Chi fu Il Principe? Machiavelli e un’eredità contesa
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Chi fu Il Principe? Machiavelli e un’eredità contesa

Il potere politico non è sinonimo di dominio. Studiosi a confronto per liberare Il Principe dall’ambigua ombra secolare di istigatore di violenza e profeta di totalitarismi.

Chi fu Il Principe? Machiavelli e un’eredità contesa
Niccolò Machiavelli
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3 Maggio 2024 - 02.00


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di Noemi Ghetti

Insieme a Pinocchio di Collodi, Il Principe è probabilmente il testo della letteratura italiana più tradotto e conosciuto al mondo. Sono trascorsi cinquecento anni da quando nel 1513 Niccolò Machiavelli, perso l’incarico di Segretario della Repubblica fiorentina, lo scrisse nell’esilio di Sant’Andrea di Percussina, dove era relegato dal ritorno dei Medici. L’intento era di offrire il risultato delle sue esperienze diplomatiche e degli studi della storia passata per porre rimedio alla crisi politica in cui l’Italia stava precipitando dal fatale 1492, anno della morte di Lorenzo di Lorenzo il Magnifico.


Nel 1494 la discesa di Carlo VIII di Francia, quando Firenze fu presa “col gesso”, inaugurò la serie delle “horrende” guerre che segnarono la fine della libertà d’Italia. Da allora il piccolo ma potente libro ha attraversato mille tempeste, è stato plagiato, manipolato, demonizzato, messo all’indice e condannato al rogo. Ma non ha mai cessato di circolare, anche clandestinamente, e di essere studiato, soprattutto nei periodi di crisi politica. L’anno si annuncia ricco di iniziative editoriali e convegni dedicati al trattatello che rappresenta, nella cultura occidentale, una svolta radicale: la nascita della politica come scienza moderna, autonoma dalla filosofia morale.

Dieci anni fa si è svolto a Roma il convegno “Il pensiero della crisi. Niccolò Machiavelli e Il Principe”. Esponenti della nuova generazione di machiavellisti europei si sono confrontati con alcuni dei maggiori specialisti dei decenni passati. Se il conflitto, come sostiene Gabriele Pedullà, in Machiavelli è la forza salutare della politica, ciò si è dimostrato valido anche nel confronto culturale intergenerazionale svoltosi lontano dalle accademie, che ha prodotto risultati stimolanti. Non è detto, insomma, che il conflitto sia necessariamente distruttivo, come da sempre sostengono filosofi e religiosi, convinti sostenitori della ineliminabile cattiveria umana, facendosi ipocriti predicatori di una pace e di un amore che in realtà significa solo ordine e obbedienza. E non è detto neppure che il conflitto sia sterile come quello che in questo periodo pre elettorale affligge i talk show televisivi.

La lettura di Machiavelli, scrittore di fortuna controversa, si rivela certamente più stimolante. Maurizio Viroli, politologo dell’Università di Princeton, nel capitolo introduttivo del nuovo libro Scegliere il principe. I consigli di Machiavelli al cittadino elettore (Laterza) “riabilita” la pessima fama del Segretario fiorentino. Machiavelli fu un politico geniale che ebbe sempre in mente il “bene comune”, e un uomo la cui integerrima onestà fu testimoniata dalla povertà. Nei lunghi anni della disgrazia fu consigliere competente, apprezzato anche dall’amico-rivale Guicciardini. Dopo cinque secoli, scrive Viroli sul Fatto Quotidiano del 26 gennaio, c’è ancora bisogno del Principe. “Machiavellico” è un aggettivo che evoca connotazioni negative, eppure al libricino si sono ispirati filosofi come Rousseau e poeti come Foscolo, che ne misero in luce il forte potenziale democratico.

In un carcere fascista Antonio Gramsci, in dissidio con i compagni e con Togliatti, vi trovò ispirazione per disegnare un partito capace di fondare un nuovo stato, come si legge ne Il moderno Principe. Il partito e la lotta per l’egemonia, da poco ripubblicato da Carmine Donzelli. E tuttavia la generosa utopia di Machiavelli, repubblicano di elezione che usò sempre l’aggettivo “assoluto” con accezione negativa, è stata cavalcata anche dalle destre. Nell’aprile del 1924, alla vigilia dell’assassinio di Matteotti, Mussolini pubblicò nella rivista Gerarchia della rivoluzione fascista il testo della mancata tesi di laurea “ad honorem” Preludio al Machiavelli. In anni più recenti, presentazioni del Principe sono state firmate da Craxi e da Berlusconi.

È giunto il tempo di colmare una lacuna, lamentata anche da Giulio Ferroni al convegno. Adesso occorre studiare, oltre l’economia, la giurisprudenza, la politica, anche l'”antropologia” di Machiavelli, la sua idea di realtà umana, per liberarlo dall’ambigua ombra di istigatore di violenza e profeta di totalitarismi che lo ha accompagnato attraverso i secoli. Avere sostenuto la vecchia ideologia della natura umana scissa e malvagia, la stessa di Platone e della Bibbia, e avere allo stesso tempo immaginato la possibilità di un principe nuovo disinteressato e spregiudicato, in grado di esercitare anche la forza in vista del “bene comune”, era un’incongruenza teorica, un fatale residuo di pensiero religioso che solo oggi abbiamo gli strumenti per comprendere.

Occorre una nuova idea di natura umana, che non sia duplice, mezza bestiale e mezza divina come il centauro Chirone, preso a modello del Principe. La forza non è la stessa cosa della violenza. Il potere politico non è sinonimo di dominio. Le scoperte incomplete non perdonano, come accadde anche a Nietzsche. Quando col sacco di Roma del 1527 a Firenze fu restaurata la Repubblica, i vecchi compagni, presi dai compromessi con gli aristocratici, non richiamarono Machiavelli. Lo scrittore in due mesi morì, il suo capolavoro vide la luce sei anni più tardi.

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