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Il Campania Libri richiama a Napoli la grande editoria

Intervista con il filosofo Massimo Adinolfi, che ha curato la linea editoriale del Campania Libri Festival

Campania Libri Festival - Massimo Adinolfi intervista per Globalist
Campania Libri Festival - Massimo Adinolfi e Zerocalcare -Ph Salvatore Pastore

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1 Ottobre 2022 - 13.50


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di Alessia de Antoniis

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Il nuovo “Campania Libri – Festival della lettura e dell’ascolto”, in programma a Napoli fino al 2 ottobre, arriva con una squadra d’eccezione negli spazi del Palazzo Reale e della Biblioteca Nazionale. Il premio Nobel Orhan Pamuk, Cristina Cassar Scalia, Cristina Comencini, Alberto Conejero, Maurizio De Giovanni, Diego De Silva, Hernan Diaz, Anja Kampmann, Hanif Khureishi, Jhumpa Lahiri, Livia Manera Sanbuy, Dacia Maraini, Hisham Matar, Silvio Perrella, Alessandro Piperno, Veronica Raimo, Maria Stepanova, Manuel Vilas e molti altri.

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La cura editoriale del nuovo evento è stata affidata al filosofo e docente universitario Massimo Adinolfi, che per l’occasione ha scritto il Manifesto del Campania Libri Festival e con il quale abbiamo parlato dell’iniziativa in corso.

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Cent’anni fa venne scritto il Manifesto di Ventotene, contenente i principi ispiratori della Comunità Europea. In un’Europa che va sempre più verso destra, che ne è dello spirito del Manifesto di Ventotene?

È un’Europa che si è allontanata in generale dalla stagione dei manifesti. È passato un secolo da quella stagione dell’arte, della letteratura, della cultura europea, che ha prodotto una notevole quantità di manifesti nell’ambito dei movimenti artistico culturali. Non penso solamente ai movimenti politici, ma è un’intera stagione culturale europea che, probabilmente, è tramontata. L’idea che abbiamo oggi di Europa e sicuramente un po’ più ammaccata di quanto non fosse nelle aspirazioni di Spinelli nel manifesto di Ventotene. Ma fa ancora più impressione riflettere su come sia cambiato il rapporto tra arte, cultura e società, e l’impatto che i manifesti potevano avere nel dibattito pubblico agli inizi del secolo scorso. Un periodo in cui di manifesti populisti, surrealisti, dada, se ne producevano in quantità. A volte anche con eccessi di idealizzazione dell’attività artistica, ma che, tuttavia, dimostravano una vivacità che oggi non c’è.

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Mentre scrivevo il manifesto del Campania Libri, non avevo queste aspirazioni. Però è vero che accompagnare una nuova iniziativa culturale con qualche ambizione, non è sbagliato.

Lei cura la linea editoriale del festival. Quale impronta ha voluto dare?

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Abbiamo cercato di mettere il libro al centro con uno sguardo, che speriamo di approfondire meglio nelle prossime edizioni, alle nuove modalità di fruizione del libro.

L’obiettivo è quello di rilanciare la centralità di un oggetto che è stato al centro della civilizzazione occidentale. Tralasciando le solite lamentele sulla crisi del libro, sul suo declino, e senza avere un atteggiamento tecnofobo, vorrei ricordare una frase di Musil: “non si può mettere il broncio ai propri tempi senza riportarne danno”.

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Bisogna entrare nel nostro tempo, tenere in considerazione il fatto che oggi, in termini numerici, si legge anche di più di quanto non si leggesse cent’anni fa. Tuttavia, sono cambiate le modalità di lettura. La linea editoriale del festival nasce quindi dall’esigenza di far tornare a riflettere sull’importanza del libro, sulla sua insostituibilità. Nonostante la tecnologia consenta di affiancargli altri dispositivi, il libro rimane insostituibile.

Lo facciamo con l’obiettivo, che necessita di tempo e impegno per essere perseguito, di portare la grande editoria nel Mezzogiorno, dove è molto meno presente.

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Puntiamo anche a interessare alla lettura il maggior numero di persone possibile, in un Paese dove, purtroppo, i lettori forti sono pochi. Ma un Paese dove però, e penso in particolare a Napoli e alla Campania, c’è una grande vivacità culturale.

Fare il festival, per noi della Fondazione Campania Festival, significa costruire una rete di collaborazioni che consenta al libro e al mondo del libro di crescere anche qui nel mezzogiorno.

Dalla biblioteca di Alessandria a quelle antiche e moderne famose nel mondo. Gli scritti sono la nostra memoria storica, che Gutenberg ha reso accessibile a tutti, mentre la sete di lettura aumentava nei secoli. La crisi dell’editoria è da attribuirsi solo al cambio del mezzo, dalla carta al digitale?

Il digitale cambia la dimensione della testualità. Però sarebbe prematuro pensare che il digitale significhi la fine della scrittura. Un filosofo che stimo, Maurizio Ferraris, sottolineava l’uso che noi facciamo del telefono. Sembrava relegato ad una dimensione esclusivamente vocale mentre lo usiamo come una macchina da scrivere. Nato per parlare, ci restituisce una dimensione della parola legata a una testualità scritta. Se si moltiplicano le nostre possibilità di fruire dei testi, cambia qualcosa nella dimensione della lettura, dell’attenzione. Questo è un tema che ha toccato di recente uno scrittore napoletano ospite del festival, Giuseppe Montesano, sul fatto che il libro richiede un’attenzione profonda, una concentrazione che altre modalità di lettura non hanno. A me piace pensare che questo universo possa essere plurale. Non devo per forza, per leggere, rinunciare alla televisione, al tablet o a uno smartphone. Però l’editoria deve saper affinare la sua attenzione per le specificità che sono proprie del libro.

