Un maggio dedicato ai De Filippo, tra incontri e spettacoli
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Un maggio dedicato ai De Filippo, tra incontri e spettacoli

Napoli ospita una serie di iniziative artistiche e culturali dedicate a Titina ed Eduardo. Intervista al regista Francesco Saponaro

Un maggio dedicato ai De Filippo, tra incontri e spettacoli
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Giuseppe Costigliola Modifica articolo

2 Maggio 2022 - 20.22


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Per celebrare degnamente il genio artistico di Titina ed Eduardo De Filippo, nel mese di maggio si svolgeranno una serie di iniziative che proporranno una rilettura critica della loro poliedrica personalità. Nella città che diede i natali a questi protagonisti della cultura italiana e internazionale – e precisamente presso l’Università Federico II e lo storico Teatro Trianon Viviani di Napoli, sulle cui tavole si esibirono, oltre agli stessi De Filippo, Totò e alcuni fra i principali esponenti della scena partenopea come i Viviani, i Maggio, i Fumo e tanti altri – sono infatti previsti vari eventi a loro dedicati.

Si comincia il 6, 7 e 8 maggio con lo spettacolo teatrale Titina la Magnifica, tratto dalla biografia scritta dal figlio Augusto Carloni, per la regia di Francesco Saponaro che ne è anche autore insieme a Domenico Ingenito. Vi si ripercorrono gli avvenimenti centrali della parabola artistica ed esistenziale della grande attrice, seguendo una linea cronologica che conduce dall’infanzia agli ultimi anni, quando, obbligata ad allontanarsi dalle scene a causa di una grave malattia cardiaca, si dedicò alla pittura e al collage. Si rappresenta la crescita di Titina artista, ma anche la sfera privata di madre, sorella e moglie, una stanza di memorie che ne rievoca gli incontri più significativi, da Eduardo Scarpetta ai fratelli Eduardo e Peppino De Filippo, da Totò a suo marito Pietro Carloni. Titina è stata un’artista dei superamenti, ben oltre la condizione di compagna e sorella d’arte, dotata di una personalità affascinante, ricca di interessi ma anche di private fratture esistenziali, che ha saputo coniugare uno sguardo indipendente a una eccezionale vivacità creativa, confrontandosi con la nuova fisionomia assunta dalla donna contemporanea. Per raccontarla, gli autori si affidano appunto alla tecnica compositiva dei collage a lei tanto cara, lavorando per frammenti, sketch, poesie e squarci autobiografici, per tratteggiare la figura di un’interprete unica.

Altro appuntamento è quello del 13, 14 e 15 maggio, quando andrà in scena la commedia-parodia musicale in quattro atti La donna è mobile, di Vincenzo Scarpetta, sempre per la regia di Saponaro e con arrangiamenti e direzione musicale di Mariano Bellopede. Presentata per la prima volta nel 1918, la sua azione è sorretta e arricchita da monologhi, duetti e terzetti musicati e cantati, parodie di famose arie d’opera, con la rivisitazione in chiave comico-grottesca del panorama musicale dell’Ottocento romantico, dove la commedia dialettale incontra la parodia della lirica, con argute citazioni dell’operetta e rielaborazioni parodiche di successi di inizio Novecento.

Accanto agli eventi teatrali si colloca un ciclo di tre incontri dal significativo titolo 2000 Eduardo, che intendono stimolare una riflessione sull’eredità e gli insegnamenti lasciati da una “leggenda” del teatro del Novecento ad una nuova generazione che si affaccia al mondo dell’arte. Parteciperanno fra gli altri i maestri Pasquale Scialò e Antonio Sinagra, il coordinatore del progetto Giulio Baffi, la cantautrice Patrizia Cirulli, che ha musicato alcune poesie di Eduardo e che canterà tre brani; interverrà anche Celia Bussi, autrice del volume pubblicato in Francia Eduardo de Filippo – Fabrique d’un theatre en eternel renouveau. Nei prossimi mesi sarà inoltre messo a punto un calendario di incontri relativi a possibili temi da esplorare criticamente, come “Eduardo e la scrittura teatrale”, “Mettere in scena Eduardo”, “Interpretare la parola di Eduardo”, “Lo sguardo politico di Eduardo”, “Eduardo educatore”, “Per una didattica eduardiana”, “Eduardo in cucina”, “Espressioni di un linguaggio artistico eduardiano”. I materiali critici ed informativi faranno parte di una serie di “quaderni” che saranno pubblicati a cura del Teatro Trianon Viviani.

