Antonio Paolucci, è morto il direttore di musei che sapeva parlare a tutti
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Antonio Paolucci, è morto il direttore di musei che sapeva parlare a tutti

Si è spento lo storico dell’arte ex soprintendente di Firenze ed ex direttore dei Musei Vaticani. Cristina Acidini: “Ha insegnato ad amare la testimonianza più umile come il capolavoro. Un uomo sfaccettato, dotato di arguzia e originalità di pensiero"

Antonio Paolucci, è morto il direttore di musei che sapeva parlare a tutti
Antonio Paolucci in una conferenza nel Duomo di Orvieto nel novembre del 2019. Foto Stefano Miliani
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5 Febbraio 2024 - 13.57 Giornale dello Spettacolo


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“Michelangelo con il David ha sparigliato le carte” diceva l’allora soprintendente di Firenze Antonio Paolucci in un programma Rai sulla scultura più rinomata del Rinascimento. Lo storico dell’arte, nato a Rimini il 19 settembre 1939, se n’è andato in quella che era diventata la sua città dagli anni ’60, Firenze, e quelle poche parole, chiarissime e colloquiali, rendono l’idea di una delle doti indiscutibili dello studioso: essere un grande affabulatore dell’arte, un narratore capace di avvicinare chi ascoltava anche alle storie più complesse con un tono appassionato e dotto allo stesso tempo, colloquiale e capace dell’impennata di voce perfino teatrale. Sapeva parlare con analoga passione per l’arte antica, connessa storie delle città, dei luoghi, degli artisti, del potere, tanto in televisione quanto in un dotto consesso della Scuola Normale di Pisa. Sapeva governare la cosa pubblica dell’arte e ha lasciato il segno.  

Da funzionario a ministro e direttore dei Musei Vaticani.
Lo storico dell’arte entrò con concorso come ispettore delle allora Belle arti a Firenze (il ministro dei beni culturali fu istituito nel 1975) nella pubblica amministrazione. Ha ricoperto la carica di soprintendente a Venezia, Verona, Mantova, ha diretto l’Opificio delle pietre dure con la sua scuola di restauro, ma su tutto Paolucci è stato a lungo soprintendente ai beni artistici di Firenze e provincia e poi del Polo Museale, quindi Uffizi e Galleria dell’Accademia inclusi, fino a diventare ministro dei beni culturali dal 1995 al 1996 nel governo tecnico di Dini quando, tra le sue azioni, fece redigere un utilissimo catalogo di opere depredate durante la Seconda guerra mondiale e cercate da Rodolfo Siviero.
Ha diretto i Musei Vaticani dal 2007 al 31 dicembre 2016, nominato da Papa Ratzinger e poi confermato da Papa Francesco del quale teneva una foto in casa. Viveva in una vasta casa a Firenze non lontano dall’Arno che, oltre a dipinti e suppellettili, era disseminata di libri e cataloghi che, nel suo studio, occupavano ogni spazio occupabile in un relativo caos solo apparente.

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Lo sguardo “politico”, il restauro della basilica di Assisi.
Era stato allievo di Roberto Longhi, uno dei maggiori storici dell’arte, e tra le sue doti va registrato lo sguardo “politico” del patrimonio artistico, ovvero in rapporto alla città, anche al potere. Aveva la capacità di leggere l’arte in relazione a quanto lo circondava. Politicamente, si sentì vicino a quella Democrazia cristiana e quel cattolicesimo attento al sociale che poi sarebbe confluita nell’Ulivo. In più sapeva dirigere situazioni complesse: non a caso dopo il terremoto in Umbria e nelle Marche del 1997, l’allora ministro Walter Veltroni lo nominò commissario straordinario per il restauro della basilica di San Francesco ad Assisi. Il risultato, suo e dei restauratori, fu eccelso. Nel 2006, a 67 anni, dovette andare in pensione per limiti di età anche se avrebbe desiderato contribuire ancora alla cosa pubblica. Non rimase certo a guardare e l’anno dopo arrivò l’incarico ai Vaticani.

Libri nella casa di Antonio Paolucci che viveva a Firenze. Foto Stefano Miliani

Cristina Acidini: “Ha insegnato ad amare la testimonianza più umile come il capolavoro”.
Ne fornisce un ritratto efficace, pieno d’affetto e di una stima radicata nei decenni, Cristina Acidini, già soprintendente a Firenze dal 2006 al 2014 e oggi presidente della storica Accademia delle arti del disegno:  “Per me è stato un maestro nella carriera nei beni culturali ma prima ancora che diventassi effettivamente sua collaboratrice. Quando eravamo in tanti, coetanei e compagni di studi ancora all’università, lui ci avviava a quel lavoro di catalogazione dei beni culturali del territorio che ci avrebbe formato alla tutela per tutta la vita. Paolucci ci ha insegnato a conoscere e quindi ad amare, a tutelare, a valorizzare, ogni testimonianza, come la più umile”.
Per esempio? “Posso esemplificare con i candelieri di legno di una parrocchia di montagna fino al capolavoro assoluto negli Uffizi. Lui aveva una visione così completa del patrimonio che definiva ‘museo diffuso’, prerogativa dell’Italia, che non faceva gerarchie ma che trattava con uguale attenzione e passione qualunque manufatto artistico. È una visione che il tempo ha modificato per molti, oggi si punta sulle eccellenze, sui picchi più alti, ma lui ci ha insegnato l’amore per il territorio e per tutta l’arte dovunque espressa e raccolta”.

