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'Miccia Corta': Sergio Segio e il diario di un'evasione

Intervista al fondatore di Prima Linea, organizzazione paramilitare di estrema sinistra protagonista di operazioni eclatanti, spesso finite nel sangue

'Miccia Corta': Sergio Segio e il diario di un'evasione
Sergio Segio e Susanna Ronconi

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8 Marzo 2022 - 13.51


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di Rock Reynolds

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È lecito dissentire da alcune sue posizioni, ma a Sergio Segio non si può che riconoscere grande onestà intellettuale e lucidità. Fondatore di Prima Linea, organizzazione paramilitare di estrema sinistra protagonista di operazioni eclatanti, spesso finite nel sangue, Segio è stato l’ultimo a uscire dal carcere, per poi dedicarsi anima e corpo, come ha fatto in ogni frangente nel quale ha scelto di operare, al volontariato, soprattutto a sostegno dei diritti dei carcerati.

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Miccia Corta (Milieu, pagg 239, euro 15,90) è una sorta di esame di coscienza pubblico, oltre che il racconto dell’avventurosa operazione per fare evadere alcuni compagni di lotta dal carcere di Rovigo.

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Miccia Corta si apre con una breve storia di Prima Linea, quasi un manifesto della lotta armata. Non c’è il minimo compiacimento nelle parole di Segio, la cui scrittura è di un livello enormemente superiore alla media degli autori che si auto-collocano nel solco della cosiddetta “alta letteratura”.

Ho preferito far parlare direttamente Segio, un fiume in piena. Ciò che ci ha detto rende meglio l’idea del clima e delle ragioni di quegli anni rispetto a decenni di programmi televisivi e saggi che non hanno quasi mai saputo coglierla appieno. Di nuovo, è lecito dissentire, ma è necessario tentare di capire. Sempre.

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Miccia Corta sembra un diario in tempo reale: l’ha davvero scritto mentre gli eventi si dipanavano?

Il libro è stato scritto per intero nel 2004, vale a dire nell’anno in cui ho terminato di scontare la condanna che mi era stata inflitta. Dopo essermi liberato dal carcere ho inteso così provare a liberare la mia memoria nella quale quegli avvenimenti erano e rimangono scolpiti indelebilmente. Come concludevo nell’introduzione alla prima edizione di Miccia corta del 2005, la scelta del tempo narrativo risponde all’intenzione e allo sforzo di calarmi fedelmente nelle convinzioni, nei pensieri, nei sentimenti, nel linguaggio dell’epoca. Ovvero di non sovrapporvi le successive consapevolezze, le coscienze e le distanze del dopo. Specie su queste materie e su quel periodo storico, infatti, tocca spesso constatare come, in buona o cattiva fede, l’autenticità dei fatti e delle analisi i giudizi e le scelte risultino sacrificati a successive e progressive stratificazioni di memoria.

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So che ha impostato la sua “seconda vita” sul registro del volontariato, della vicinanza agli ultimi, ai reietti e a chi si vede erodere diritti ogni giorno. Come si sente oggi?

Grazie per questa domanda, che non mi viene mai posta. È in effetti questa seconda vita, che in realtà sarebbe la terza, essendovi da considerare anche il lungo e sospeso periodo del carcere, a rappresentare il mio essere successivo, il mio nuovo tempo presente, la mia scelta di un diverso e per certi versi opposto sistema di vita e di valori. È un’altra vita, è quella cui tengo di più, ma, naturalmente, la meno conosciuta e considerata. Eppure, nonostante tutto, non la penso davvero come “altra”. Sarebbe una via di fuga e di comodo dalle mie responsabilità e dalla mia biografia. Ma sarebbe pure uno smarrimento e un tradimento della mia stessa memoria. Poiché so, e quindi dico – anche se ciò mi procura spesso critiche e attacchi – che vi è un filo di continuità tra la mia gioventù sovversiva e il mio presente di impegno sociale e culturale sul piano dei diritti e della scelta di campo per chi “sta in basso”: ieri e oggi è sempre stato quello il mio riferimento sociale, ideale, sentimentale.

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Immagino quante volte si sarà imbattuto in persone che non accettano che lei possa rientrare nella “normalità”. Come si riesce a vincere quella resistenza e, soprattutto, a far capire alla gente che gli episodi di violenza che l’hanno vista protagonista non erano figli di una insana sete di violenza?

