Rivoluzione letteraria femminile: storie nascoste e ispiranti
Top

Rivoluzione letteraria femminile: storie nascoste e ispiranti

Parole d'altro genere" di Vera Gheno esplora il mondo femminile attraverso autrici, sfidando il canone letterario e celebrando la diversità.

Rivoluzione letteraria femminile: storie nascoste e ispiranti
Vera Gheno
Preroll

globalist Modifica articolo

9 Novembre 2023 - 00.36


ATF

di Antonio Salvati

Non capita spesso di leggere due libri interessanti dello stesso autore, anzi autrice, usciti a distanza di poco tempo l’uno dall’altro. Due libri che vertono sul ruolo e sulla condizione della donna, troppe volte «risucchiata nei crepacci della storia». L’autrice in questione è Vera Gheno, sociolinguista e specializzata in comunicazione digitale, ex collaboratrice dell’Accademia della Crusca, che da anni indaga sul potere e l’importanza della parola, concentrandosi in particolare sulla diversità e sull’inclusione. Il linguaggio – direbbe Fabrizio Acanfora – è in grado di escludere dalla società determinate persone semplicemente non nominandole; «attraverso le parole creiamo rappresentazioni delle minoranze che sono filtrate dallo sguardo di una maggioranza incapace di riconoscere il diritto di autorappresentarsi a chi percepisce come differente».

Nel volume Chiamami così. Normalità, diversità e tutte le parole nel mezzo, (Il Margine 2022 pp. 96 € 10,00) la Gheno analizza il cambiamento delle parole e il loro adeguamento, o meno, alla diversità che contraddistingue il nostro mondo. Partendo da una consapevolezza: siamo esseri narranti e narrati e le parole sono uno snodo fondamentale del nostro modo di conoscere. Accade anche, però, sottolinea Gheno, «che a cambiare non sia tanto la realtà, quanto la nostra sensibilità sociale e culturale nei confronti di ciò che abbiamo attorno. E a volte può accadere che ci sia una specie di risonanza fra la realtà e le parole, per la quale le parole riescono ad anticipare alcuni aspetti della realtà». Viviamo ancora in una società che conserva molti tratti patriarcali: una società che riproduce delle abitudini sociali legate ai generi che stereotipizzano le figure maschili e femminili, «inculcando già nei più piccoli un’idea di ruoli attesi da ricoprire. Noi cresciamo in questa società e quindi non è detto che ne vediamo gli aspetti deleteri».

Insistiamo spesso sulla necessità di aumentare i livelli di inclusività. Per l’autrice sarebbe preferibile insistere sulla convivenza delle differenze (precisando delle, non con le differenze). Perché non modificare il paradigma della normalità versus la diversità, parlando di «differenza diffusa»? Del resto io sono differente da te quanto tu sei differente da me: «il movimento di convivenza deve essere reciproco. Tu puoi decidere anche in cosa relazionarti con me, ed è chiaro che ci sono delle regole sociali che ogni Paese chiede di seguire». Ma, in linea generale, «c’è una strada che procede addirittura oltre il concetto di inclusività. Possiamo continuare a usare la parola “inclusività”; usiamola, ma ricordando che è l’inizio di un percorso, non la fine, è il punto dal quale si parte, non al quale si arriva».

L’affermazione «Per me siete tutti uguali» nasconde un’insidia. La diversità non deve essere ignorata ma celebrata, e nominata bene. Nominare in maniera corretta delle compagini della società che sono state fino a tempi recenti sottorappresentate linguisticamente «fa sì che quelle minoranze acquisiscano una maggiore concretezza e diventino abituali agli occhi degli altri individui, ma anche ai propri stessi occhi. Noi esseri umani abbiamo bisogno di organizzare l’esperienza cognitiva tramite le parole: abbiamo bisogno di nominare la realtà per poterla rendere raccontabile, per poterne parlare». Infatti, chi non viene nominato in una società basata sul lógos, sulla capacità del linguaggio, non esiste. Non dobbiamo far finta che siamo tutti uguali: «noi siamo tutti diversi, non tutti uguali, ed è giusto lasciare che la complessità della realtà modifichi la lingua». A sua volta la lingua contribuisce a cambiare la realtà, «contribuisce a cambiare il modo in cui noi vediamo le cose: ciò che si nomina, e si nomina bene, si vede meglio».

