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L'Ucraina subito nella Ue: un doppio messaggio a Putin e a Biden

La sicurezza dell’Europa è anzitutto una questione europea e non può essere subordinata agli interessi di un’Alleanza Atlantica sempre più a trazione Usa-Uk. 

L'Ucraina subito nella Ue: un doppio messaggio a Putin e a Biden
Rifugiati ucraini

globalist

10 Maggio 2022 - 18.56


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Accelerare il processo di adesione dell’Ucraina all’Unione europea, è cosa buona e giusta. E impellente. In tempi eccezionali, tempi di guerra, occorrono decisioni “eccezionali” quanto a rapidità e determinazione politica. L’Ucraina nella Ue sarebbe un messaggio da recapitare a due destinatari: uno è a Mosca, al Cremlino, l’altro a Washington, alla Casa Bianca. A Putin, il messaggio è traducibile, politicamente, così. L’Ucraina nella Ue non è una sfida alla Russia ma lo sbocco naturale di un processo di avvicinamento del nuovo corso di Kiev ai principi fondanti, e ai valori, dell’Unione.

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Quanto a Biden, il messaggio è questo: l’Ucraina è Europa, non Nato. E la sicurezza dell’Europa è anzitutto una questione europea e non può essere subordinata agli interessi di un’Alleanza Atlantica sempre più a trazione Usa-Uk. 

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Accelerare i tempi

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“Oggi abbiamo compiuto un altro passo, molto importante e non solo formale, nel nostro cammino verso l’Unione europea. L’Ucraina ha sottoposto la seconda parte delle risposte a un apposito questionario che deve essere compilato da ogni Paese che aspira a far parte dell’Ue. Di solito ci vogliono mesi. Ma noi abbiamo fatto tutto in poche settimane”. Esulta nell’ultimo video condiviso sui suoi canali social Volodymyr Zelensky, in riferimento al documento “di centinaia di pagine” che è stato consegnato alla Commissione europea. Ieri è stata effettivamente una giornata importante per il suo Paese: la presidente Ursula von der Leyen, dopo aver parlato con il presidente ucraino, ha fatto sapere che “l’ingresso di Kiev nell’Ue verrà deciso entro giugno”.

“Ho parlato sia con Charles Michel che con Ursula von der Leyen, li ho ringraziati per conto del popolo ucraino per il loro supporto – ha continuato nel videomessaggio Zelensky -, per la loro attenzione ai nostri bisogni specialmente in questo momento di guerra. Loro sono ben consapevoli che questo conflitto non riguarda solo la nostra libertà, ma anche quella di tutti gli europei. Ci aspettiamo di ricevere una risposta positiva entro giugno per quanto riguarda l’acquisizione dello status di candidato all’Ue per il nostro Paese”.

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Uno sviluppo complicato

A illustrarlo, in un documentato report su Il Post a firma Luca Misculin. 

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Scrive tra l’altro Misculin: “Il 28 febbraio, appena quattro giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky inviò un video al Parlamento Europeo per chiedere che al suo paese fosse garantita una corsia preferenziale per entrare nell’Unione Europea. Zelensky spiegò che l’invasione russa aveva reso necessario prendere una posizione netta, e che il suo governo aveva scelto di avvicinarsi quanto prima all’Unione Europea per allontanarsi definitivamente dall’influenza della Russia.

Da allora il governo ucraino ha fatto una richiesta ufficiale per avviare le procedure di ingresso, accolta con favore da una maggioranza trasversale al Parlamento Europeo e da diversi governi dell’Unione. A meno di sorprese la Commissione Europea approverà la richiesta nel giro di qualche settimana. . La possibilità che l’Ucraina aderisca all’Unione Europea, insomma, sembra improvvisamente assai concreta: ma ci sono dei ma.

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Entrare nell’Unione Europea è un processo enormemente complesso, che richiede sforzi straordinari sia da parte delle istituzioni europee sia da parte del governo del paese che chiede di entrare, oltre a tempi lunghissimi e incerti e un esito tutt’altro che scontato. Negli ultimi anni le procedure di ingresso si sono ulteriormente complicate per via del timore che alcuni paesi siano stati fatti entrare nell’Unione troppo frettolosamente. L’Ucraina poi è un paese in guerra, con tutti i problemi che questo comporta: ma ancora prima dell’invasione russa c’erano estesi dubbi sul fatto che il paese potesse anche solo valutare di chiedere di entrare nell’Unione.