Il rifiuto e l’ostracismo verso chi, come me e tanti altri, ha compiuto la scelta armata nel campo della sinistra negli anni Settanta sono indubbiamente oggi più forti che mai. Paradossalmente, sono assai più estesi e concretamente operanti che non all’epoca immediatamente successiva ai fatti, e dunque con le ferite maggiormente aperte, nonostante in mezzo vi siano stati decenni di carcere da noi scontati, in una misura ed entità che non ha alcun precedente nella storia italiana, e non solo. Basti pensare che, dopo la Liberazione, i processi per collaborazione con il fascismo colpirono circa 43.000 persone: 23.000 furono amnistiate già in fase istruttoria e altre 14.000 liberate con formule diverse. I condannati in via definitiva furono 5928. Di questi, 5328 beneficiarono di amnistia, indulto e grazia, compresi i più efferati torturatori e gli autori di stragi. Soli sette anni dopo la sconfitta del fascismo, nel 1952, in carcere rimanevano appena 266 condannati. Più o meno la stessa cifra di quanti, a distanza di trent’anni dalla lotta armata, erano ancora in carcere o sottoposti a misure penali. I fatti per i quali anch’io porto responsabilità sono stati indubbiamente terribili e luttuosi, anche se nella lettura storica di un paese andrebbe sempre conservato un senso delle proporzioni. Quel che oggi è stato dolosamente occultato e abilmente sradicato dalla memoria sociale e dalla consapevolezza pubblica è che i soggetti e le parti che a quel tempo hanno agito violenza e provocato vittime sono stati plurimi e opposti. E che quella fase sanguinosa della storia italiana del dopoguerra non è certo cominciata a opera delle formazioni di sinistra, né a queste è attribuibile la gran parte delle vittime. Rimane un fatto incontestabile, ma appunto nascosto e rimosso: le stragi che dal 1969 al 1984 hanno provocato almeno 149 morti e diverse centinaia di feriti sono rimaste sostanzialmente impunite e sono tutte addebitabili alle destre eversive, a uomini dello Stato e a pezzi delle istituzioni.

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Non è, però, questione di cifre e di comparazioni: ogni morte violenta è di per sé intollerabile e inescusabile. Comunque e chiunque ne sia responsabile. Abbia pagato o meno per le sue responsabilità, come è stato per la lotta armata, o sia rimasto impunito, come è avvenuto per il terrorismo stragista e per gli uomini delle istituzioni in esso coinvolti o per le attività illegali di apparati dello Stato. Detto questo, la ricostruzione e la memoria storica di un paese non dovrebbero, come invece è stato fatto e avviene, essere consegnati a processi unidirezionati, al rancore perpetuo e a una interessata strumentalizzazione politica, quale l’approvazione di quella legge del 2007, in base alla quale «la Repubblica riconosce il 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, quale “Giorno della memoria”, al fine di ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi di tale matrice». Quindici anni fa, è stato così ribadito e consacrato in forma e in forza di legge un assunto assai discutibile, ovvero che il terrorismo, la lotta armata e le stragi siano fenomeni assimilabili e omogenei. Contemporaneamente, con la scelta simbolica della data, si indicava che l’intera responsabilità di quel tragico periodo è da addebitarsi alla lotta armata di sinistra, quella che ha ucciso Aldo Moro. Vennero allora bocciate altre proposte che, più plausibilmente e correttamente, avevano proposto che tale ricorrenza fosse fissata al 12 dicembre, vale a dire la data del 1969 in cui avvenne a Milano “la madre di tutte le stragi” di stampo fascista e connivenze statuali, la data che deviò la storia del paese, che fu obiettivamente un potente innesco della degenerazione violenta del conflitto e di implementazione della cosiddetta strategia della tensione che neofascisti e apparati militari e dello Stato stavano pianificando e organizzando già da anni. In conseguenza di quel processo falsificante e revisionista, da 15 anni a questa parte è sicuramente cresciuta e si è generalizzata l’animosità e la demonizzazione nei confronti degli ex militanti della sinistra armata e in particolare contro chi di essi non ha accettato l’“ergastolo della parola” e la stigmatizzazione perpetua.

In molte famiglie, compresa la mia, venivate chiamati “contestatori” in modo molto riduttivo e frettoloso. Ricordo commenti del tipo, “Toni Negri e i cattivi maestri come lui andrebbero puniti severamente”. Quanto una figura come Toni Negri ha rappresentato per lei e per l movimento e cos’è sfuggito alla narrazione pubblica?