Perché non venga soppiantato, il libro deve dare qualcosa che lo smartphone non ti dà. In questo universo plurale si può sperare che una specie non ammazzi tutte le altre.

“Campania Libri – festival della lettura e dell’ascolto” è il motto della manifestazione. Un mercato in crescita è quello degli audiolibri. Nato per i non vedenti, l’audiolibro è demonizzato dai puristi della parola scritta. Il fruitore di audiolibri viene dipinto un lettore di serie C, dopo quello che legge sul tablet. Quali miti possiamo sfatare di questa nuova frontiera del mercato dell’editoria?

A noi interessava innanzitutto mettere al centro il tema dell’ascolto, perché nella sfera, oggi molto frequentata, dei social, spesso si ha l’impressione che manchi proprio la pratica dell’ascolto. Che ci sia molta più attenzione alla promozione di ciò che si ha da dire e meno disponibilità all’ascolto. 

Questa considerazione sui lettori di serie C, a me ricorda qualcosa che sta alle origini della civiltà occidentale, quando l’umanità occidentale comincia scrivere. Penso a Platone, alla sua diffidenza nei confronti della parola scritta. Si riteneva che l’attività della scrittura fosse servile, passiva. Tutto il mondo della parola scritta era legato a una fondamentale passività e credo che quel pregiudizio, quel giudizio affrettato per cui un uditore di libri non viene considerato un lettore, dipenda da questo. Dal fatto che viene considerata una lettura più passiva rispetto a quella individuale.

Non credo che sia così. Credo che sia semplicemente una modalità diversa. Ci sono alcuni testi per i quali può essere interessante una voce autoriale che legga. Ovviamente non si può fare per tutti i testi. Però non si può pensare che chi usufruisce dell’audiolibro sia un lettore di serie C. L’audiolibro lo posso ascoltare anche mentre guido. Se paragono questo tipo di ascolto alla lettura in poltrona, si penserà sempre che quella modalità sia inferiore. Ma nella misura in cui l’audiolibro è l’alternativa al programma di cucina trasmesso per radio, in realtà sto conquistando un nuovo lettore, non sto perdendo un lettore forte.

Dalla metà del Cinquecento alla metà del Novecento è stato in vigore, costantemente aggiornato, l’Index Librorum Prohibitorum. In diversi licei e università statunitensi vengono messi all’indice libri che parlano di razzismo e di tematiche LGBT. Questa tendenza censoria ha raggiunto anche il Regno Unito. Qual è l’impressione che viene da un osservatorio come il vostro? L’Italia rischia di importare anche questo?

Il rischio importazione c’è, perché bene o male siamo periferia dell’impero e quindi quello che accade a New York o a San Francisco può accadere anche da noi. Direi però che questi fenomeni sono legati, ahimè, a un anacronismo di fondo. Per cui si pensa di valutare il nostro passato, e la cultura occidentale, con criteri di valutazione che appartengono alla nostra epoca. Questo è un errore di fondo. Non si può chiedere a Omero, a Dante o ad Ariosto, di avere un’attenzione culturale che è nostra. Tutto quello che riguarda la riscrittura del canone occidentale non può macchiarsi di questo anacronismo.

Non so se la libertà sia davvero a rischio in pericolo. A volte si ha l’impressione, nel dibattito pubblico, che viviamo quella che è stata chiamata da una giornalista italiana “l’era della suscettibilità “. C’è sempre qualcuno suscettibile della cui sensibilità bisogna tenere conto. E che quindi frena la mia libertà di espressione. Non credo però che vengano inficiati gli spazi di libertà. Mi piace pensare persino che sia un segno di salute.

Perché se nessuno si preoccupasse di quello che viene detto, scritto o disegnato, vorrebbe dire che queste forme di espressione hanno perso rilevanza. Finché questa dialettica rimane entro certi limiti e non comprime la libertà di espressione, ci sta che qualcuno si preoccupi di un libro o di un’installazione artistica. Pensiamo all’attentato a Salman Rushdie. Da un lato abbiamo un regime autoritario che comprime la libertà di espressione e pretende di mettere all’indice un libro. Dall’altra, questa vicenda dimostra tutta la potenza della letteratura: la capacità di mettere in crisi un regime. E questo non mi dispiace.

Tra le iniziative all’interno del CLF “Una finestra sul libro”, progetto che coinvolge tre istituti penitenziari della Campania.

Tutto il festival ha un’attenzione nei confronti della dimensione sociale della letteratura. Il fatto che letteratura significhi anche cittadinanza, per noi del Campania Libri festival è importante. Nadia Baldi, vice direttrice della fondazione Campania festival, ha curato in particolare questo progetto. Ne approfitto per riportare una risposta che mi ha dato Zerocalcare durante il nostro incontro nella serata di apertura. Io sottolineavo il fatto che non mi dispiace che i suoi volumi siano cartonati, che abbiano delle belle copertine solide. E Zerocalcare ha risposto “piacciono anche a me, così però non me li fanno entrare nei penitenziari”. I libri con le copertine cartonate vengono considerati oggetti pericolosi. A me piace l’idea che libri entrino negli istituti penitenziari. Durante la preparazione del festival, che si è svolta in estate, ho fatto una triste scoperta. Certe attività non si possono svolgere nei mesi estivi perché vanno in vacanza gli operatori sociali e i mediatori culturali. Quindi, in quei mesi, i detenuti sono ancora più soli. Questa cosa mi ha fatto anche molto riflettere su quanto il libro sia una compagnia fondamentale. E sono ancora più felice che il festival abbia avuto questa attenzione.

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