Foto.sintesi di Aniello Barone: la sinopia raffinata e afferrabile dell’imago mundi
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Foto.sintesi di Aniello Barone: la sinopia raffinata e afferrabile dell’imago mundi

Una sfida avvincente, dall’abissale profondità, quella d Aniello Barone confluita in foto.sintesi che non può e non deve essere considerato meramente un libro fotografico: è infinitamente di più

Foto.sintesi di Aniello Barone: la sinopia raffinata e afferrabile dell’imago mundi
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15 Dicembre 2022 - 16.39


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di Francesca Parenti

Possiamo anche tentare di avvicinarci, con cautela, alla recente indagine di Aniello Barone, ma non riusciremmo ad evitare di esserne travolti con sorprendente accoglienza ed incantati con inaspettato stupore. Pertanto, concedetemi di esordire con alcuni assunti, in apparenza lievemente dissonanti su talune attenuate angolazioni eppure convergenti su altrettante sembianze sentenzianti. Un elenco di diadi oppositive che ritengo pertinenti per quanto andrò a scrivere e propedeutiche all’autore che avrò l’onere e l’onore di presentarvi: spazio e tempo; luce ed ombra; uomo e natura; contingenza e permanenza; presenza ed assenza; fissità e mutamento. 

Tutte le dicotomie enumerate, (et alia), che hanno attraversato la storia dell’umanità, gli incessanti sforzi di comprensione del mondo, il desiderio di trovare il perché agli accadimenti e una modalità per spiegarli, nonché l’agire dell’uomo e il come suo situarsi, trovano dimora adeguata ed ospitale nelle fondamenta che edificano l’ultima notabile ricerca del fotografo, sociologo e docente napoletano. 

Una sfida avvincente, dall’abissale profondità, confluita in foto.sintesi (Postcart Edizioni, settembre 2022, testi in italiano ed inglese, 152 pp, 50 €) che non può e non deve essere considerato meramente un libro fotografico: è infinitamente di più e definitivamente oltre questa costrittiva e limitante definizione. Basterà approssimarsi ad esso per levare, senza alcun timore o remora, un’etichetta rigida e coercitiva; sarà sufficiente accostarlo per cogliere la vastità sconfinata di una trattazione inclusiva incredibilmente contenuta al suo interno ed affrancarlo dalla prigionia dell’esclusiva immissione al concettuale. 

Anzitutto, per rendere attuabile tale esito, di ampiezza imponente e maestoso risultato, sono necessarie accortezze, attenzioni, impegno e lungimiranza, investite dal superamento valicante delle stantie ed abusate teorie o pratiche fotografiche. Servono, però, ulteriori doti e virtù per cimentarsi con un incarico talmente rilevante: coraggio e temerarietà sono indispensabili, congiunte a costanza, determinazione ed altrettanta prudenza; in aggiunta, bisogna saper direzionare lo sguardo raziocinante al passato più remoto possibile e, in itinere, prolungarlo sino al futuro ancora in/immaginabile. Padronanze che l’artista possiede e decide di porgere, in un’ostensione munifica, mai con autoritaria presunzione, ma sempre con estrema grazia e spontanea solerzia.

Ma qual è l’ingresso liminare, la soglia illibata, l’adito limpido che consentono accesso lucido e non inquinato dal suburbio frustrato e stordito nel rigetto del conoscibile?

“Cominciare è un momento cruciale. È questo il momento della scelta: ci è offerta la possibilità di dire tutto, in tutti i modi possibili; e dobbiamo arrivare a dire una cosa, in un modo particolare. Ogni volta l’inizio è questo momento di distacco dalla molteplicità dei possibili” (da Italo Calvino Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio, Mondadori Editore, Milano, 1993).

L’autore, infatti, sceglie con determinazione e seleziona senza ambiguità. 

Il dato iniziale è il seguente: il 30 dicembre 2019, dalle ore 11.30 alle ore 15.30, sull’Isola di Ventotene, Aniello Barone fotografa una parete geologica e, in 4 ore, realizza 75 scatti in successione, utilizzando una fotocamera analogica con pellicola in bianco e nero. Nessuna immagine viene rimossa e la totalità delle riprese effettuate è inserita in foto.sintesi.

Ed è esattamente qui, nella sublimazione del riverbero iconografico quanto nella cernita risoluta e cruciale, che risiede la grandiosa avventura, ossia la vicenda distinta e l’episodio decisivo annodanti pensiero e visione nella salvifica missione taumaturgica di emersione dalla superficialità. 