Sicuramente Toni Negri è stato uno dei riferimenti maggiori, e tra questi uno dei più acuti, intellettualmente onesti e personalmente coerenti, di quella parte della lotta armata cui ho appartenuto, che è nata all’interno della cosiddetta autonomia operaia e del movimento del ’77. Altrettanto per certo non è stato considerato tale, anzi è stato violentemente avversato dalla lotta armata di matrice brigatista. Così pure, l’allora Partito Comunista lo considerò l’avversario più pericolo, sia per la sua statura intellettuale, sia perché consapevole che era quel movimento con la sua radicalità, ben più delle formazioni armate, a poter mettere in crisi l’egemonia riformista socialdemocratica e l’intera strategia berlingueriana del compromesso storico. Basterebbe leggere la corposa biografia di Negri (tre volumi a cura di Girolamo De Michele pubblicati dall’editore Ponte alle Grazie) per rendersi conto di quanto sia stata strumentale la sua criminalizzazione. Del resto, non ha riguardato solo lui: la logica è sempre quella di creare dei capri espiatori, di personalizzare fenomeni collettivi che rispondono e derivano da processi sociali, politici e culturali, non da cattivi insegnamenti o eterodirezioni. La sua storia, così come quella di quei movimenti e formazioni, non è semplicemente liquidabile: nel bene e nel male, si è trattato di un frammento del Novecento e della lotta di classe italiana.

Non le pare che talvolta la lotta armata abbia sfiorato il delirio, visto che la gente non si sentiva in guerra?

Negli scorsi decenni in Italia è stato promosso un acceso dibattito, purtroppo più tra i politici e i media che non tra gli storici, se fosse o meno lecito considerare “guerra civile”, sia pur strisciante, il conflitto armato degli anni Settanta. Se ne è perlopiù concluso che non lo fosse e quello fu un passaggio utilizzato dal mainstream e dalla gran parte dei commentatori per imporre e sedimentare un lapidario e definitivo giudizio secondo cui quella lotta armata sia da considerarsi un fenomeno delittuoso e criminale. A me pare che ben altro spessore, credibilità e fondamento storico abbiano le conclusioni cui pervenne, dopo molti anni di acquisizioni e studio di documenti e testimonianze, Giovanni Pellegrino, che presiedette dal 1994 al 2001 la Commissione parlamentare sul terrorismo e, significativamente, «sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi»: «La Commissione stragi deve avere il coraggio di dire agli italiani in forma ufficiale che le cose sono andate così: eravamo un Paese dove si è combattuta per molti anni una guerra, a bassa intensità, ma una guerra c’era». E ancora: «Nel periodo ’68-’74 settori del mondo politico, apparati istituzionali, gruppi e movimenti della destra radicale hanno elaborato e posto in essere una strategia della tensione (…); a tale strategia sono attribuibili tentativi di colpo di stato (…) tre grandi stragi impunite nel periodo 69-74 (…); gli apparati di intelligence e di sicurezza, anche dopo il 1974, furono autori di attività di depistaggio e di copertura nei confronti di elementi della destra radicale individuati come possibili autori di fatti di strage». «In quegli anni si è combattuta una vera e propria guerra civile, sia pure a bassa intensità. La guerra civile che negli anni Cinquanta e Sessanta (dall’attentato Togliatti in poi) era rimasta in uno stato di pura potenzialità, negli anni Settanta, dopo piazza Fontana, si è riaccesa in un reale e sanguinoso scontro politico-sociale». In questo senso, non direi che la lotta armata italiana possa essere considerata un improvviso delirio che ha contagiato e convinto qualche decina di migliaia di persone a mettere in gioco la propria e altrui vita, semmai un fenomeno di radicalizzazione che, pur senza avere una base di massa e di consenso paragonabile a lotte armate e guerriglie di altri paesi, latino-americani o europei come il nord Irlanda, si è mosso in un’ottica e convinzione di guerra civile in atto. Per quel che può valere, in un documento della intelligence statunitense dell’aprile 1982, The Red Brigades: a Primer, i simpatizzanti della lotta armata in Italia venivano stimati in un milione, con un serbatoio di sostegno e di possibile arruolamento considerato del 2% degli operai su base nazionale e tra i diecimila aderenti al movimento dell’Autonomia operaia. Analoga quantificazione ebbe a fare Francesco Cossiga, allora ministro dell’Interno e poi presidente della Repubblica.

Nel suo libro lei parla del Bloody Sunday. Che impatto ha avuto sulla lotta armata in Italia?

