha portato la narrazione palestinese su centinaia di milioni di schermi televisivi. Questo sarebbe stato sufficiente a farle guadagnare un’accoglienza favorevole e rispettosa. Molti, anche in Israele, hanno scoperto che era cristiana solo dopo la sua morte. Questo non ha diminuito il sostegno nei suoi confronti, anzi.

Quando mai si sono visti sacerdoti pregare su un leader palestinese insieme a musulmani che recitavano la preghiera di lutto? Non era un membro di Fatah o un’attivista di Hamas. Né Mahmoud Abbas né Yahya Sinwar avevano alcuna pretesa su di lei. Questo vale anche per la comunità palestinese in Israele. Mansour Abbas, Ayman Odeh e Ahmad Tibi possono discutere all’infinito tra loro, ma sono concordi quando si tratta di Shireen Abu Akleh. Questo vale anche per i campi profughi della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e dei Paesi vicini. Non c’è una tutela hashemita su di lei, come sui luoghi santi di Gerusalemme, ma il re di Giordania Abdullah l’ha commemorata istituendo una borsa di studio a suo nome. Nessuno chiederà conto al re di Giordania e nemmeno Israele potrà opporsi. Nessuno può accusarli di commemorare il terrorismo. Shireen abbatte tutte le argomentazioni di sostegno a persone con “le mani sporche di sangue”.

La potenza dell’immagine risiede nella sua semplicità. Questo può spiegare perché la foto della bara avvolta in una bandiera palestinese e circondata da agenti di polizia israeliani è diventata l’immagine simbolo del funerale in tutto il mondo. La foto racconta la storia palestinese nella sua dolorosa essenza. Una bara contenente i resti di una donna che ha lottato a suo modo per presentare la narrazione nazionale palestinese al di là del conflitto e delle sue divisioni e lotte di potere. Una bara sollevata al di sopra della discordia, portata a spalla da giovani palestinesi che stanno affrontando una forza di polizia armata e particolarmente brutale. Una scena di morte, dolore e oppressione che, nonostante tutto, dimostra al mondo che il popolo palestinese è ancora vivo e vegeto e lotta per la propria libertà”, conclude Khoury.

Il caso è chiuso per Israele. E per noi?

Per noi europei, per noi italiani, per noi sinistra, per noi che ancora abbiamo, o diciamo di avere, una coscienza democratica? Anche per noi il caso Shireen Abu Akleh è chiuso? Per noi di Globalist certamente no. Continueremo a scriverne, non ci faremo complici di un silenzio complice. Ma gli altri? La stampa e i social? Il movimento per la pace? I parlamentari progressisti e di sinistra? Cosa intendono fare per onorare la memoria di una giornalista coraggiosa uccisa perché testimone scomoda di un’operazione militare israeliana nel campo di Jenin? Renderle giustizia è possibile se si rende giustizia al popolo palestinese, di cui Shireen era parte. Abbiamo già scritto parlando della guerra in Ucraina dei due pesi e due misure adottati dall’Europa, dall’America, dal “mondo libero”: sostegno, giusto, alla resistenza ucraina, menefreghismo assoluto nei confronti della resistenza popolare palestinese, nelle sue forme di disobbedienza civile, di non violenza attiva. Un doppiopesismo inaccettabile, che spiega molto del perché fuori dall’Europa e dall’”Occidente”, vi sia tanta diffidenza nei confronti di chi dice di stare dalla parte degli ucraini perché si è dalla parte della libertà e di un popolo che resiste all’aggressore russo. E i palestinesi? I palestinesi non resistono da almeno 55 anni all’occupazione israeliana? I palestinesi, oggi l’unico popolo al mondo sotto occupazione! Se gli ucraini hanno il sacrosanto diritto alla loro libertà, perché questo diritto viene negato ai palestinesi? Il loro è un diritto di serie B?  Giustamente il popolo ucraino difende il proprio Stato, la sua piena sovranità territoriale. E i palestinesi? Non hanno anche loro il sacrosanto diritto a vivere da donne e uomini liberi in uno Stato indipendente, entro i confini del 1967, quelli precedenti alla Guerra dei sei giorni? Un diritto peraltro indicato da almeno due storiche risoluzioni dell’Onu, la 242 e la 338, che sono però, come altre 72, sempre considerate da Israele carta straccia? Si denunciano, giustamente, i crimini di guerra commessi dalle forze armate russe in Ucraina. E in Palestina? E i crimini commessi dalle forze d’occupazione israeliane e dai coloni in armi, crimini e abusi documentati nel corso degli anni da centinaia di rapporti delle agenzie Onu, delle più autorevoli Ong internazionali nel campo della difesa dei diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch? Sulla base di quale idee di giustizia e di diritto internazionale quei crimini dovrebbero restare impuniti e neanche indagati? Può essere accettato, o subìto, questo ignobile relativismo etico?

Lo diciamo con la massima chiarezza e necessaria brutalità: si è credibili in Ucraina se si è credibili in Palestina. E per essere credibili in Palestina occorrono gesti politicamente forti. E uno di questi gesti è il riconoscimento unilaterale dello Stato di Palestina. Lo diciamo ai parlamentari democratici e di sinistra, al governo italiano il cui ministro degli Esteri, in altri tempi, si era espresso senza se e senza ma per uno Stato palestinese a fianco dello Stato d’Israele. 

Gli ucraini hanno diritto alla loro patria libera. Come i palestinesi hanno diritto, dopo 74 anni di occupazione, ad una Patria. Questo sarebbe il modo migliore per affermare che Shireen Abu Akleh non è morta invano. Sinistra, se ci sei batti un colpo.

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