È interessante, ad esempio, come il termine migrante abbia modificato nel corso del tempo la percezione del fenomeno migratorio: nel secolo scorso si parlava di «immigrati» o «emigrati», due participi passati. Il migrante, participio presente, compie un’azione che non si conclude qui. Il sottotesto «è l’inferenza: “migrante” significa “persona che non deve restare”; “immigrato” indicherebbe un individuo che è arrivato in un posto per rimanerci. Perfino un diverso tempo verbale cambia le cose».

Le giovani generazioni sono più avanti nella comprensione delle differenze e della complessità del reale. Forse perché a differenza di noi Boomers hanno appreso precocemente l’utilizzo degli smartphone. Noi avevamo una comprensione analogica, avevamo meno possibilità di confrontarci con cose e persone diverse. I bambini, gli adolescenti oggi hanno compagni e compagne di ogni etnia e non ne fanno una questione rilevante. Si tratta probabilmente di un cambiamento cognitivo importante rispetto al passato; del resto l’esposizione alla diversità cambia l’atteggiamento nei confronti di essa. In altri termini, i nostri figli sono decisamente più disinvolti rispetto ad alcune questioni di quanto lo fossimo noi. Questo rafforza il ruolo della scuola che oggi sperimenta un continuo incontro con la diversità. Negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza siamo maggiormente impermeabili alle informazioni e alla conoscenza. Per questo occorre approfittare del periodo trascorso fra i banchi di scuola. Tullio De Mauro ricordava che la scuola tradizionale insegnava come si deve dire una cosa; quella democratica insegnerà come si può dire una cosa, in quale fantastico infinito universo di modi distinti di comunicare noi siamo proiettati nel momento in cui abbiamo da risolvere il problema di dire una cosa.

Leggi anche:  Classici e novità per un'estate da leggere

Il secondo volume è Parole d’altro genere. Come le scrittrici hanno cambiato il mondo, (Rizzoli 2023 pp. 480 € 18,00) ed è un percorso letterario dedicato al mondo femminile. L’autrice ricorda di aver studiato al liceo classico su testi scolastici (antologie, libri di storia, di filosofia)«in cui la presenza femminile era limitata a un boxino, al recinto rosa, alla riserva dei panda, o meglio, delle panda (…) Il mio libro di Storia della letteratura delle superiori (…) risale al 1989. Delle centocinquantasette penne presenti, centoquarantacinque sono di genere maschile, dodici di genere femminile». All’epoca, non aveva fatto caso a questo squilibrio, «così come non mi pareva strano che nel libro di storia le donne comparissero fondamentalmente come personaggi secondari, appendici di qualche uomo famoso – madri, mogli, amanti, sorelle, figlie, zie, cugine, nonne – o che in quello di filosofia l’elemento femminile mancasse del tutto. Eppure è cresciuta e ha studiato in un contesto socioculturale che, «per quanto progressista, colto, all’apparenza emancipato, considerava questo panorama come naturale, normale, scontato».

Leggi anche:  Torna nel Bosco Isabella di Radicofani la sesta edizione de La Posta Letteraria

Eppure al mondo ci sono state e ci sono migliaia di autrici; ma occorre – avverte la Gheno – cambiare lenti e prospettiva per vederle, accettarle, attribuire loro il rango che si meritano e infine inserirle nelle raccolte, scolastiche e non. Sfidando le eventuali repliche che attribuiscono l’assenza di autrici nel cosiddetto canone letterario al fatto che quelle che esistono sono qualitativamente ridotte. Evidentemente questo non corrisponde a realtà: «appena si guarda con più attenzione, si scopre un’immensa, validissima produzione che perlopiù rimane sotto il pelo dell’acqua, ridotta a prodotto di nicchia: la famosa letteratura femminile, scritta da donne, letta da donne, definita “di genere” (come se quello maschile non fosse, a sua volta, un genere)». Il volume propone un percorso cronologico fatto di autrici, provenienti da parti diverse del mondo, che parte dall’antichità per arrivare fino ai giorni nostri, mettendo in risalto quelle meno celebrate, che hanno contribuito, in qualche forma, all’emancipazione femminile. I testi raccolti descrivono momenti particolari della vita femminile, nel quotidiano e nello straordinario, attraverso i secoli. Alla voce di queste eccezionali autrici la Gheno ha selezionato un lemma (un sostantivo, un aggettivo, un verbo) che ha un legame speciale con i testi o la vita di quell’autrice, realizzando accanto un breve ragionamento: Disobbedienza per Chiara D’Assisi, Puttana per Marguerite d’Angoulême, Cancellare per Alfonsina Storni, Divorzio per Zhang Ailing e via dicendo. Ogni capitolo di questo libro si apre con l’etimologia e la definizione da vocabolario del lemma.

Native

Articoli correlati