Il Bloody Sunday è del 1972, anno nel quale nessuno di noi, a parte le prime Brigate Rosse, parlava di lotta armata e la praticava, anche se già si affacciava nell’orizzonte del possibile o, per come allora ci poteva apparire, del necessario. Ma erano sicuramente anche per noi già anni di acceso e anche violento conflitto sociale. Nelle strade, nelle scuole e nelle fabbriche la lotta era continua e affratellava gli oppressi e i rivoltosi di tutto il mondo e di tutti i continenti. Dai Weatherman e dalle Black Panther degli Stati Uniti, ai movimenti in lotta contro la guerra in Vietnam, a quelli africani e asiatici contro il colonialismo, a quelli latinoamericani ma anche greci, portoghesi e spagnoli soffocati dalle dittature militari e fasciste, che – anche questo è stato dolosamente rimosso nel revisionismo storico italiano – circondavano anche il nostro paese, sollecitandone le forze armate a emularli, finanziando, sostenendo e addestrando le organizzazioni neofasciste nostrane. Ovviamente, ci affratellava e univa sentimentalmente anche alle lotte per l’indipendenza come quella portata avanti dai nordirlandesi. In questo contesto, la strage del Bloody Sunday è rimasta fissata nel nostro immaginario e ci ha rafforzato nelle convinzioni che gli oppressi di ogni paese dovessero reagire alla violenza omicida del potere e dei suoi eserciti e polizie accettando il terreno di guerra da essi imposto. Nel nostro caso e per i nostri riferimenti ideologici si trattava di guerra di classe, non indipendentista, ma il nemico era lo stesso. Il nostro Vietnam e la nostra Belfast erano le officine di Mirafiori, i nostri territori da liberare erano i quartieri militarizzati e inquinati dalla aggressiva presenza dei fascisti, le periferie-dormitorio delle metropoli costruite attorno e in funzione della fabbrica, ma simili se non identiche erano le tensioni e la volontà di cambiare radicalmente la realtà in cui vivevamo e, da lì, il mondo intero. Come detto, vi sono sicuramente notevoli differenze tra le lotte armate e le guerriglie avvenute in Europa in alcuni paesi, scaturite da rivendicazioni di carattere territoriale e indipendentiste, come ha potuto essere per l’Irlanda del Nord o per i paesi Baschi, e quelle di radice comunista rivoluzionaria, motivate da spinte alla rivoluzione sociale e anticapitalista, come principalmente in Italia, Germania e Francia, ma anche Spagna o Belgio. Pure, vi sono state anche sintonie e similitudini e talvolta anche simpatie e collegamenti, come è stato, ad esempio, nei rapporti tra noi e i baschi dell’ETA o i francesi di Action Directe. Quel che è certo, e riconoscibile in tutte quelle diverse realtà, è che il Novecento è stato secolo di rivoluzioni, riuscite o tentate, fallite o tradite. Anche la nostra esperienza, per essere compresa – che non significa giustificata – andrebbe letta nel suo contesto storico, culturale e politico. Noi, intendendo nel complesso tutti i movimenti rivoluzionari, le guerriglie, le lotte anticolonialiste, indubbiamente siamo stati parte ed epigono delle suggestioni e delle culture di palingenesi sociale e di liberazione e di quel secolo.

Lei dice di aver organizzato l’evasione dal carcere di Rovigo per amore. Ma i sentimenti per un militante alla macchia non erano qualcosa di vietato?

Ma no, questa è una delle tante stupidaggini che i media embedded dell’epoca hanno costruito per disumanizzarci, per accreditare una nostra immagine di alieni precipitati sulla terra che una mattina, per qualche oscuro e patologico motivo, hanno cominciato a sparare. Certo, nella clandestinità, con le sue difficili condizioni materiali e con le sue necessarie regole, diventava difficile tenere assieme vita sentimentale e militanza, specie se i propri affetti non condividevano quest’ultima. Non pochi si sono fatti arrestare proprio per aver cercato di mantenere all’estremo i contatti e le frequentazioni con le proprie famiglie e amori.

Qual è il suo più grande rimpianto?

Sono talmente tanti che è difficile sceglierne uno. Forse quello di non aver capito per tempo che la celebre citazione di Paul Nizan, da Aden Arabia: «Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita», che riprendo anche nel mio libro, è solo una suggestiva immagine letteraria più che un destino. In questo caso, il rimpianto è di non poter aver le consapevolezze di oggi unite alle passioni e anche alle ingenuità di quell’età. Ma presumo che siano considerazioni banali per chi ha già trascorso la gran parte della propria vita, quale che sia stata.

Divisioni e fazioni in seno alla lotta armata. Perché?

Hanno sempre, e purtroppo, fatto parte della storia dei movimenti operai e rivoluzionari e del pensiero socialista, comunista e anarchico nel corso dei secoli. Noi non abbiamo fatto eccezione. Le sinistre di ogni tempo e paese hanno dall’origine avuto questa inguaribile tara e autolesionista dannazione; anche perciò sono state sconfitte e sono pressoché scomparse, sia nelle loro varianti riformiste, ormai mutate geneticamente, sia in quelle rivoluzionarie.

