di Mariano Sabatini
Un libro monumentale sulla vita, le opere e forse i miracoli – <<Credibilità, conservarla una sfida perenne>> è di per sé un miracolo – su un ex premiere ed ex numero uno della Banca Centrale Europea, collezionista di incarichi per dirla tutta, che si legge come un romanzo. Quello di una vita, non facile, giocata da tempo ai vertici. Si tratta di “Mario Draghi. La speranza non è una strategia” della giornalista Cristina La Bella per l’editore Santelli, in cui sono riepilogate le notevoli gesta del Nostro, senza dimenticare gli aspetti più intimi e privatissimi di uno stacanovista praticamente insonne, che non rinuncia alla passeggiata mattutina con gli adorati cani a Villa Borghese, alle cene con gli amici, magari davanti a una partita di calcio, che si presenta in giacca in pieno inverno, che viene ribattezzato da Dagospia Mario Pio, per dargli una riverniciata di umanità e simpatia. Il libro è stato apprezzato dallo stesso Mario Draghi, che non ha mancato di ringraziare l’autrice, e presto varcherà i confini nazionali perché sarà tradotto per i paesi di lingua inglese. E chissà che nei prossimi anni non ci ritroveremo il protagonista di questa bella biografia al Quirinale, meglio conoscerlo bene.
Come mai una filologa letterata come te ha deciso di dedicare le sue energie e la sua attenzione a un personaggio delle istituzioni e della politica?
È questa la classica domanda che gli americani definirebbero da «one million dollar». Battute a parte, sono convinta che la filologia sia un metodo: leggere con attenzione, contestualizzare, verificare le fonti, interrogare le parole e anche i silenzi. La politica istituzionale è fatta di questo: linguaggio, visione che si traduce in scelte. A colpirmi è stato, inizialmente, l’eloquio di Draghi. Parlo del discorso al Meeting di Rimini del 2020: l’appello ai giovani, l’idea del “debito buono” e del “debito cattivo”. Quando è arrivato a Palazzo Chigi, da giornalista, ne ho seguito il mandato e la mia curiosità si è intrecciata con la cronaca. La letteratura mi ha insegnato a riconoscere le parole che restano e alcune pronunciate da Draghi hanno il peso della storia.
Hai subito una sorta di fascinazione/invaghimento intellettuale per Draghi?
Che io stimi Draghi è evidente. Lo ammiro per ciò che di importante ha fatto (e continua a fare) per l’Unione Europea. Non parlerei però di invaghimento: è un termine che appartiene al lessico sentimentale, non a quello professionale. Credo di aver fatto il mio mestiere. Il giornalista è uno che si fa domande. Se una figura pubblica incide profondamente sul proprio tempo, il compito non è innamorarsene o detestarla, ma provare a capirla. Analizzarne le parole, le conseguenze delle sue azioni. La curiosità intellettuale è altra cosa rispetto alla fascinazione: implica distanza, verifica, confronto con i fatti. Ed è quella distanza che ho cercato di mantenere nel libro, dove ci sono le luci, ma anche le ombre, le critiche, i passaggi controversi.
Che tipo di lavoro, immagino oneroso, ha richiesto una simile pubblicazione?
È stato un lavoro lungo e, per certi aspetti, complesso. Anche perché parliamo di una figura vivente, con tutto ciò che questo comporta: un processo ancora in fieri. Ho lavorato su documentazione economica, discorsi ufficiali, interventi parlamentari, analisi della stampa internazionale. Ma la parte più delicata è stata un’altra: evitare sia l’agiografia sia il pamphlet. In un clima polarizzato era facile scivolare in una narrazione celebrativa o, al contrario, demolitoria. Ho cercato di mantenere un equilibrio, un po’ da funambolo. Ho dovuto continuamente rimettere in discussione ciò che pensavo di aver capito.
Quali erano le preoccupazioni iniziali? Si sono disciolte?
Un po’ di timore c’era. Draghi è una figura divisiva, e il rischio era che il libro venisse giudicato prima ancora di essere letto. Per me era anche un esordio nella saggistica su un personaggio così esposto. Non temevo il confronto critico, quello è necessario, ma la semplificazione. In realtà, il volume usa Draghi anche come una lente di ingrandimento per ripercorrere settant’anni di storia italiana ed europea. Non è soltanto un ritratto, ma una chiave di lettura per comprendere alcuni meccanismi del nostro presente. Quando questo viene colto, le preoccupazioni si sciolgono.
