Il Pd di Schelin va all'attacco sul salario minimo ma il governo Meloni non lo vuole
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Il Pd di Schelin va all'attacco sul salario minimo ma il governo Meloni non lo vuole

La segretaria Elly Schlein si rivolge direttamente alla ministra: «vorrei ricordarle che ci sono tre milioni di lavoratrici e lavoratori poveri

Il Pd di Schelin va all'attacco sul salario minimo ma il governo Meloni non lo vuole
Elly Schlein
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1 Luglio 2023 - 21.58


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 Mentre i leader delle forze di opposizione esprimono soddisfazione per l’accordo raggiunto sul salario minimo, dal governo arriva la prima doccia fredda. La ministra del Lavoro Marina Calderone non usa giri di parole: «non sono convinta che al salario minimo si possa arrivare per legge».

Posizione apprezzata dal capogruppo di Fratelli D’Italia alla Camera Tommaso Foti: «bene ha detto Calderone, una legge non serve». L’altolà arriva appena qualche ora dopo la firma della proposta di legge unitaria di Pd, M5s, Azione, Avs e +Europa. Ma i Dem non ci stanno e rilanciano. «Il no del governo è un errore, ci batteremo per superarlo», afferma il responsabile Economia del Nazareno Antonio Misiani.

La segretaria Elly Schlein si rivolge direttamente alla ministra: «vorrei ricordarle che ci sono tre milioni di lavoratrici e lavoratori poveri in Italia e che questo governo non può non capire che sotto una certa soglia non si può parlare di lavoro ma è sfruttamento».

A suscitare la replica immediata in casa Pd è la convinzione espressa da Calderone sull’urgenza di «investire sulla contrattazione collettiva di qualità». A cui Schlein ribatte: «la proposta delle opposizioni rafforza la contrattazione collettiva perché fa valere per tutti i lavoratori di un settore la retribuzione complessiva prevista dal contratto comparativamente più rappresentativo».

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Ma sulla proposta arriva il gelo anche dal segretario della Cisl Luigi Sbarra il quale sostiene che bisogna agire con i contratti. Al di là del botta e risposta, la posizione del governo frena gli entusiasmi e fa capire che la strada per la proposta delle opposizioni è tutta in salita. Consapevolezza che non manca tra i firmatari. La deputata Dem Debora Serracchiani annuncia una «battaglia parlamentare con le altre opposizioni». E il segretario di Più Europa Riccardo Magi rafforza il concetto: «non tollereremo in alcun modo che il salario minimo non venga calendarizzato e discusso nel più breve tempo possibile».

In attesa che la proposta intraprenda il suo iter alla Camera e che le opposizioni tentino di scalfire il muro già eretto dalla maggioranza, i Dem non fanno a meno che sottolineare la portata dell’accordo. Per la coordinatrice della segreteria Pd Marta Bonafoni, quella di ieri è «una giornata importante per chi crede nel rilancio del Partito democratico come grande soggetto di ricostruzione del campo progressista». Parola, quella di «campo», che però non mette tutti d’accordo. E da cui cominciano le operazioni di smarcamento. Il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte parla piuttosto di «convergenze sui temi». Con il Pd, aggiunge, «il consolidamento di un’intesa politica è un processo che necessita di tempo». Il ragionamento, nel M5s, è che il «campo largo» è una formula che ha già fatto il suo tempo, nonostante si guardi alla proposta sul salario minimo come a un esperimento riuscito.

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Ma è da Azione che arriva la presa di distanza più netta. «Nessun prologo di campo largo», ma «una norma di assoluto buonsenso», dice il leader Carlo Calenda. Che fa sapere di aver chiesto alla premier Meloni un incontro sul tema salario minimo. Osvaldo Napoli, componente della segreteria, avvisa: «se qualcuno pensa di agitare la proposta come un’arma contro il governo temo che non abbia capito lo spirito con cui Azione ha partecipato alla sua elaborazione».

Nel partito qualcuno teme che con questo accordo Azione cominci a essere assimilata alla «foto di Campobasso», quella di Schlein, Conte e Fratoianni al bar con la limonata. Timori che diventano certezze dalle parti di Italia Viva, dove si guarda a quella di Calenda come a una chiara prova di campo largo. La scelta di non firmare la proposta di legge, in Iv, si vive soprattutto come un atto politico. Renzi e i suoi in un campo, che sia largo, ristretto, o progressista, non ci vogliono stare, né ora, né mai. La mossa, semmai, è quella di occupare spazio al centro.

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