Lei pensa che il movimento rivoluzionario sia inevitabile?

Io penso che l’attuale sistema, che si è fatto globale, stia portando il pianeta e l’umanità verso una inesorabile catastrofe. Di conseguenza una rivoluzione, ovvero un cambiamento radicale, sarebbe tanto necessario e urgente quanto appare improbabile. Certo, parlo di una rivoluzione post-novecentesca, come quella che a cavallo di questo secolo si era palesata con il movimento altermondialista, che si era espresso a Seattle e poi sanguinosamente schiacciato a Genova nel 2001, ma che ancora aveva avuto un potente colpo di coda nella mobilitazione mondiale contro la guerra in Iraq portando in strada nel 2003 centodieci milioni di persone, la più grande manifestazione della storia. Il “New York Times” scrisse che era nata la seconda potenza mondiale del pianeta. Invece, all’inverso, stava per morire ed esaurirsi un movimento che ha avuto il sogno, o il miraggio, di provare a cambiare il mondo senza prendere il potere. È ora rimasta una sola potenza mondiale: quella che si fonda e si riproduce sul sistema della guerra infinita, sull’invincibile potere del “complesso militare-industriale-finanziario”, sulle corporation del bellico, delle fonti fossili e di Big Pharma, sulla religione del profitto, sul dogma del libero mercato e sullo sfruttamento intensivo e irresponsabile di uomini e risorse. Che quel cambiamento radicale – di culture, paradigmi, stili di vita e di consumo, di organizzazione sociale, di sistemi economici e modelli produttivi – sia necessario lo dovremmo aver meglio compreso negli ultimi anni, con la pandemia tuttora in corso, e lo vediamo con ancora maggiore evidenza in questi giorni quando, per la prima volta dalla metà del secolo scorso, si evoca – e così facendo la si avvicina – la possibilità di una Terza guerra mondiale e addirittura si rompe il tabù e la solenne promessa che i potenti fecero al mondo all’indomani del mattatoio della Seconda, vale a dire di bandire e rendere impossibile per sempre l’uso della bomba atomica. Ora la guerra nucleare, da deterrente che era nel Novecento, è stata messa apertamente e quasi distrattamente sul tavolo delle possibilità concrete e attuali. Nel contempo, mentre l’ennesima guerra viete vittime, distrugge città e spinge a una fuga disperata nuovi milioni di profughi e l’industria bellica festeggia in Borsa, si profitta per aumentare la produzione di petrolio, si rilancia l’energia nucleare, si riaprono le centrali a carbone. Altro che transizione ecologica! Sono stati così traditi e sepolti gli impegni, già drammaticamente insufficienti e tardivi, presi dai governi mondiali solo pochi mesi fa, nella Conferenza sul clima e contro il riscaldamento globale. Non c’è insomma da essere ottimisti, ma pur sempre bisogna lottare e sperare. E l’unica speranza diventa in effetti quella di una rivoluzione, di un cambiamento di questo sistema ecocida e genocida, distruttivo e suicida, prima che sia troppo tardi. Uno scrittore egiziano ha detto che «la rivoluzione è come una storia d’amore. Quando vivi una bella storia d’amore, diventi una persona migliore». Una considerazione che, nella mia esperienza e biografia, risulta profondamente vera, oltre che bella, e che spero di aver trasmesso in questo mio libro. Sulle barricate c’è sempre amore e poesia. Perché c’è sogno, desiderio, generosità, altruismo, voglia di cambiamento. Ma la mia biografia ed esperienza mi suggeriscono una postilla: quando si esercita violenza, per rivoluzionaria che sia o intenda essere, si diventa inesorabilmente, inevitabilmente persone peggiori. Vale per le guerre come per le rivoluzioni. Non ci sono soldati innocenti. Anche questo penso sia vero sempre. Per completezza, mi verrebbe da dire che si può diventare persone peggiori anche quando la violenza viene personalmente subita: perché, dopo e a causa di essa, facilmente subentrano odio e risentimento, si precipita in una spirale cui è difficile sottrarsi. Ecco che allora la vera rivoluzione, che può davvero cambiare il mondo, non può somigliare a quella che abbiamo conosciuto o provato a realizzare nel Novecento. Dovremo saper costruire un nuovo pensiero e nuove pratiche che la rendano possibile. Ma, cantavano i Nomadi, un gruppo musicale dei miei tempi, noi non ci saremo.

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