«Alzi la mano chi di voi si ricorda lo straordinario e stupefacente inseguimento iniziale, sorretto dalla sorprendente colonna sonora dei fratelli De Angelis, tra l’auto della Polizia e l’ambulanza nel film La polizia incrimina la legge assolve? Beh… ragazzi, io c’ero!!!». Principia così l’introduzione di Andrea Girolami al libro da lui curato La polizia incrimina la legge assolve. Il film che ha creato un genere (Bloodbuster edizioni, pp. 349, € 20). Quell’inseguimento, tra le vette del cinema poliziesco italiano che negli anni ’70 sostituì il western nel cuore degli spettatori, riscuotendo un successo planetario, è una delle tante perle di una pellicola e di un regista ormai da anni assurti a cult, anche grazie alla sconfinata ammirazione manifestata da un regista come Quentin Tarantino. Diciamoci la verità: non ci voleva un cineasta americano, per quanto ragguardevole, ad aprirci gli occhi. Il cinema di genere italiano, ed in particolare il poliziesco (evitiamo lo sprezzante epiteto «poliziottesco» creato da una critica ideologica e miope), è tra i più alti raggiungimenti della nostra settima arte.
Ma bando alle ciance: il libro, dunque. Andrea Girolami è il figlio del regista del film, Enzo G. Castellari, riconosciuto maestro dell’action movie (G. sta per Girolami, Castellari è il cognome della madre), nonché nipote del prolifico cineasta Marino Girolami, il quale era il fratello di Romolo Guerrieri (altro nome de plume): insomma, tre registi che hanno fatto la storia della cinematografia italiana in ogni sua declinazione. Egli stesso uomo di cinema, nonché cercatore di memorie da tramandare, l’autore ha condotto un’articolata, pervicace intervista al padre, titillandone i ricordi per raccontare tutto, ma proprio tutto di quel poliziesco che, seppur non ha propriamente «creato» il genere cui appartiene, lo ha certamente ricodificato, con una serie di geniali invenzioni e un montaggio che proponeva «ritmo e soluzioni che in Italia non si erano mai visti», come rievoca Gianfranco Amicucci, l’assistente del montatore del film, Vincenzo Tomassi, che lo assemblò con il regista.
Una preziosa miniera, le memorie di Castellari: come nacque la pellicola, come fu scritta e sceneggiata, come si selezionarono il cast e la troupe, come si girarono le scene, come si scelsero i costumi, il ruolo insostituibile degli stuntmen (personaggi assolutamente leggendari, ancorché poco noti al grande pubblico): insomma, aneddoti e notazioni critiche a profusione, molti mai rivelati in precedenza. Un gustosissimo pane per i denti affilati degli appassionati del genere, ma anche per gli studiosi. La voce icastica di Castellari, sapientemente “diretta” dalle puntigliose e intelligenti domande del figlio Andrea, ci conduce infatti non soltanto per gli affascinanti boulevard della settima arte, ma nel panorama “in cinemascope” di tutto un periodo storico, complicato, violento, cupo, inquietante quanto si vuole, ma straordinariamente fecondo riguardo ad arte e creatività: quegli anni ’70 che a imprigionarli nella trita immagine di «anni di piombo» si fa una violenza storiografica. Certo, con il cinema si può anche fare storia, persino con quello che i soloni non considerano “autoriale”: basta sfogliare questo denso volume per rendersene conto, pagine in cui tornano personaggi all’epoca notissimi, come il commissario Calabresi, la giovane Milena Sutter rapita e poi uccisa, il sequestro del rampollo della famiglia genovese Gadolla, la strategia della tensione, e così via.
Ma la lunga intervista al regista (ben oltre le cento pagine) non è l’unico documento che rende inestimabile il libro: ad essa se ne affiancano altre, interessantissime, ad alcuni membri del cast e della troupe, a cominciare dalla testimonianza di Franco Nero, il protagonista, anche autore della prefazione, in cui spiega il destino che lo ha portato a interpretare questo lungometraggio. Seguono le interviste a Guido De Angelis, che col fratello Maurizio firmò la colonna sonora anch’essa consegnata alla storia; alla parrucchiera Giusy Bovino, colei che permise l’incontro tra Castellari e Nero, dunque la persona grazie alla quale si poté realizzare il film; all’attore e stuntman Massimo Vanni, figura ricorrente nel cinema prodotto dal clan Girolami; a Stefania Girolami, figlia del regista con un ruolo (la figlia del commissario Belli interpretato da Franco Nero, brutalmente assassinata per vendetta dai criminali, una delle scene emotivamente più intense di tutto il genere); a Gianfranco Amicucci, assistente al montaggio; all’operatore della macchina da presa Roberto Girometti; al produttore e soggettista Maurizio Amati. Il film, il momento storico in cui venne realizzato, sono dunque ricostruiti con puntiglio da storico, un prisma sfaccettato di testimonianze che ce lo restituiscono in tutta la sua smagliante forza visiva.
Ma non finisce qui: per dare ulteriore spessore e rigore filologico alla sua ricerca, l’autore ha rintracciato alcune recensioni apparse all’uscita della pellicola, e, scelta che sarà certo apprezzatissima dai lettori, ha corredato il volume di un apparato iconografico invero notevole, con decine e decine di foto: dei sopralluoghi, di scena, di documenti, di fotobuste italiane ed estere, di tutti gli attori presenti; e, dulcis in fundo, la sceneggiatura originale. Insomma, un libro di una completezza e una ricchezza documentaria ammirevole; le «super chicche per tutti gli appassionati» che ci si promettono sono confermate dalla sua lettura, che ci rivela un mucchio di cose, ad esempio, che il titolo di lavorazione era Pronto centrale… Un’altra vittima orrendamente mutilata…, che la prima scelta del regista per il ruolo del commissario era Robert Redford, il rapporto privilegiato che Castellari ebbe con il grande produttore, esercente e distributore Edmondo Amati – siamo nella storia del cinema di quegli anni–, e con i musicisti, i segreti della post-produzione (il montaggio, il missaggio dei suoni e degli effetti), i luoghi dove fu girato (Genova, Rapallo, Marsiglia, Barcellona, Roma) – ormai, anche le comparse più sfuggenti di quel film hanno un nome. E le sorprese non mancano.
In definitiva, una lettura gradevole, magari propedeutica ad una più attenta e partecipata visione del film – un tuffo nel nostro passato che sarebbe “un crimine” dimenticare.