Barone, invero, penetra quella parete attraverso la fundamentalis repetitio, ravvicinata e distanziante, dell’atto perforante del fotografare, domandosi quanto essa possa raccontare, quali episodi celi o lasci trapelare. Da questo interrogatorio archeometrico conseguono responsi e riscontri che aumentano la fascinazione attrattiva, favoriscono il crescente desiderio di sapere, acuiscono l’intenso bisogno di conoscere e l’urgenza di svelare la sua storia per poterne narrare altre. Non una, bensì tutte le ammissibili storie che lei racchiude, dischiude e non esaurisce. 

Ab initio, l’autore delinea il suo modus operandi: “lo sguardo si posa per una breve frazione di tempo su un mondo preumano o forse postumano. Il luogo non si presta a interpretazioni: l’illusione si trasforma in angoscia, inquietudine. Siamo lontani da una visione-versione esotica della natura. La preistoria dialoga con la post storia; il presente diventa rarefatto in presenza di una natura fuori tempo del sapiens. Per chi guarda è un accadimento magico che si anima davanti agli occhi. Una testimonianza geologica, storica di una deflagrazione sopra-naturale. Un racconto dove l’inanimato si anima: criptico e insensato, o pre-logico, sta fuori e dentro di noi, ha i nostri stessi vizi, umori, tormenti.” 

Fin dal principio, dunque, lo sguardo si fece duplice e multiplo in un perpetuo rimbalzo simbiotico: dal fotografo alla parete e viceversa, dall’artista ai fruitori e dalla trama delle immagini generate alle sedimentazioni intrecciate tra di esse, per tornare, in fine lectio, a posarsi su di noi. 

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In quella veduta, salda, pertinace, irrequieta, enigmatica, di una bellezza struggente e indagatrice, si rivelano passioni sovrapposte, dolori inflitti, delusioni laceranti, cicatrici marcate, gioie rinvenute, sorrisi propiziatori nelle espressioni e parvenze antropomorfe di un volto; al suo interno sono custodite le epoche del creato, la successione delle ere, la natura nel suo rinvigorirsi in persistente rinascimento, le stratificazioni epidermiche dei vibranti certami umani, la carica di memento mori, il reliquiario dell’enunciazione latina tempus fugit, l’equilibrio auspicato tra vita e creazione artistica, il bilanciamento inseguito tra concetto e forma, la conciliazione dello scarto tra fare ed essere

Pertanto, etiam ed eccezionalmente, appare incastonata, tra le scaffalature rocciose di una bibliotheca universalis, la storia delle arti. 

Autorizziamoci a scorgere, nella grafia incisa tra i blocchi compatti della pietra e le scalfitture scheggianti la sua crosta, quali effigi, le Anthropométries d’Yves Klein o le Accumulations d’Arman; il bianco e nero impeccabile di Ansel Adams o quello fortemente contrastato, decostruttivo della prospettiva e fuggitivo dai dettami normativi nelle serie di Mario Giacomelli; le pionieristiche ripetizioni volte al moto di Eadweard Muybridge,le Verifiche di Ugo Mulas o il progetto enciclopedico nella ritrattistica di August Sander; la pittura materica ed emozionale di Carlo Mattioli e lo spazialismo di Lucio Fontana; gli oggetti comuni, proiezioni psichiche e unità di misura a cui tutto viene rapportato, incessantemente ed ostinatamente dipinti per l’intera esistenza da Giorgio Morandi; la solida sintesi volumetrica nella pittura paesaggistica di Paul Cézanne; le lacerazioni, le brucianti combustioni, gli strappi, le cuciture e i rammendi suturanti quali ferite inferte ai lacerti materici in Alberto Burri; il vigore scultoreo di Henry Moore, l’impalpabile e delicata stabilità nelle opere di Fausto Melotti, le linee gracili nelle esili figure di Alberto Giacometti, la geometrizzazione concisa e risalente al primitivo nei lavori in pietra di Constantin Brâncusi. 