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Dunque, una meritevole serie di iniziative che appassioneranno quanti già conoscono e amano i De Filippo e susciteranno il sicuro interesse dei giovani che dalla loro immortale lezione di umanità e arte hanno molto, moltissimo da imparare.

Per l’occasione abbiamo intervistato il regista teatrale Francesco Saponaro.

Qual è l’attualità di un personaggio come quello di Titina De Filippo e cosa può dire alle donne di oggi?

Titina De Filippo è stata un’artista dei superamenti, ben oltre la condizione di compagna e sorella d’arte. Ha saputo coniugare il suo sguardo indipendente a una poliedrica vivacità creativa, spesso in anticipo sui tempi declinati quasi sempre al maschile, fuori e dentro la scena. Ha seguito sin dagli esordi della carriera la sua spinta a costruire comunque una «stanza tutta per sé» in cui sperimentare il suo particolare percorso di interprete tra teatro e cinema, di autrice di gustosi atti unici, soggetti cinematografici e sceneggiature, poesie, collage e olii. È un dato evidente che è stata uno dei grandi modelli per tutte le attrici del secondo dopoguerra con la sua capacità di “Arrivare alla semplicità, all’umanità drammatica e bruciante, senza artificio ma con dignitosa aristocratica linea d’artista”.
Com’è nata l’idea di utilizzare la tecnica del collage per trasporre sulla scena l’opera biografica scritta dal figlio e cos’ha comportato in termini di resa artistica?

Io vengo da una lunga esperienza, soprattutto negli anni più giovanili, insieme alla compagnia Rossotiziano di teatro ispirato alle arti figurative. Mi sono occupato per anni di un grande artista come Pino Pascali. Antonella Stefanucci (la protagonista di Titina la magnifica) è figlia di due artisti, sua madre Rosa Panaro, importante esponente delle correnti femministe dell’arte napoletana del secondo dopoguerra. Siamo rimasti entrambi molto colpiti dalla Titina artista di olii e collage. Il testo chiude con questa immagine del tagliare e incollare, di ricucire in un nuovo ordine le carte colorate e i pensieri, la propria storia intima e personale. Con Domenico Ingenito che collabora alla drammaturgia abbiamo cominciato a lavorare all’emersione dei segmenti di vita e arte più importanti, a partire – soprattutto – dal libro del figlio Augusto: Titina De Filippo, vita di una donna di teatro. Abbiamo fatto una selezione degli episodi che potevano diventare dialogo teatrale, cercando di restituire lo stile e il ritmo della scrittura di Titina drammaturga. In fondo si tratta di un processo New Dada per dirla con Pascali, che teorizzava la costruzione di un’opera come la costruzione di un grande puzzle con pezzi diversi a cui diamo la forma finale dell’oggetto che vogliamo. Ma è il gioco dei bambini col meccano. E in questo lavoro c’è anche uno slancio sincero e candido del teatro delle marionette e delle giostre con le apparizioni.

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È stato necessario adattare alle scene contemporanee una commedia come La donna è mobile scritta oltre un secolo fa, oppure la pièce conserva una sua freschezza?

Il copione de La donna è mobile è una brillante promessa di teatro. Destreggiandosi in un nugolo di personaggi che ricalcano gli echi della più nota drammaturgia scarpettiana, Vincenzo Scarpetta ci offre una raffinata e umoristica critica della società del suo tempo che in realtà non è affatto lontana dalla nostra. Giocando con equivoci e malintesi, travestimenti e lotte di classe, inseguendo l’amore o il danaro, è il riscatto sociale pacifico e scaltro – tutto arte della scena e teatro – ad avere la meglio. Gli ultimi gabbano i prepotenti che perdono le loro infauste e stolide imprese. Almeno a teatro è così.

Vincenzo Scarpetta era un artista raffinato e, seguendolo, abbiamo scoperto che la partitura può essere contaminata dal guizzo nomade del napoletano curioso; dagli States al Sud America, dal Mediterraneo all’Estremo Oriente.

Come ha affrontato l’impianto parodico di quest’opera per renderlo godibile anche ai giorni nostri?

