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“Il corpo della donna come campo di battaglia” apre il Todi Festival

Lo stupro come arma. La guerra vista dalle donne. Intervista con l'attrice Annalisa Canfora

“Il corpo della donna come campo di Battaglia” - debutto al Todi festival
“Il corpo della donna come campo di Battaglia” - debutto al Todi festival

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29 Agosto 2022 - 11.37


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La XXXVI edizione del Todi Festival ha aperto sabato 27 agosto con la Prima Nazionale dello spettacolo di Matëi Vişniec “Il corpo della donna come campo di Battaglia”. Annalisa Canfora e Marianella Bargilli sono le due donne che prestano corpo e voce a Dorra e Kate. Dirette da Alessio Pizzech affrontano un testo scomodo quanto urgente.

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Marianella Bargilli (Kate) è una psicologa americana. Annalisa Canfora (Dorra), una donna bosniaca vittima di uno stupro di guerra. In scena, insieme per uno spettacolo difficile, profondo, complesso, sull’orrore e lo strazio della guerra, rivelano due personalità diverse.

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“Il corpo della donna come campo di battaglia”: una prima nazionale, un testo che ti obbliga a metterti a nudo, un pubblico eterogeneo a tratti poco avvezzo a tematiche scabrose. Ciò che è indiscutibile è la potenza e l’urgenza di un simile lavoro, fortemente voluto da Annalisa Canfora. Una messa in scena dove l’emozione ha sicuramente avuto il suo peso e che necessita di lievi correzioni, legate soprattutto alla diversa formazione attoriale delle protagoniste. Annalisa Canfora è animalesca. Attinge a quelle paure che sono nell’inconscio collettivo di noi donne, cerca di dimenticare la sua femminilità mettendosi a nudo imperfetta, senza filtri, incurante di ogni estetica. Sporca. Probabilmente da perfezionare la recitazione della Bargili, che ha faticato a trovare le note migliori per bilanciare l’irruenza dolorosa della Canfora, percorso possibile, forse, dando più peso alla psichiatra che alla donna le cui corde profonde vengono fatte risuonare dall’empatia tra donne. O, almeno, fatte vibrare nella parte finale della piéce, restando più vicini al testo.

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“Il corpo della donna come campo di Battaglia” di Matëi Vişniec, drammaturgo, poeta e giornalista rumeno naturalizzato francese, accende i riflettori su ciò che da sempre viene omesso delle guerre narrate nei libri di scuola di ogni orine e grado: lo stupro come arma.

Guerra. Com’è la preghiera di chi subisce la guerra? E se fosse: “Signore, tu non puoi darci il pane di ogni giorno. Non puoi perdonarci poiché non ti chiediamo perdono, perché noi non possiamo perdonarti. No, Signore, la tua volontà, non l’accettiamo poiché la tua volontà è il sangue e il fuoco e la follia. Perché la tua casa, Signore, adesso è la casa dei morti”? Matëi Vişniec scrive un testo duro, spietato, senza mezze misure. Come la guerra. Un testo sbagliato, crudele, rozzo. Come lo stupro. Un testo privo di pietà, ma che ha paradossalmente in sé un seme: la vita.

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“Ti odio… Ti odio… Ti odio… No, non dirmi che il tempo guarisce tutto… Il tempo non può che guarire le ferite guaribili”.

Sconvolta, bestiale, trasfigurata, alterata. Stuprata. Così appare in scena Annalisa Canfora al debutto al Todi Festival.

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Annalisa ha lavorato in passato con lo stesso Vişniec. “L’ho conosciuto dieci anni fa, quando portai in scena “Come spiegare la storia del comunismo ai malati di mente”. È un autore con un uso molto forte dei materiali storici, che trasforma in testi poetici, grotteschi, lirici, simbolici. Qui affronta il tema della guerra in Bosnia”.

Inizia così una chiacchierata con l’attrice che presta il suo corpo a Dorra.

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Chi è Dorra?

Dorrà è un personaggio reale e, al contempo, il simbolo di tutto il popolo balcanico. “Il corpo della donna come campo di Battaglia” non è la storia di una persona. È una donna che racconta, con la sua storia personale, gli orrori della guerra. Lo fa attraverso lo stupro che ha subito.

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Il suo viaggio attraverso la coscienza di un Paese, diventa anche un’opportunità per un suo processo di trasformazione. È un testo che mostra cosa sono i Balcani, cos’è l’Europa. Quando l’ho letto me ne sono innamorata. Da lì è nata l’idea di metterlo in scena. Visto il momento storico, è un testo urgente, che apre un fronte a lungo trascurato: la guerra delle donne, gli stupri, la prevaricazione del maschile sul femminile, l’inutilità del male. Una scrittura che non poteva essere resa con una lettura borghese, orizzontale. E in questo la regia di Alessio è stata preziosa.