Permettiamoci di leggervi il simulacro dello stream of consciousness, nellibero fluire dei pensieri nella mente, degli scritti di James Joyce e Virginia Woolf; la scioltezza e l’apertura strutturale della letteratura combinatoria tanto cara ad Italo Calvino, Raymond Queneau, Jorge Luis Borges e Georges Perec; l’immane sforzo descrittivo ne La Comédie humaine di Honoré de Balzac; la lirica ermeticamente audace, disgregante e neoavanguardistica nel Laborintus di Edoardo Sanguineti; l’onesta e disarmante naturalezza del quotidiano nei componimenti di Umberto Saba; le digressioni enfatiche, i ritmi salmodianti, le elaborate metafore e la limpidezza linguistica nelle sensibilissime poesie di Emily Dickinson vocate alla natura; l’immobilità riflessiva della poetica sul male di vivere, espressa con la corrosione e il logorio dell’Io, in Ossi di Seppia di Eugenio Montale. Concediamoci di rinvenirvi le sonorità omofone, monodiche e recitative del canto gregoriano o la polifonia sorprendentemente percepita nel canto gutturale; la cacofonia spiazzante e l’armonia eufonica. 

Riguardando e scrutando le 75 “scritture con la luce”, nella succinta brevitas della loro consecutio temporum, il vigore di un magnetismo nitido ci afferra, tragittandoci circolarmente dal dettaglio meticoloso alla successione consequenziale, ci impugna per condurci al cospetto dell’historia humanitatis et mundi con la sicurezza attendibile di un portamento chiarificante, ci sostiene per conquistarci sorretti dalla facoltà di trasmissione osmotica e ci introduce al sussurrare mormorante dell’attuabile contro l’inanità. 

foto.sintesi è un invito schietto a sostare nella permanenza della riflessione, un’esortazione avveduta per ritrovare un tempo prolungato ed inderogabile affinché lo si possa sottoporre ad un’inquisizione serrata che, per la fittizia frenesia delle esistenze, normalmente si preferisce rimandare o addirittura evitare. È un ammonimento, posto con cautela e discrezione, a scavare dentro e intorno a noi. È il disvelamento inevitabile per avviare un processo conoscitivo e mettersi in salvo dalla fatuità che satura di simulazioni, infingimenti e ipocrisie i nostri giorni. È l’autorizzazione, e il suo rimedio, ad appropriarsi, cum plenitudo, del sentimento accomunante di fragilità ed inadeguatezza; ad impadronirci, con fierezza, della nostra finitudine in rapporto alla vastità cosmica. 

Un’imago mundi, compressa ed estesa, della parabola esistenziale dell’uomo e della sua evoluzione, racchiusa con diligenza in una monografia in perenne espansione e non esauribile; una circumnavigazione che traspare con evidenza in un viaggio che prende avvio da un elemento minimo per giungere ad una riflessione inclusiva e che anela all’universale; il crocevia di un Grand Tour raffigurato, di scoperta e formazione, che si compie non in virtù di spostamenti geografici, bensì mediante introspezioni ed estroversioni; un atlante intimo, una mappa raccolta e resa manifesta, in grado di elevarsi dalle caducità e abile nelle risalite vertiginose per soddisfare la complessità esigente; la rivelazione palese e dissigillata di un apparente con/fine angusto ed appropriato nel tracciare il tragitto dell’immensurabilità.  

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Ma, al di là di tutte le congetture ipotizzanti che nel corso dei millenni si sono succedute nell’accavallarsi in catene di sistemi teorici, religiosi, filosofici, psicologici, percettivi e scientifici, nonché delle moderne cosmologie e cosmogonie, foto.sintesi è capace di cingerle tutte con idoneità ingegnosa, in quanto denota l’impossibilità nel credere di poter guardare avanti, senza scrutare indietro e, al contempo, vivere pienamente nel presente. Non ce ne voglia la post-dizione, con il suo differimento di 80 millisecondi.

Attraverso gli esigui, ed appositamente individuati spiragli enunciati, Barone traghetta alla comprensione, rammentandoci che gli ambiti del sapere non sono separati da paratie impermeabili, bensì in connessione stretta e agglomerante, incitandoci a considerare il tutto, il nulla e il possibile. Omnia et nihil significanti, nella dadità di una cesellatura cartografica, non possono essere accantonati o, tantomeno, dimenticati: sul proscenio della veritas vengono analizzati con ossequio rispettoso nello studio compiuto, divenendo canone di misurazione, custodia protettrice e scrigno prospettico del campo visivo come hortus conclusus.

