Ilenia Lucci: la lirica nei borghi della Marsica (e non solo)
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Ilenia Lucci: la lirica nei borghi della Marsica (e non solo)

Dall’opera al sacro e al barocco: la musica come progetto culturale continuo per valorizzare territori e luoghi storici

Ilenia Lucci: la lirica nei borghi della Marsica (e non solo)
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

18 Febbraio 2026 - 23.36


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di Alessia de Antoniis

C’è una generazione di cantanti lirici che non aspetta il teatro per esistere, ma costruisce il proprio pubblico partendo dai luoghi, dalla memoria, dall’ascolto reale.
Ilenia Lucci appartiene a questa linea: una voce che nasce in provincia, attraversa il rigore del conservatorio e torna nei territori per trasformare chiese, borghi e spazi storici in palcoscenici vivi.

Soprano lirico leggero dal timbro caldo, con una formazione che intreccia musica e studi giuridici, Lucci porta la lirica fuori dai circuiti tradizionali senza impoverirla, anzi restituendole un contatto diretto con le persone. La sua esperienza racconta cosa significa oggi costruire una carriera artistica lontano dai grandi centri, e perché la musica può diventare strumento concreto di identità culturale.

Accanto al lavoro nei territori, il suo percorso include anche esperienze internazionali e contesti istituzionali: dai concerti negli Stati Uniti alle esibizioni per il Principe Michael di Kent, fino alle collaborazioni con le fanfare dei Carabinieri di Roma e Padova.

Ilenia Lucci inizia a studiare canto a diciassette anni, con un’insegnante privata ad Avezzano. “È stata lei a notare subito la mia predisposizione sia per la musica leggera che per il canto lirico, e a consigliarmi di preparare l’esame di ammissione in conservatorio – racconta.

Nel settembre del 2005 ho sostenuto l’esame al Conservatorio “Alfredo Casella” dell’Aquila e sono stata ammessa tra le prime posizioni: da lì è cominciato il mio percorso vero e proprio. All’inizio studiavo come mezzosoprano, poi con il lavoro tecnico ho scoperto la mia vera vocalità e mi sono diplomata come soprano lirico leggero.

E com’è stato farlo partendo da una realtà di provincia?

Non è stato semplice, soprattutto vivendo in un territorio dove non esiste una forte tradizione teatrale come in città come Bologna, Parma o Milano. Ho dovuto cercare occasioni di ascolto, spostarmi molto tra Roma, Bologna e la Liguria, seguire masterclass e confrontarmi con insegnanti diversi. Tutto questo è stato possibile grazie al sostegno della mia famiglia, soprattutto nei primi anni in cui non lavoravo ancora stabilmente.

La vicinanza con Roma mi ha aiutata tantissimo: ho potuto approfondire ruoli d’opera, come nel lavoro fatto con il maestro Donato Renzetti su Le nozze di Figaro di Mozart, studiando il personaggio di Susanna dal punto di vista tecnico e interpretativo.

Cosa manca ancora oggi nei territori per far crescere un talento lirico?

Direi spazi protetti di esperienza: una sorta di “palestre artistiche”. Il passaggio dalla sala studio al palcoscenico è enorme, anche psicologicamente. Concerti dedicati ai giovani, opere in forma di concerto, piccole produzioni permetterebbero di crescere senza bruciare le tappe, affrontando gradualmente anche l’ansia da prestazione.

Il suo repertorio attraversa lirica, sacro, arie antiche e anche lieder. È una scelta estetica o una necessità?

È sicuramente una scelta di gusto personale. Amo profondamente il repertorio sacro, quello antico e barocco, la lirica e i lieder, ma nasce anche dai contesti in cui canto.

Quando ci si esibisce in una chiesa, per esempio, è naturale privilegiare la musica sacra o determinati repertori. Collaboro spesso con altri musicisti e cantanti, e ogni luogo suggerisce una scelta artistica.

La lirica è stata il mio primo grande amore: ho iniziato proprio con l’aria di Cherubino Non so più cosa son, cosa faccio dalle Nozze di Figaro. Ma esplorare altri linguaggi musicali è stato fondamentale per conoscere davvero la voce, capirne le possibilità, le sfumature.

Ogni repertorio richiede attenzioni tecniche diverse, ma ho scoperto che la mia voce può attraversare mondi musicali differenti. Ed è una ricchezza enorme.

Che cosa significa per lei esibirsi nelle chiese e negli spazi storici della Marsica?

Significa portare la lirica in luoghi di ascolto autentico. Spazi carichi di memoria, di silenzio, dove la voce risuona in modo naturale, diretto, senza filtri.

Cantare lì vuol dire avvicinare la musica alle persone, abbattere la distanza del teatro e intrecciare la lirica con l’identità del territorio. Allo stesso tempo significa valorizzare questi spazi: chiese e borghi che già sono preziosi, ma che attraverso la musica vengono percepiti in modo nuovo.

In territori che spesso non hanno teatri o sale da concerto, la chiesa diventa il luogo dove la musica può vivere anche in inverno, durante l’anno. E in quei momenti assume un valore ancora più forte: accoglie le note come un dialogo con qualcosa di più grande di noi.

C’è qualcosa di profondamente magico in questi concerti. Arrivare nel cuore dei borghi marsicani con la musica è uno dei traguardi più belli che io possa immaginare.

Che ruolo reale può avere la lirica nella tutela del patrimonio artistico locale?

Può essere enorme, se non viene pensata come evento occasionale ma come parte di un progetto culturale continuo.

Portare la musica nei luoghi storici significa restituire loro una funzione viva: creare incontri, ascolto, legami tra spazio, comunità e memoria. Ciò che viene vissuto viene anche riconosciuto come valore da proteggere.

Il rischio è ridurre tutto a un appuntamento isolato. Invece serve una visione di lungo periodo, perché la musica diventi una risorsa culturale autentica, capace di rafforzare l’identità del territorio e generare partecipazione.

E c’è anche un aspetto concreto: eventi culturali muovono persone, turismo, economia. La musica è una risorsa potentissima, se le si dà il giusto spazio.

Il digitale può aiutare la lirica o rischia di impoverirla?

Può essere un grande alleato se usato con consapevolezza. Può raccontare il lavoro che c’è dietro la voce, lo studio, l’attesa, la costruzione di un percorso artistico. Può avvicinare nuove persone e superare l’idea della lirica come qualcosa di distante o elitario.

Il rischio, però, è ridurla a frammento, a semplice contenuto, perdendo il suo tempo naturale e la relazione viva con l’ascoltatore.

La sfida è usare il digitale come ponte, non come sostituzione dell’esperienza dal vivo: prepararla, accompagnarla, darle nuovo senso.

Dove dovrebbe fermarsi il confine tra gestione istituzionale e interferenza artistica?

Il confine dovrebbe fermarsi dove iniziano le scelte artistiche. È giusto che le istituzioni definiscano obiettivi, risorse e linee progettuali, ma la visione artistica deve restare autonoma e affidata a competenze specifiche.

Quando questo confine viene superato, si rischia di snaturare i progetti e indebolire la qualità culturale.

Nei contesti più piccoli l’equilibrio è ancora più delicato, perché i rapporti sono più diretti e personali. Proprio per questo serve un dialogo chiaro, basato sulla fiducia e non sul controllo.

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