Il ventre di Dorra viene accostato alle fosse comuni…

Lì c’è il cuore della relazione tra Dorra e Kate. La pancia di Dorra è un carnaio. Mentre Kate arriva in Europa per aiutare nel riconoscimento delle vittime nelle fosse comuni. E Dorra, che vuole espellere il frutto di uno stupro di gruppo, abortire, diventa per lei l’unica occasione di tirare fuori un essere umano vivo da un carnaio. Lo scopo di Kate diventa quello di salvare almeno una vita, perché l’orrore che ha visto, i cadaveri ammassati nelle fosse comuni, l’ha devastata. Sono due donne che si salvano la vita a vicenda.

Il contrasto tra Kate e Dorra si gioca soprattutto sull’insistenza di Dorra di affermare che la morte è più forte della vita.

Dorra non ha una storia. Di Kate sappiamo tutto, mentre di Dorra avevamo solo il suo nome. È il simbolo di tutti i Balcani. È una coscienza collettiva. Non a caso, in scena, parlo al pubblico, rompo la quarta parete. Dorra è lì a testimonianza dell’orrore balcanico. A testimonianza di quel dispositivo automatico di violenza del pensiero maschile che, se non scardiniamo, continuerà a generare violenza.

Una donna senza storia come la Jugoslavia, solo un grande contenitore, una scatola creata a tavolino senza chiedersi cosa ci stessero mettendo dentro…

Nel testo infatti si parla ripetutamente dei Balcani come una polveriera. Una polveriera sempre pronta ad esplodere. E a riesplodere anche ora.

Ma la bellezza del testo sta nella soluzione finale, in un albero vecchio che verrà abbattuto e sostituito da uno giovane. Una sorta di albero della vita che ha il potere di generare altra vita.

È un testo di speranza, che ci ricorda che, anche in mezzo alla morte, all’orrore, all’inferno, un seme di vita lo troviamo. Questo è il messaggio che noi vogliamo riuscire a dare con questo spettacolo.

La guerra viene sempre raccontata in modo maschile: soldati che vincono o che perdono, territori persi o conquistati. Nessuno racconta mai la guerra subita dalle donne…

Portiamo in scena la guerra che causa morte, ma anche la guerra che dà vita. Una vita che spesso viene rifiutata perché sono “figli della guerra”.

Vişniec a un certo punto fa dire a Dorra: “se mio figlio mi chiederà chi è suo padre, che cosa gli dico?” E Kate risponde: “che suo padre è la guerra”. È un tema importante perché l’umiliazione del corpo femminile è un argomento che ancora viene trattato marginalmente. L’umiliazione di non poter mettere al mondo questi figli e, soprattutto, di non poter dare loro un nome.

Mentre preparavo questo lavoro, ho visto un’intervista girata in Bosnia. La donna intervistata diceva: non solo noi siamo state stuprate, ma non possiamo parlare dello stupro subito. Nelle comunità non puoi parlarne, perché altrimenti viene anche additata. Quindi non solo vivi lo stupro, ma anche l’umiliazione di dover tacere per difendere la comunità. Devi difendere la tua etnia perché molto spesso è un tuo familiare che ti ha stuprata. Queste donne vivono non solo l’orrore durante l’occupazione, ma anche dopo. Per questo Dorra dice “io non ho più casa, non c’è più nessuno vivo nel mio cuore”, perché queste donne non hanno neanche il riscatto della comprensione, della solidarietà. Tu diventi colpevole anche di aver subito quella violenza, quindi non hai neanche il diritto di parola, il diritto di condivisione. È agghiacciante. È la guerra sulla pelle delle donne ed è la guerra reiterata. È una delle armi più forti: io stupro tua madre, tua sorella, tua figlia. La donna subisce violenza per colpire l’uomo, e subisce due volte perché non può parlare. Non c’è il riscatto, non c’è salvezza. Quando Kate dice “la vita è più forte”, Dorra le risponde “ma che dici, è la morte che è più forte della vita”. La potenza e la grandezza di Dorra sta nel fatto che lei non parla per sé, ma per tutte le donne che hanno subito lo stupro come arma di guerra.

Lei dice: “che volete, i Balcani sono così, sono una polveriera”. Ecco perché è urgente fare una rivoluzione culturale. Altrimenti continueremo a costruire polveriere come è accaduto nella ex Jugoslavia. Come sta accadendo in Ucraina.

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