La parate geologica, sillaba iniziale in un intervallo di tempo prescritto, si trasforma, attraverso la minuziosa continuità registrata dell’adagiarsi su di essa della luce e l’avvicendarsi sopraggiunto dell’ombra, nel paradigma di un presente in/terminato, contenente tutti i probabili domani e ogni ricordabile ieri. Il focus delle riprese diviene esclusivo ed inclusivo, permanente e metamorfico, immobile ed attivo: nel susseguirsi delle sequenze iconiche e nelle percettibili mutazioni, fissità e fluidità, pregresso e venturo, presenza ed assenza coesistono come emblema alloggiante dell’interezza del cosmos

Le 75 rappresentazioni non costituiscono un sommario additivo di reiterazioni o un’approssimazione riassuntiva di repliche, neppure un compendio oscillante di ripetizioni addizionali per puro narcisismo intellettuale o un gelido catalogo classificatorio tipico di uno schedario incasellante: indossando un abito confacente, si trasmutano, invece, nella filigrana di un pensare sottile e robusto, nella sinopia raffinata e afferrabile della figurazione del mondo, nella coniugazione fenomenologica dell’apologo col noumeno. Lungi dell’essere precarie meteore, esse perdurano in traiettorie luminose di una subitaneità odierna ed attuale, emotiva e percettiva, individuale e universale, restando contemporaneamente destinate ad illuminare l’avvenire e a rischiarare il trascorso: fotogrammi, estratti ed estranei dai brandelli obliati, quali quintessenza concentrata di coinvolgimento, incremento accresciuto di bagliori arricchenti, distillato esatto e puntuale di splendenti consapevolezze che, insieme ad Aniello, anche noi possiamo finalmente acquisire con familiare contezza. 

Ogni tassello, fisico ed esistenziale, deve trovare ragione d’essere adesso, motivo dell’essere stato e scoprire la supposizione di ciò che sarà: persino l’episodio di portata millesimale è foriero di rivelazioni, in quanto “il mondo è tutto ciò che accade” come afferma Ludwig Wittgenstein nel suo Tractatus Logico-Philosophicus. L’autore lo sa perfettamente e in foto.sintesi ne fornisce la massima attestazione. Infatti, non gli interessa stupire con effetti sorprendenti o crogiolarsi in orgogliose bramosie: se ne sta lontano dal comodo e conveniente sensazionalismo, preferendo la riflessione introspettiva all’esibizione ostentata. Un’indole intrisa di estrema modestia, rara in un contesto artistico sovrappopolato da egocentrismi e smanie di successo, lo ha sempre contraddistinto, fin dal principio della sua carriera e in ognuna delle sue ricerche precedenti. 

Un approfondimento sulla struttura del volume si rende ora indeprecabile in quanto, lungi dall’essere un approssimativo involucro esteriore, anch’essa è strettamente avviluppata e inscindibilmente intrecciata al contenuto, come palesano l’accurato graphic design di Luca Mercogliano e l’ingegnoso concept editoriale, insieme all’ideazione grafica del titolo e all’editing fotografico, di Antonello Scotti.

L’organizzazione è basica, dotata di un’ossatura essenziale in una disposizione che miete l’inutilità del ridondante ed elide il superfluo. Il titolo, impresso solo sulla sovraccoperta e il suo dorso avvolgente la copertina grigia, rigida ed intonsa, nella parte bassa, appare integrato ed inseparabile dal senso complessivo dell’argomento affrontato: stampato in carattere minuscolo, con un punto che separa “foto” da “sintesi” se ne sta sotto una radice quadrata; l’autore, appena sopra ad esso, non è indicato per intero ma ridotto alle iniziali del suo nome e cognome nuovamente separate l’una dall’altra da un punto e racchiuse in una parentesi graffa.  

Questi elementi e dati, che combinano la mescolanza di una simbologia semeiotica e scientifica alle significazioni stringate e logiche, somministrano una posizione esplicativa e chiarificatrice di quanto si paleserà internamente. Ogni fotografia occupa una singola pagina, posizionandosi in alto a destra, lasciando quella di sinistra vuota ed immersa nel candore del bianco incontaminato, rappellando così le alternanze e le contrapposizioni già registrate in precedenza.

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I testi, che appaiono esclusivamente ed appositamente in chiusura, sono inseriti in una tasca sul retro di copertina e la loro proprietà intellettuale appartiene a quattro autori dalla penna dissimile e dallo stile dissomigliante. Ognuno di loro, invitato dallo stesso Barone, condensa, con brevità esegetica, immaginifica, rigorosa, scientifica o poetica, il tesoro rivelato dai 75 fotogrammi. 

Scritti asciutti ed illuminanti, segnati da approcci diversi e da leggere dopo essersi appropriati, in autonomia, della sostanza, materica ed eterea, interiormente trattata prima.

