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Un calcio a un mondo finto o il gol più bello di una vita?

Ho fatto gol! è l’accorato racconto della vita personale e professionale dell’avvocato bresciano Tiberio Cavalleri e dalla sua passione del calcio

Un calcio a un mondo finto o il gol più bello di una vita?
Tiberio Cavalleri

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29 Settembre 2022 - 22.32


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di Rock Reynolds

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L’avvocato bresciano Tiberio Cavalleri ha il calcio nel sangue. Dopo aver tentato la carriera del calciatore professionista con discreti risultati, ha capito di dover appendere le scarpette, ma non per questo ha preso le distanze da un ambiente che, nel frattempo, aveva imparato a conoscere bene, mettendo le sue competenze al servizio di nuove avventure. Dopo aver rappresentato legalmente alcuni giocatori finiti nel tritacarne delle inchieste sul calcioscommesse degli anni Ottanta e dopo essersi reinventato direttore in alcuni club, gli si è presentata l’occasione della vita che non si è lasciato sfuggire, ovvero fare il procuratore di calciatori professionisti, attività lucrosa e molto ambita che, come talvolta succede, con il tempo gli ha presentato un conto salato sul piano del benessere interiore, con la dolorosa decisione di abbandonare quel lavoro remunerativo e quell’ambiente adorato.

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Ho fatto gol! (Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editore, pagg 263, euro 20) è l’accorato racconto della sua vita personale e professionale, a partire dai primi calci tirati al pallone in un campetto di periferia e dei primi contrasti con un padre dalla personalità funambolica dentro e fuori dal terreno di gioco, dove si era fatto un buon nome da allenatore. Il percorso umano e professionale di Cavalleri è inevitabilmente ricco di aneddoti gustosi e incontri di alto profilo e, come succede in ogni storia che si rispetti, pure di momenti di scoramento.

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Signor Cavalleri, partiamo dalla fine. Mi pare che, tutto sommato, un ritorno nel mondo del calcio, magari con un ruolo diverso e più attivo nella scelta dei calciatori e nella gestione di una squadra, non le dispiacerebbe. Ho capito bene?

Sì, mi piacerebbe molto il ruolo della gestione di una squadra. Del resto, la mia formazione è di indirizzo tecnico. Sarebbe, in sostanza, un’esperienza che mi consentirebbe di vivere dall’interno la preparazione dei calciatori in vista dell’evento domenicale, interconnettendomi con loro non come agente bensì come dirigente. Si tratterebbe, peraltro, di un’esperienza già provata con l’Orceana, l’Ospitaletto e il Bologna.

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Cosa si sente di dire dell’amicizia con Gigi Maifredi? Il vostro progetto fu rivoluzionario o ingenuo? E perché, nonostante la stima più volte tributatagli apertamente da campioni come Roberto Baggio (che non perde occasione per dichiarare che è stato il suo allenatore preferito, insieme a Carlo Mazzone), la sua avventura in una Juventus ricca di ottimi giocatori fu un insuccesso?

Più che un progetto rivoluzionario, si trattò di un insieme di circostanze che portò la nostra amicizia a indirizzarci a vicenda verso palcoscenici che si sarebbero rivelati di successo per entrambi. L’avventura di Gigi alla Juve, pur confermando le sue intuizioni sul modulo a zona, non andò bene per due motivi. Il primo è costituito dal fatto che molti calciatori, Tacconi in testa, non digerirono le modalità attuative della zona, abituati com’erano da decenni a giocare a uomo. Il secondo motivo attiene all’estrema rapidità con cui Maifredi approdò alla Juve partendo dalla terza categoria. Una gavetta insufficiente per fargli comprendere ed elaborare un repentino successo come il suo e per adattare la sua personalità alle nuove realtà che si stavano delineando.

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Cos’è che non va nel calcio di oggi?

Il calcio è magia e, dunque, anche se le cose paiono andare male, suscita sempre grande fascino. Costituisce la proiezione del sogno irrealizzato di quei milioni di persone che hanno tirato due calci al pallone. In Italia, la mancanza di prati verdi e il tramonto degli oratori, vere e proprie palestre per gli apprendisti campioni, insieme all’avvento degli stranieri nel nostro campionato, ha creato più di un problema. Ma il calcio regge ugualmente. Gli stadi sono pieni e i settori giovanili delle società fanno miracoli. Ecco perché può capitare anche di vincere un campionato europeo senza grandi campioni.

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Perché Gian Piero Ventura in nazionale ha fallito?

Ventura è un discreto allenatore, uno studioso del calcio, un istruttore. Il suo fallimento attiene a varie circostanze negative occorsegli nel periodo cruciale della sua esperienza. Un palo, una traversa o un gol sbagliato davanti alla porta possono fare una differenza micidiale tra successo e baratro. Anche in queste situazioni, dolorose o esaltanti che siano, emerge l’essenza della bellezza di questo sport.

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Esistono ancora presidenti naif, a metà strada tra il mecenate e il filibustiere, come Gaucci e Anconetani?

