Shane McGowan una voce emblematica del folk punk: addio al frontman dei Pogues
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Shane McGowan una voce emblematica del folk punk: addio al frontman dei Pogues

Ci ha lasciati ieri, a soli 65 anni, il frontman della Band The Pogues dopo una lunga malattia. Inglese di nascita, da genitori irlandesi, era cresciuto a Tipperary, presso la famiglia della madre, dove aveva assorbito cultura e musica irlandese.

Shane McGowan una voce emblematica del folk punk: addio al frontman dei Pogues
in foto Shane Macgowan
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1 Dicembre 2023 - 16.33 Culture


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di Pancrazio Cardelli Anfuso
Quando ho letto, ieri, la notizia della morte di Shane MacGowan, a 65 anni e dopo penosa malattia e lunga teoria di foto strazianti apparse sui social network e rimbalzate in giro ad opera di mani impietose, ho pensato al giorno in cui ho regalato un disco dei Pogues a un mio amico che da tempo non c’è più. Era il 1985 e il disco era Rum, Sodomy and the lash, con una copertina bellissima: riproduceva la Zattera della Medusa di Géricault, con i volti dei musicisti sovrapposti a quelli dei personaggi sulla zattera.

Forse è questo che ci spinge ad accendere candele virtuali quando muore un musicista che ci ha accompagnato nel tempo: piangendo lui ricordiamo noi. Ci mancano perché ci manchiamo, scriveva a proposito di Joe Strummer Daniela Amenta, grande penna italiana del rock. E Strummer era amico e convinto ammiratore di Shane. Lo considerava tra i massimi poeti del ‘900, e con lui erano d’accordo Nick Cave e Johnny Depp.

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Fuori dall’iperbole, Shane era un personaggio unico, amatissimo da chi negli anni ’80 cercava di farsi una ragione della fine del punk e di trovare scampo dal trionfo di acconciature, sintetizzatori e tagli di sartoria della musica pop che andava per la maggiore. Allo stile di Duran Duran e compagnia opponeva la sua dentatura devastata, che l’aveva reso icona punk, immortalato con la bocca insanguinata e il famoso titolo “CANNIBALISMO AL CONCERTO DEI CLASH”.

Inglese di nascita, da genitori irlandesi, era cresciuto a Tipperary, presso la famiglia della madre, dove aveva assorbito cultura e musica irlandese. Restituì quello che aveva imparato con i Pogues, band che suonava musica celtica e tradizionale irlandese col piglio del punk, tra urla, schiamazzi e virtuosismi di fisarmoniche e tin whistle. Brani festosi dall’alto tasso alcolico che nascondevano i testi di Shane, poetici, drammatici, romantici, bellissimi.

Il mix era esplosivo, dal vivo lo spettacolo era assicurato, anche se le condizioni di Shane non sempre garantivano la migliore esecuzione: eccessi con l’alcol e con le sostanze lo rendevano inaffidabile e porteranno alla sua fuoruscita della band, a tre anni dall’album/capolavoro If I should fall from grace with God.  

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Il resto della storia è un declino fatto di infortuni e malanni, riunioni periodiche con la vecchia band, progetti solisti e vita vissuta che lui sosteneva di preferire alla finzione della scrittura, rispondendo a chi avrebbe voluto vedersi compiere il miracolo del suo talento ancora una volta, magari sotto forma di scritto.

Ci restano le canzoni, da cantare e ballare commuovendoci e ricordando come eravamo quarant’anni fa. Un conforto non da poco: il rock sarà anche finito, ma ci ha lasciato la più generosa eredità. Le gemme nascoste nelle canzoni di Shane McGowan e dei Pogues brillano più che mai e non sentono l’usura del tempo.

Se finissi fuori dalla grazia di Dio
Dove nessun medico potesse salvarmi
Se fossi seppellito sottoterra
Ma gli angeli non mi accettassero
Lasciatemi andare, ragazzi
Lasciatemi affondare nel fango
Dove tutti i fiumi si prosciugano.

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