Se per Antonello Frongia, (storico della fotografia, critico d’arte e docente universitario) in Smisumare il tempo “fotografare oggi la terra, la pietra, l’escrescenza della crosta terrestre nella luce del sole” significa “far confliggere, e dunque interrogare, il differenziale inconciliabile tra tempo dell’esistenza e tempo del cosmo”, per Davide Racca (poeta, filosofo e artista) “solamente se ricordo, sapere, esperienza, cultura, storia, convergono nel cono ottico dell’immaginazione, il palinsesto di fronte a noi vive, inventa, sogna.” Lo scrittore Livio Borriello sentenzia che “quel che accade non è una cronografia ma un’ontografia”, mentre Mauro Zanchi (critico d’arte, curatore e saggista) in T con infinito rammenta che “nella fotosintesi è contenuta la chiave per comprendere il senso più profondo che qui appare come una (ri)configurazione materiale di un divenire mimetizzato” e, pertanto, dobbiamo lasciarci “riconfigurare anche noi, fruitori di una intuizione, per entrare nelle diffrazioni dei confini mostrati, delle loro proprietà semantiche e dei loro significati allusi.”

Ancora una volta, e con accresciuta sapienza, Barone ci trascina verso i lidi dell’altrove e ci trasporta negli ambienti dell’esistente: la parete, inevitabilmente menzionata in ognuno dei quattro testi appena accennati, diviene il portale d’ingresso e retrocessione, il precipizio di delucidazioni coscienti, la dissipazione dalla nebbia dell’inanità, il riscatto dalla polvere dell’ignorare. Nel mosaico ri/composto, le cui tessere respirano e si dilatano, la proiezione si evolve nella prova delle leggi ricercate, segrete e custodite della natura, nel luogo della trasformazione del concetto in immagine, nell’ubicazione regnante che lavora sul togliere dal pieno e sul far emergere dal vuoto, come espressione di una sintesi che evita ogni pesantezza e si esplicita nel de rerum naturae.

Nell’autore, lo spirito pragmatico è inscindibile da quello appartenente all’archeologo, al paleontologo, allo storico, al sociologo oltre che a quello del fotografo e del ricercatore inesausto. Ciò gli consente di misurarsi con frammenti, ricostruzioni, ricordi, saperi divergenti, informazioni talvolta alterate o discordanti: si assume la responsabilità di correre dei rischi, ma lo sgomento non è ammesso nel portare a compimento un progetto di spietata sincerità. 

Siamo tutti debitori a foto.sintesi: grazie all’intuizione, meditata e compiuta da Aniello Barone con volontà indefessa, il precipizio scosceso dello scibile recupera motivazione, la memoria incontra il suo ineluttabile posizionamento, la storia individuale si fonde agli eventi universali, senza presunzioni avventate o stordimenti alienanti. 

L’osservazione, concretata in movimento oculare e riflessivo, è trait d’union, intermediaria alla sperimentazione percettiva, indispensabile alla parabola liberatoria dalla palude dell’inconoscibile, difesa per l’inaccessibile, antidoto per i detriti dell’inafferrabile. Senza dubbio alcuno, il dirupo nel recondito e intricato orizzonte della sapienza conciliante ci è stato rivelato: giacciono qui le delucidazioni esposte con generosità e rap/presentate con sollecitudine, le congiunzioni di sedati sconvolgimenti e mitiganti rassicurazioni.

Non sostiamo inermi, fermarsi non è contemplabile. Perciò, proseguiamo nel ritrovamento e procediamo nella conquista, avventurandoci sul sentiero che ci è stato indicato, nunc et in perpetuum. Lo dobbiamo a chi è venuto ante, a chi verrà post e a noi stessi. 

L’/ora è ora. L’/ora è adesso.

foto.sintesi, accorata elegia delle meraviglie scaturite dal cogitare ponderato, fusione amalgamante e assolutoria della complessità, è un affresco di orizzonti ricondotti ad un’opera impetuosa e un componimento poetico d’amore supremo per il tempo negli attimi, momentanei o perduranti, in cui diventa sempre più complesso viverlo in quanto tale. 

È un affresco appassionato e appassionante per il tempo che fugge e sfugge a qualsiasi definizione, un’epopea eroica ed ardente dalla quale ci lasceremo possedere, nel capolavoro dell’eternità partoriente l’essenza veemente della brevità e il valore impetuoso dell’istantaneità.

Il pensiero del e sul tempo prende, pretende ed esige tempo.

Lo smarrimento, abbandonato il lido della procrastinazione e la periferia della dilazione, deve lasciare spazio al tempo nel rinvenire consapevole. 

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