La donna è mobile ci ha permesso di giocare con molti codici e stili grazie ad affioramenti espressivi che aprono a diversi generi oltre quello germinativo della commedia-parodia in musica da cui siamo partiti. Si intravedono ne La donna è mobile echi di Petito e Marulli, il lirismo vibrante di Viviani e qualche sfumata complessità dai risvolti pirandelliani. Più a fuoco, naturalmente, le linee moderne della comicità di Titina, Peppino ed Eduardo che di quell’esperienza, al fianco del fratello Vincenzo, fecero parte in età giovanile. Abbiamo lavorato nel rispetto del testo senza dimenticare di interrogarci sul presente, su come alcune linee melodiche, sfumature linguistiche, azioni, segni distintivi o oggetti possano anche subire un cortocircuito con i modelli del teatro contemporaneo. Questa interpunzione o contrappunto, di relazione fertile con la memoria, produce il seme di un nuovo inizio.

Con la musica poi il gioco è pirotecnico. Grazie al sodalizio con gli artisti coinvolti e con il maestro Mariano Bellopede la musica guida il tessuto emotivo della messa in scena e libera suggestioni che viaggiano ben oltre il confine partenopeo.

Qual è il tratto distintivo della grande tradizione teatrale napoletana del secolo scorso e perché continua ad affascinare generazioni di spettatori?

Resto convinto che nessun’altra definizione dell’avventura nella tradizione teatrale napoletana sia stata posta meglio in essere di quanto abbia fatto Eduardo De Filippo asserendo che “la tradizione è la vita che continua” e che se vogliamo volare più in alto, dobbiamo partire dalla tradizione, a patto di usarla come un trampolino per andare da qualche altra parte. I napoletani hanno evidentemente una grande tradizione alle spalle. Ma è un’arma a doppio taglio. Perseverare nella riproduzione, nel ricalco di un modello passato e formalizzato, senza avere neanche poi la certezza di quali fossero i modelli e le loro declinazioni effettive, usando la tradizione in maniera museografica, è un grave pericolo che priva invece di quello slancio vitale per parlare anche ai contemporanei. Qualche anno fa, a Roma, il Maestro Mario Monicelli, alla fine di uno spettacolo, ci disse che in fondo la Commedia all’italiana era legata a tutte le esperienze teatrali del varietà e dell’avanspettacolo, ancor prima alla rivoluzione sui modelli di scrittura e di recitazione operati tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento proprio da Eduardo Scarpetta. Scarpetta si era allevato cominciando con Antonio Petito, l’ultimo sommo Pulcinella e di lì ancora quell’onda risaliva alla Commedia dell’Arte. Io credo in un lungo flusso di sapienze che si trasmettono da persona a persona nell’esperienza delle arti sceniche, e che la radice della parola tradizione in latino ha diversi significati tra i quali: tradire, tramandare e trasmettere.

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Quali progetti ha in cantiere per il futuro?

Dopo due anni molto complessi, in cui, come molti colleghi, ho vissuto il blocco forzato dal lavoro che vuol dire l’allontanamento da una delle ragioni che mi tengono in vita, oggi guardo ai nuovi impegni che si sono fatti molto serrati con soddisfazione ma anche con consapevole privilegio. Il lavoro del teatro, soprattutto per i più giovani, è davvero molto difficile. Bisogna ricalibrare al più presto gli investimenti per questo settore, sostenere le residenze per giovani artisti, finanziare progetti. Io cerco di costruire compagnie eterogenee, coinvolgendo al massimo giovani di talento, come nel caso de La donna è mobile… cerco anche di diversificare i miei interessi di regista, dal teatro all’audiovisivo all’opera lirica. Intanto spazio nella prosa tra testi contemporanei e il lavoro sui classici. Dopo questa esperienza con il Trianon diretto da una straordinaria e coraggiosa Marisa Laurito mi attende la regia di Contrazioni di Mike Bartlett con Federica Sandrini e Valentina Acca con il Teatro Sannazaro per il Campania Teatro Festival, poi un progetto su Pasolini con Anna Bonaiuto e Enzo Moscato per Casa del Contemporaneo e il lavoro sul Don Giovanni Involontario di Vitaliano Brancati con Fabrizio Falco e Davide Cirri per il Teatro Biondo di Palermo e mi fa molto piacere il dialogo per un prossimo progetto con il Teatro Nazionale di Napoli diretto da Roberto Andò.

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