Tempo al tempo di Camilla Costanzo: tre Tempi, sei voci e l’arte di restare
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Tempo al tempo di Camilla Costanzo: tre Tempi, sei voci e l’arte di restare

Una fabbrica di bulloni, un’assenza che lavora nel tempo, madri e figlie in equilibrio tra controllo e perdita: un romanzo a incastri sulla tenuta dei legami e sulla paternità come scelta

Camilla Costanzo - Tempo al tempo - Mondadori - recensione di Alessia de Antoniis
Camilla Costanzo - Tempo al tempo - Mondadori
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Alessia de Antoniis Modifica articolo

4 Gennaio 2026 - 10.17


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di Alessia de Antoniis

All’inizio di Tempo al tempo (Mondadori 2025) c’è una fabbrica. Elena lavora tra bulloni e guardrail: oggetti che non ammettono ambiguità. Se la zigrinatura è difettosa, il bullone non entra. Si scarta. È una grammatica elementare, quasi rassicurante, che promette una corrispondenza chiara tra errore e soluzione. È anche, per contrasto, il luogo da cui prende forma un romanzo sul tempo, sull’assenza e su ciò che tiene insieme una vita quando la spiegazione non basta.

Camilla Costanzo costruisce Tempo al tempo come un dispositivo a incastri: tre “Tempi”, sei voci e un passato che, anche quando taciuto, lavora. Qui il tempo non procede in linea retta; sedimenta, ritorna, si sposta di corpo in corpo. L’epigrafe di Patrizia Cavalli – la mente come “nemica” – è la chiave di lettura di personaggi che vivono tutti nella frizione tra ciò che sanno e ciò che riescono a sopportare.

Nel Primo Tempo incontriamo Elena e sua figlia Anita. Vivono sole, da sempre. L’uomo che avrebbe dovuto fare da padre è scomparso prima della nascita della bambina, inghiottito da una giornata di vento e da un mistero mai chiarito. Elena ha organizzato la propria esistenza intorno a quell’assenza come si costruisce una casa sul bordo di un burrone: con disciplina, controllo, rigidità. Ma Anita, sei anni, disegna. E in un quaderno scolastico appare il volto di un uomo che non ha mai visto. È l’infanzia che diventa prova senza tribunale: un’immagine che mette in crisi la versione adulta del mondo.

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Nel Secondo Tempo la Costanzo sposta la domanda dalla verità dei fatti alla tenuta morale: non “che cosa è successo”, ma “che cosa si può portare senza spezzarsi”. Don Roberto è un prete di strada, guida un furgone malconcio verso anime irregolari in una casa-famiglia. È un uomo che ha scelto di donare la propria vita agli altri, ma la fede qui non è dogma né conforto: è un gesto quotidiano, una fiducia minima senza la quale non si vive.

Nel Terzo Tempo, entra in scena Tita. Ha vissuto tutta la vita all’ombra di un rifiuto paterno.  È dove il romanzo smette di cercare il padre e comincia a misurare il danno che l’assenza lascia in eredità. E prepara l’unica risposta non consolatoria che il libro concede: non il sangue, ma la scelta di restare.

La prosa di Costanzo procede piana e narrativa; non cerca effetti, tiene il controllo. Ed è proprio questo controllo a rendere più forti i punti in cui la frase si incrina e lascia entrare il dolore. I luoghi – la fabbrica, la scuola, la campagna padana, la periferia romana – non sono sfondi, ma campi di forza. Le figure femminili, diverse e mai idealizzate, condividono una stessa esperienza: la maternità come esercizio di perdita, come allenamento continuo al distacco. Non c’è consolazione facile, né pacificazione finale. C’è, semmai, un lento assestamento.

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Tempo al tempo non racconta come si guarisce dall’abbandono. Racconta come si impara a reggerlo. Come un guardrail dopo l’urto: non elimina lo schianto, ma mostra ciò che ha tenuto.

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