È stato facile collocare questo ponderoso volume?
“Ponderoso” lo prendo come un complimento. Non è stato semplicissimo trovare un editore, ma credo siano difficoltà con cui molti fanno i conti. Non volevo né auto-pubblicarmi né affidarmi a editori a pagamento. Santelli ha creduto nel progetto fin dall’inizio e gli sono grata per questo. È una casa editrice milanese che pubblica volumi non legati alla logica del consumo immediato. Era la collocazione giusta per questo lavoro.
Cosa ti ha stupito di più lavorando al libro, procedendo nella documentazione, dell’uomo, dell’economista e del politico?
Bella domanda. Dell’uomo mi ha colpito la riservatezza con cui conduce la sua vita. In un tempo di sovraesposizione costante, è un tratto controcorrente. Dell’economista la capacità di mantenere la calma quando altri perderebbero la testa. Draghi sa muoversi nelle istituzioni europee con fermezza, senza alzare il tono, ma senza arretrare. Del politico, anche se non lo è in senso stretto, mi ha colpito il fatto che non sembri interessato a piacere. Non ha mai strizzato l’occhio al sondaggio del giorno o al like sui social. Questa caratteristica gli ha dato una libertà non comune.
Ritieni che di Draghi avremmo e avremo ancora bisogno?
Non credo negli uomini della provvidenza. Credo però che in alcune fasi storiche competenza, credibilità internazionale e senso delle istituzioni siano risorse rare. In questo senso, figure con il profilo di Draghi possono essere ancora utili, soprattutto in un’Europa attraversata da tensioni geopolitiche ed economiche come quelle di oggi.
Come giudichi il suo lavoro in Europa e come premier?
In Europa il «whatever it takes» ha segnato un cambio di paradigma: non solo una frase efficace, ma una svolta nel modo di concepire il ruolo della Banca Centrale. Da presidente del Consiglio ha operato in un contesto politico fragile. Si possono discutere singole scelte, ma è difficile negare che abbia restituito all’Italia una credibilità internazionale che si era affievolita.
In quale ruolo lo vedresti bene ora?
È una figura che rende al meglio nelle sedi europee e internazionali, dove contano visione strategica e autorevolezza. Si parla molto di lui ultimamente, come inviato speciale o commissario Ue, temo però che l’errore sia sempre tirarlo per la giacca. Draghi farà ciò che riterrà più coerente con il suo percorso istituzionale.
È ipotizzabile immaginarlo come futuro Presidente della Repubblica?
Ha il profilo per un ruolo come quello, ma il Quirinale è sempre il risultato di un equilibrio politico complesso. Dipende dal momento storico e dalle convergenze possibili.
Sei soddisfatta dell’accoglienza del tuo lavoro?
Prima di questo libro avevo già scritto saggi confluiti in volumi, ma non immaginavo quanto la promozione fosse un lavoro vero e proprio, quasi a tempo pieno. Sono stata molto felice della recensione uscita sul «Corriere della Sera» pochi giorni dopo la pubblicazione, e poi di quelle di ANSA, «L’Unità», «La Ragione». Sono segnali che fanno piacere, perché indicano attenzione. Gli spazi per la saggistica non sono molti, specie se non si è nomi già consolidati. Organizzare presentazioni richiede energie e risorse. Questo libro è stato poi una sorta di termometro: mi ha fatto capire chi ha creduto davvero nel lavoro e lo ha sostenuto. Alcuni mi hanno davvero stupita in positivo! Delusioni? Beh, sì, ce ne sono state. In questi mesi ho avuto inoltre la fortuna di conoscere persone nuove: per chi scrive e crede nella cultura, le connessioni sono fondamentali.
Pensi ci sarà una traduzione dell’opera?
Sei un veggente? Il 27 marzo uscirà l’edizione inglese col titolo “Mario Draghi. Hope is not a strategy”, a cura di Andrea Monaci, già preordinabile sul sito di Santelli. Ed è un’immensa soddisfazione.