La ribelle di Gaza
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La ribelle di Gaza

"La Ribelle di Gaza", scritto da Asmaa Alghoul e Sélim Nassib, rivela le vicende storiche del Medio Oriente, denunciando oppressioni e ipocrisie

La ribelle di Gaza
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4 Marzo 2024 - 01.03


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di Rock Reynolds

Partire dalla fine talvolta aiuta a spiegare meglio le cose. Niente paura: non intendo svelare nulla che possa inficiare il gusto pieno della lettura. La ribelle di Gaza (edizioni E/O, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, pagg 204, euro 16,50) di Asmaa Alghoul e Sélim Nassib, non è un romanzo e narra fatti, ahimè, acquisiti dalla storia mediorientale. Lo fa con tale grazia e sincerità da squarciare, è proprio il caso di dire, il velo dell’ipocrisia di un popolo senza terra, vittima di un altro popolo che quella terra gli nega, come pure delle storture interne che una condizione di subalternità e di segregazione date per scontate nel mondo fino a qualche mese fa hanno cristallizzato nel tempo.

La Palestina è una terra biblica e, come la Bibbia insegna a chi la voglia leggere non unicamente in quanto testo sacro, ha una storia insanguinata. I fatti del 7 ottobre 2023 non sono che l’ultimo strascico di vicende che affondano le radici nella creazione quanto mai discutibile dello stato di Israele in quella terra. Anzi, il penultimo, considerate le violenze inaudite e sproporzionate della risposta militare israeliana a quei fatti. Asmaa Alghoul, una coraggiosa giornalista indipendente che non ha mai voluto chinare il capo di fronte all’insensata ghettizzazione del suo popolo da parte dello stato di Israele e che non si è mai piegata alla corruzione del potere palestinese costituito, al-Fatah, come pure all’ipocrisia retrograda di Hamas, ci regala un memoir che ha il passo letterario del romanzo: commovente, avvincente, buffo, profondo, vero. Lo fa insieme a un altro giornalista, il libanese Sélim Nassib, di famiglia ebraica di origine siriana.

Partiamo dalla fine, dicevamo, dal 2014 per l’esattezza, anno della guerra tra Israele e Hamas. Chi ha vinto e chi ha perso? «Hamas ha tirato un sasso contro Israele e Israele ha bruciato Gaza, ecco com’è andata.» Sembra una disanima della situazione sopravvenuta all’indomani degli attacchi di Hamas del 7 ottobre che hanno scosso l’incrollabile fiducia degli israeliani nell’inattaccabilità del loro sistema difensivo e che hanno pure fatto scricchiolare nel cuore del popolo israeliano qualche certezza nell’assoluta “giustezza” della loro posizione. «Cos’hanno vinto gli israeliani? La loro follia ha fatto sì che perdessero il sostegno dell’opinione pubblica mondiale per lungo tempo, ma se ne fregano, ritengono che gli Stati Uniti siano l’unico appoggio di cui hanno bisogno.» Già, parole di un’attualità inquietante.

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Asmaa Alghoul ha la peculiarità non di essere nata in un campo profughi di Rafah bensì in seno a una famiglia non convenzionale, di convinzioni musulmane ma tutto fuorché fanatica. La giovane Asmaa non ha conosciuto altro che lo stato di apartheid imposto da Israele, sviluppando molto presto una coscienza civile alimentata dalle letture che il padre le consentiva di fare e un senso insopprimibile di libertà e giustizia. La vita nella prigione a cielo aperto di Gaza non era poi così male perché, si sa, la gente si arrabatta e si industria. In quel formicaio umano, crescevano l’insoddisfazione per la politica di occupazione imposta da Tel Aviv e le conseguenti proteste violente, mentre il flusso delle derrate alimentari era a singhiozzo e la stessa erogazione della corrente elettrica e dell’acqua venivano stabilite dall’occupante. E la guerra – oggi, forse, si direbbe a bassa intensità, un’espressione orribile – è divenuta una costante. Quando, nel 2014, c’è stata un’escalation militare, la popolazione di Gaza, come racconta Asmaa, si è quasi assuefatta alle bombe e alle restrizioni. «Come esiste un baby blues, una depressione post partum… esiste una depressione postbellica. Finché esiste il conflitto la paura e il pericolo ti obbligano ad affrontarlo, a proteggerti e proteggere i tuoi cari, ma dopo? Dopo non c’è più niente da fare, e in quel momento ti assale la depressione.»

