Erri De Luca: I calzini sono il confine, dopo serve una exit strategy
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Erri De Luca: I calzini sono il confine, dopo serve una exit strategy

Settantacinque anni, corporatura di un alpinista. Al Festival del co-housing porta una voce laterale e scomoda: quella di chi misura l'autonomia in gesti quotidiani e non ha paura di nominare il momento in cui finisce

Erri De luca - festival del co-housing 2026 - intervista di Alessia de Antoniis
Erri De Luca
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4 Aprile 2026 - 17.03


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di Alessia de Antoniis

C’è una soglia precisa, per Erri De Luca, oltre la quale l’autonomia smette di essere un valore e diventa un problema da risolvere. Non è l’età anagrafica, non è la diagnosi di un medico. Sono i calzini. «Riesci a infilarti i calzini da solo? Allora sei indipendente.» La battuta, che lui stesso definisce «di quelle importanti», me la butta là mentre chiacchieriamo nell’atrio dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione dell’inaugurazione del festival del co-housing. E taglia l’aria con la precisione di una sentenza.

«Il traguardo, giorno per giorno, è restare indipendenti. Si conquista, si mantiene. E poi arriva il momento in cui si diventa dipendenti dagli altri. Lì bisogna inventarsi un’exit strategy dalla vita. Il modo di togliersi di mezzo senza essere di peso.»

De Luca parla come scrive: frasi brevi, nessuna parola di troppo. Ha la corporatura di chi ha scalato le Dolomiti per decenni: asciutto, compatto, e il viso di chi ha vissuto all’aperto e non se ne pente. Gli occhi sono chiari e fermi, quelli di uno che ha smesso da tempo di cercare approvazione. Settantacinque anni portati senza nessuna intenzione di ammorbidirli.

C’è differenza tra stare soli e sentirsi soli?

«Per me è uguale. Sto da solo e mi sento solo: felicemente solo. Quando voglio compagnia me la procuro. Siccome faccio lo scrittore, sono spesso sollecitato a comparire da qualche parte, come oggi per esempio. Ma è un’eccezione. Preferisco stare per la gran parte del tempo da solo.»

Se si fa fatica a stare in comunità da giovani, nelle famiglie, da anziani com’è? Lei ci crede nel co-housing?

«È un esperimento. È all’inizio. Può essere che si diffonda, che si diversifichi, che riesca a raccogliere il massimo numero di persone che in questo momento non hanno un’alternativa. Noi abbiamo vissuto nelle comuni: noi ragazzi e compagni di allora. Quella era una condivisione di tutto: stili di vita, idee politiche, risorse. Chi ne aveva di più ne metteva, si distribuiva in parti uguali, scambiandoci le reciproche debolezze e capacità. È la cellula base, in condizioni di emergenza. Come le formiche che finiscono nell’acqua: si accorpano, galleggiano. Quando non ci sono le condizioni di emergenza, uno può stare bene anche da solo. Ma nell’emergenza, mettersi insieme è la formula antica della specie.»

De Luca parla del co-housing senza retorica. Non lo rifiuta, ma non lo carica di un valore salvifico. Quando l’emergenza non c’è, dice, si può stare anche bene da soli. Quando arriva, stare insieme non è un valore: è una necessità. Nel mezzo, resta il terreno più fragile: quello di una società che continua a raccontare l’autonomia come un dovere e che fatica a costruire alternative accessibili. Il co-housing si inserisce lì, tra ciò che manca e ciò che si prova a inventare. Ma la domanda che De Luca lascia sospesa non riguarda le forme dell’abitare. Riguarda il limite. Il punto esatto in cui l’autonomia si interrompe. E tutto quello che, da lì in poi, non può più essere risolto con un modello.

Il Festival del Co-Housing è promosso dall’Assessorato alle Politiche Sociali e alla Salute di Roma Capitale, voluto dall’Assessora Barbara Funari, e realizzato da Doc Servizi in partnership con Auser Lazio, Cooperativa Risvolti e Cooperativa Prassi e Ricerca, con il finanziamento del PNRR — NextGenerationEU. Il progetto di animazione territoriale prosegue fino al 13 giugno 2026 in tutti i quindici Municipi di Roma.

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