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Paolucci operò per creare il “museo diffuso”.
Osservazione più che puntuale: mentre da direttore dei Vaticani definiva la Sistina “una scatola dipinta”, da soprintendente Paolucci per primo operò affinché perché in Toscana (perché lì operava) nascesse appunto un “museo diffuso”, affinché paesi come San Casciano Val di Pesa o Castelfiorentino avessero il loro piccolo e ben attrezzato museo con opere d’origine del territorio medesimo, affinché tutti conoscessero quell’arte e quelle opere, esprimendo concetti che poi altri, in seguito, avrebbero fatto propri. Ma il copyright era di Paolucci anche quando non viene riconosciuto pubblicamente.

Contrario alle città votate solo alla mono-economia del turismo
In questo il soprintendente aveva una concezione “politica” del patrimonio artistico: l’arte era sempre in relazione alle città e al potere. Non senza compiere scelte generatrici di polemiche: non esitò a definirsi, ironicamente ma non troppo, “movimentatore massimo” per i prestiti di opere in grosse mostre anche all’estero ritenendo che l’arte italiana rappresentasse il paese per cui prestarla era un atto di diplomazia (accadde per esempio con la Cina) di interesse superiore per il Paese anche a costo di privare temporaneamente un museo di opere capitali. Più scalpore ancora e un lungo strascico di polemiche suscitò una sua affermazione quando disse che la grande italiana aveva riscosso risonanza internazionale fino al Tiepolo.
Tanto per richiamare polemiche più aggiornate, da funzionario e storico dell’arte criticava con durezza il modello che cresceva e oggi imperante a Firenze o Venezia della città retta da una “monoeconomia”, ovvero votata tutta al turismo. Non condivideva affatto. A ragione. E se oggi la direttrice uscente dell’Accademia Cecilie Hollberg ha definito Firenze “meretrice”, scusandosi lestamente per il termine a causa del vespaio istituzionale che ne è seguito, purtroppo i motivi per quell’appellativo restano fondati. Paolucci aveva visto il degenerare della città prima di tanti.

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Acidini: “Una persona di straordinaria ricchezza e varietà”
Umanamente Paolucci aveva una capacità di dialogare in qualunque situazione si trovasse, da quella più popolare venata di familiarità e cordialità, all’appuntamento più ufficiale. Andava in soprintendenza in bicicletta. Ai giornalisti parlava in modo schietto. Non si risparmiava osservazioni anche pungenti. Brusche, a volte, in modo diretto, il che è una dote. “Era una persona di straordinaria ricchezza e varietà – ricorda ancora Cristina Acidini – Poteva esser ovviamente al massimo dell’ufficialità e ma anche nella confidenza di un rapporto quotidiano sorprendere per l’ironia, l’arguzia e l’originalità del pensiero. Era un uomo sfaccettato, molto complesso. Ha lasciato tanti lasciti da tante parti, pensiamo anche alla sua esperienza in Vaticano, ovunque ha lascito una grande eredità”.  

Simone Verde: l’Auditorium degli Uffizi sarà a suo nome
Da studioso, o da divulgatore, Paolucci ha curato o coordinato molte mostre, ha scritto principalmente su autori come Masaccio, Piero della Francesca, Michelangelo naturalmente, il Rinascimento.
Fa piacere apprendere che le Gallerie degli Uffizi intitoleranno all’ex soprintendente l’auditorium del Museo. Lo annuncia il neo direttore Simone Verde: “Stanotte ci ha lasciato un uomo di Stato e uno dei più significativi studiosi italiani degli ultimi decenni, con doti di eloquio e scrittura impareggiabili e un naturale talento nel diffondere il sapere. Non solo: Antonio Paolucci possedeva la capacità di governare l’arte e il suo mondo, di soprintendere ai suoi delicatissimi equilibri. Da ministro e a capo dei Beni Culturali fiorentini è stato la guida, per tanti anni, del sistema della tutela, dunque la sua scomparsa è una perdita incolmabile. Le Gallerie degli Uffizi, che annoverano numerosi dipendenti cresciuti alla sua ombra, si stringono alla famiglia nel cordoglio. In suo onore, l’Auditorium del museo dove tante volte ha incantato le persone con le sue parole, porterà il suo nome, mentre la sua eredità intellettuale sarà di scientifica ispirazione”.

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