Diversi osservatori ritengono che l’avvicinamento dell’Ucraina all’Unione Europea sarà molto importante dal punto di vista simbolico, ma hanno sempre più dubbi sul fatto che possa produrre effetti concreti nel breve o medio termine. Qualche analista sostiene anche che sottoporre l’Ucraina a un processo di questo tipo, in questo momento storico, rischi persino di essere controproducente sia per gli interessi ucraini sia per quelli dell’Unione Europea.

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Semplificando molto, la procedura che un certo paese deve seguire per entrare nell’Unione si divide in tre passaggi.

Per prima cosa va fatta una richiesta formale per diventare un candidato ufficiale. Dopo che la richiesta è stata accettata, inizia la fase più complessa della procedura, cioè una serie di negoziati per stabilire se il paese sia pronto a entrare nell’Unione e cosa debba fare concretamente per rispettare gli standard richiesti dai trattati europei. Una volta conclusi i negoziati, l’adesione del nuovo membro deve essere approvata a tutti i livelli dell’Unione, sia dalle istituzioni comunitarie sia dai 27 parlamenti nazionali.

«Entrare nell’Unione non è un evento singolo ma un processo», ha spiegato   a Euronews Corina Stratulat, analista dello European Policy Centre (Epc): «ci vuole tempo, pazienza e una grande disponibilità da entrambe le parti».

Ottenere lo status di paese candidato è un passo relativamente semplice: è sufficiente un rapporto della Commissione Europea che descriva le condizioni generali in cui si trova il paese e dia parere favorevole all’avvio della procedura di ingresso. Il rapporto va poi approvato all’unanimità dai rappresentanti dei governi nazionali riuniti nel Consiglio dell’Unione Europea.

In media per compiere questo passaggio serve circa un anno e mezzo: nel caso dell’Ucraina, se come sembra lo status di candidato ufficiale verrà garantito a giugno, sarà stato completato in circa quattro mesi. La parte più difficile inizierà in quel momento.

Una volta che un certo paese ottiene lo status di candidato ufficiale inizia la delicatissima fase in cui l’Unione Europea deve accertarsi che quel paese sia effettivamente pronto per diventare membro nell’Unione. È in sostanza una lunghissima marcia di avvicinamento per assicurarsi che fin dal primo giorno in cui sarà uno stato membro, se mai lo diventerà, quel paese rispetterà tutte le leggi europee negli ambiti più disparati: a partire dall’indipendenza dei tribunali e della magistratura, passando per gli strettissimi parametri sanitari con cui dev’essere conservato il cibo nei ristoranti e nei supermercati, l’allineamento del regime fiscale, le leggi sulla libertà di stampa e sulla concorrenza nel settore pubblico e privato, e moltissimo altro ancora.

Gli standard europei sono definiti in linea generale dai cosiddetti criteri di Copenaghen definiti nel 1993. Da allora sono stati più volte aggiornati, ma mai davvero riformati. Prevedono che un paese che desidera entrare nell’Unione si allinei agli standard europei in sei ambiti generali – questioni fondamentali; mercato interno; competitività e crescita; agenda verde; agricoltura e coesione; relazioni esterne – per un totale di 35 capitoli.

Per ognuno di questi capitoli i negoziati seguono una traiettoria precisa. I rappresentanti delle istituzioni europee e dei governi nazionali, insieme a quelli del paese candidato, fanno una panoramica delle leggi europee in vigore in quell’ambito, poi valutano a che punto è la legislazione nazionale e si mettono d’accordo su come colmare la distanza fra le due. I capitoli si affrontano uno alla volta. Soltanto quando sono stati chiusi tutti e 35 si possono dichiarare conclusi i negoziati, e passare così alla fase finale della procedura di adesione…”.

Fin qui Misculin

La ricostruzione

A darne conto, su EuropaToday è Daniele Prestigiacomo. 