Mi piacerebbe poter dire che la speranza che pervade buona parte delle pagine di questo splendido libro non abbia mai il minimo sussulto. La stessa Asmaa, all’indomani di una bomba che le ha ucciso una decina di parenti, ha scritto un articolo intitolato “Non parlatemi più di pace”. Persino questa donna testarda, che più e più volte si è messa nei guai di fronte a Hamas – un suo zio era un importante leader del movimento – rischiando addirittura la vita per l’ostinazione con cui si rifiutava di portare il velo e tacciava di insensata falsità l’ostentata fede islamica di quegli uomini barbuti, ammette di aver tentennato di fronte alla banalità della violenza e alla brutalità della morte. E dire che, oltre agli strali di Hamas, era incappata in minacce più o meno dirette da parte di al-Fatah, messo alla berlina per la sua corruzione, e di Israele stesso per la sua disumanità. «Una cosa che non ho mai capito è come gli israeliani abbiano potuto approvare un governo che uccide esseri umani a sangue freddo.»

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Asmaa ha manifestato fin da bambina la sua voglia di libertà e la sua indisponibilità a uniformarsi a convenzioni e imposizioni, scontrandosi con le autorità scolastiche, poco propense ad accettare posizioni come quelle di uno sceicco dei Fratelli musulmani (organizzazione da cui ha preso le mosse Hamas) secondo cui «non esiste una “società musulmana”, ma solo una “società che annovera musulmani” in cui nessuno può considerare l’islam un suo monopolio». Paradossalmente, trattandosi di un membro preminente dei Fratelli, una posizione ben diversa da quella che il fondamentalismo arabo accoglie.

Eppure è ciò che talvolta succede quando si toglie dall’esterno la libertà a un popolo. In condizioni innaturali, quel popolo rischia di finire ripiegato su se stesso e di alimentare a sua volta una forma di repressione e oscurantismo. I fatti del 7 ottobre – un fulmine in un cielo molto meno sereno di quanto la propaganda israeliana abbia voluto farci credere – insegnano che, quando l’autorità costituita (al-Fatah) non è in grado di fare nulla per la gente e si crogiola nel privilegio alimentato dal colonizzatore per facilitare la propria occupazione, il popolo si rivolge a chi gli fornisce delle risposte, quali che siano. Nemmeno il figlio di Asmaa, a nove anni, è rimasto indenne dal fascino dei militanti di Hamas, visti da molti come eroi. Sarebbe interessante capire quanto sostegno autentico abbia Hamas con 30.000 morti palestinesi sulla coscienza. Ovviamente, ad ammazzarli è stato Israele, ma è inevitabile pensare che la gente di Gaza qualche responsabilità alle scelte di Hamas le attribuisca. Di cose semplici e univoche, però, ce ne sono poche e la stessa Asmaa ammette i propri dubbi e, addirittura, torna sui suoi passi, arrivando a sostenere alcune scelte del detestato Hamas. Un capitolo nuovo, post 7 ottobre, darebbe ulteriore completezza a questo libro. Il cuore di Asmaa batte per Gaza che, nonostante le ataviche difficoltà e il sovraffollamento, è una città ricca di vita e creatività. Asmaa nel 2014 aveva ancora grandi speranze. «Ora Gaza aspetta il grande cambiamento, ma non sappiamo quale sarà.»

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Purtroppo, il cambiamento oggi è sotto gli occhi di tutti. Ma una cosa penso di poter dire che non sia mutata minimamente: la gente di Gaza è dotata di una resilienza che ha pochi pari.

Hamas e al-Fatah sono diversissimi, eppure non bisogna credere «che uno sia più progressista dell’altro, appena si tratta di donne si trovano subito d’accordo». Asmaa è un’eroina del femminismo internazionale e non ha peli sulla lingua quando si tratta di criticare aspramente la società patriarcale del mondo arabo e, ancor più, l’insensatezza dell’opulenza degli Emirati Arabi in cui ha vissuto per un certo periodo.

Come sempre accade, le vere discriminanti sono la cultura e l’istruzione. Secondo Asmaa, l’unica cosa che manchi a Gaza è «un buon libro». E la libertà di poterlo leggere. La cultura, dunque, come medicina per guadagnare un’autentica autocoscienza e per non restare sopraffatti dal dolore di fronte a corpi tagliati in due da una granata israeliana. In fondo, tra i due contendenti c’è meno distanza di quanto si voglia far credere. La parola ebraica shalom e quella araba salaam significano la medesima cosa, pace, oltre che suonare straordinariamente simili. E l’ossessione per la purezza del cibo, secondo i dettami della religione, è identica: chi non ha sentito parlare di kosher e halal? Non resta che imbandire una tavola comune. Si potrebbe chiedere ad Asmaa di fare gli onori di casa.

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