Oggi i presidenti hanno compreso che interpretare il loro ruolo con leggerezza porta inevitabilmente a grossi guai. Un tempo, quel ruolo era vissuto da molti patron in modo più sanguigno: il rapporto con i calciatori era più intenso e ciò spesso implicava lasciarsi andare a spese pazze pur di assicurarsi un campione. Oggi le grandi società sono macchine perfette, ben organizzate in vari dipartimenti e non lasciano, salvo rare eccezioni, nulla al caso. In Italia, la mancanza di stadi moderni e un marketing ancora sottosviluppato hanno portato a una crisi economica per le società che preoccupa non poco. Luciano Gaucci era un personaggio fantastico, generoso, passionale. Purtroppo, è scomparso e le sue pendenze con la giustizia si sono ovviamente dissolte, però non attenevano al calcio. Romeo Anconetani è stato il presidente precursore, seppur nella veste di intermediario calcistico, della figura del procuratore. Irascibile, superstizioso, ha lasciato una traccia profonda nella storia di questo sport.

Mi ha colpito il legame affettivo da lei sviluppato con alcuni dei calciatori. Come si fa ad avere quella visione così umana delle relazioni interpersonali in un mondo in cui circola tanto denaro?

Il calcio nasce sulla strada. Nessun bambino comincia nelle scuole calcio. Le sue prime esperienze calcistiche devono emergere giocando con gli amici, in strada o nei pochi campetti di periferia. È per questo, forse, che il rapporto di fratellanza e passione unisce per sempre chi parla il linguaggio del calcio. Io che vantavo un passato da calciatore professionista sono riuscito a sviluppare rapporti di amicizia perché avevo già provato di persona le sensazioni che vedevo nei miei clienti e ciò mi ha consentito di mantenere nel tempo un feeling particolare con alcuni di essi. Il denaro ha certamente un ruolo primario, ma va ricordato che il calciatore fa un mestiere che farebbe anche gratis, perché è la passione a sorreggerlo.

Christian Panucci è forse stato il suo primo colpaccio. Il vostro allontanamento è stato doloroso? Mi è sempre parso guascone, poco propenso a chinare il capo. Quanto un atteggiamento come il suo può nuocere alla carriera di un calciatore?

Quando terminò la carriera, Panucci mi mandò un messaggio di ringraziamento per tutto ciò che avevo fatto per lui, nonostante qualche contrasto passato. Christian ha un carattere fumantino, non facile, che gli ha creato qualche problema con parecchi allenatori, tra cui Sacchi e Lippi e persino Fabio Capello, suo mentore. In effetti, sono atteggiamenti che hanno nuociuto non poco alla sua carriera, anche se la sua classe, la sua grande personalità in campo e la sua affidabilità nel ruolo di esterno destro o centrale difensivo hanno mitigato tale aspetto negativo.

Il caso Borriello mi pare da manuale. Un ragazzo proveniente da un ambiente difficile e “allontanato” da casa per amore, dalla mamma. Quanto aiuta e quanto pesa la presenza dei genitori? Esiste ancora la parola “riconoscenza” in questo ambiente?

La presenza dei genitori direi che è controproducente per quasi tutti i giovani calciatori. Speranze e delusioni si susseguono inevitabilmente nello sviluppo di un giovane e ovviamente le seconde affliggono la vita di genitori delusi, che riponevano nel successo del figlio l’aspirazione a un’affermazione sociale ed economica. La riconoscenza c’è solo quando chi deve averla è una persona intelligente.

Le è mai capitato di gestire un atleta che, per una serie di motivi, ha dato ben più di quanto promesso?

È spesso capitato il contrario, cioè che un giovane che avevo individuato come interessante abbia deluso. I calciatori che arrivano sono pochi; uno di quelli che ha fatto di più di quello che immaginavo forse è Giuseppe Favalli.

La depressione è un male oscuro difficile da associare a un mondo dorato come quello del calcio. Eppure, è un tranello in cui si può incappare da un momento all’altro. Cosa si sente di dire, oltre a ciò di cui parla nel suo libro?

Dico che la depressione è una brutta bestia, che ti può cogliere quando meno te l’aspetti. L’importante è riconoscerla e combatterla. Il calcio è stressante e gestire la vita e la carriera di un calciatore di successo è molto impegnativo.

Come hanno fatto giocatori estrosi ma pure un po’ narcisi come Oscar Damiani e Domenico Marocchino a integrarsi in un ambiente verticistico come quello della Juve, dominato dalla famiglia Agnelli?

Oscar mi ha detto che era uno dei pupilli dell’Avvocato, proprio per la sua estrosità e fantasia nel gioco. La famiglia Agnelli apprezzava molto le cuspidi di abilità calcistica.

Per finire, cosa può fare il calcio italiano per riprendere a far sognare e, soprattutto, per tornare a essere uno sport per tutta la famiglia?

Il calcio, in realtà, è ancora e sempre sarà lo sport per tutta la famiglia. Lo testimoniano il grande seguito e la presenza sugli spalti di spettatori di diverse età e ceti sociali. Fa ancora sognare anche perché i media, soprattutto le televisioni, attirano l’attenzione dei tifosi con immagini sempre più accattivanti, figlie dell’enorme progresso tecnologico degli ultimi 15 anni. Gli stadi, inoltre, specialmente nell’ultimo anno, hanno visto un’affluenza in grande ripresa.

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