“Fare stime sui costi della ricostruzione con la guerra ancora in corso e senza sapere che ne sarà dell’integrità territoriale del Paese non è certo semplice – osserva l’autore -. Di certo, si tratterà di costi ingenti. Il governo di Kiev ritiene che la cifra raggiunga i 1.000 miliardi di dollari, di cui cui un decimo solo per coprire i danni alle infrastrutture. C’è poi il sostegno alla fornitura di servizi pubblici, che secondo quanto comunicato da Zelensky direttamente a von der Leyen si aggira tra i 5 e i 7 miliardi per coprire stipendi e spese sociali. Al mese. Altro settore di aiuti dovrà per forza riguardare le aziende colpite dalla guerra: sempre Kiev stima che circa un terzo delle imprese abbia completamente interrotto le proprie attività e il 45% abbia ridotto la produzione. In particolare, scrive Bloomberg, “la guerra ha colpito il settore agricolo, una delle attività economiche centrali del Paese, poiché grandi porzioni di terra non possono essere utilizzate, gli agricoltori devono far fronte a costi crescenti e le esportazioni sono ostacolate”. Stime meno “politiche”, ma basate su analisi economiche più scientifiche parlano comunque di centinaia di miliardi di dollari, che è poi quanto già i funzionari Ue che stanno studiando il dossier hanno prospettato ai leader dei 27. La Kyiv School of Economics calcola  che il costo complessivo della guerra per l’economia ucraina sia di 600 miliardi di dollari. Uno studio del Cepr (Center for economic policy research), prestigioso think tank basato a Bruxelles, stima che gli aiuti esterni necessari alla ricostruzione (ossia al netto dell’apporto nel tempo delle stesse casse ucraine) potrebbero variare tra i 200 e i 500 miliardi di euro a seconda di determinati fattori.

Per il Cepr, la cui analisi è stata redatta da esperti di università prestigiose, da Harvard al Mit, passando per la già citata Kyiv School of Economics, al di là dell’importo esatto della ricostruzione, quello che conta è che l’Ue guidi questo processo. Non da sola, chiaramente: occorrerà il coinvolgimento di istituzioni multilaterali, come il Fondo monetario internazionale (Fmi) o la Banca mondiale, e in particolare gli Usa. Inoltre, sarà necessario promuovere conferenze di donatori, almeno nella prima fase, come già abbozzato dalla Commissione di recente. Ma il Cepr avverte che il multilateralismo potrebbe compromettere una risposta rapida alla ricostruzione, per via degli interessi contrastanti dei membri di Fmi e Banca mondiale. Ecco perché Bruxelles dovrebbe assumere il timone delle operazioni, anche sobbarcandosi il grosso delle spese. E farlo con un obiettivo chiaro fin da subito: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue.

L’adesione all’Ue

Lo studio del Cepr non entra nel dettaglio dei possibili vantaggi per l’Ue di un’adesione dell’Ucraina al blocco, ma si limita a legare tale prospettiva alla necessità che “gli aiuti siano gestiti in modo pienamente coerente con le politiche e le procedure dell’Ue”, in modo da “fornire un’ancora credibile per le riforme istituzionali (dell’Ucraina, ndr)” e creando un clima di “fiducia per gli investimenti privati”. Ma come le analisi di questi giorni di media ed esperti di tutto il mondo hanno sottolineato, l’importanza strategica ed economica di questo Paese è chiara: lo è per la sua posizione geografica, crocevia tra Est e Ovest. Lo è per la sua produzione agricola e per le sue riserve energetiche, dal gas al carbone, passando per il nucleare. Senza dimenticare il sottosuolo ricco di minerali. […]. quando si tratta di adesione all’Ue i tempi non sono certo immediati. Alla Croazia, che come l’Ucraina usciva da una guerra, ci vollero 8 anni per diventare candidata, e altri 10 anni per entrare ufficialmente nell’Ue. La Polonia firmò l’accordo di associazione nel 1994, e solo un decennio dopo si aggiunse al club di Bruxelles. L’Ucraina potrebbe pure bruciare le tappe, ma questo pone una serie di problemi. Il primo è che l’Ue dovrebbe finalmente spalancare le porte almeno ad Albania e Macedonia del Nord, che dopo lustri di attesa e negoziati, attendono solo il definitivo via libera dei governi dei 27 per entrare. Ma la Francia ha finora bloccato questo ultimo passo. 

Il secondo è che prima di aderire al club bisogna avere le carte in regola, ossia attuare riforme strutturali per allinearsi ai principi democratici ed economici dell’Ue. Prima dell’invasione della Russia, e nonostante l’accordo di associazione già in vigore (che richiede già tali riforme), l’Ucraina era considerata ancora una democrazia debole dalla stessa Ue. Un report del 2020 del Parlamento europeo sottolineava come l’Ucraina sconti ancora gravi carenze sotto il profilo dello stato di diritto, dei sistemi anticorruzione, ma anche del rispetto dei diritti umani. 

Secondo diversi analisti, tali problemi potrebbero venire risolti dalla classe politica ucraina in tempi più rapidi di quanto fatto finora proprio in seguito al conflitto e allo “stimolo” di una chiara prospettiva di integrazione nell’Ue…”, rimarca ancora Presigiacomo.  

Una ragione in più per avere l’Ucraina nella Ue. Il prima possibile. A tempi eccezionali, scelte eccezionali. Immediate.

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