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Un futuro precario per i neolaureati

La pandemia accentua un disagio sociale che già si stava manifestando fra i giovani. Serve maggiore collegamento fra università, istituzioni e mondo del lavoro

Un futuro precario per i neolaureati

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18 Febbraio 2022 - 16.56 Culture


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di Vittoria Mangini

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Se i soggetti più colpiti psicologicamente dalla pandemia sono i giovanissimi, anche gli studenti universitari e i neolaureati guardano al mercato del lavoro con sempre più̀ diffidenza e preoccupazione. Questo mentre stanno affrontando i cambiamenti causati dal virus che sono stati loro imposti nella vita universitaria e nella pratica sociale. Ecco perché si torna a parlare di burnout studentesco. Ma cos’è la “sindrome da burnout”? E’ una condizione che comporta, negli studenti così come già nei lavoratori, un forte stress psicologico, ed è fortemente in aumento.

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A comprendere come questa sindrome possa investire anche la vita degli studenti universitari, l’ha spiegato bene, nel 2019, il primario di neurologia di Parma Enrico Montanari: “Oggi con il termine burnout identifichiamo una situazione in cui non si riesce ad affrontare lo stress, cosa che può avvenire in un campo dove si hanno molteplici responsabilità, ma anche quando ci si prefigge obiettivi troppo alti da raggiungere o quando si entra in crisi lungo il percorso verso il traguardo”. Questo fenomeno, infatti, non è slegato dall’altro fenomeno, il “neet”, più seguito e documentato che sta a indicare la condizione dei giovani inattivi o “sdraiati”, che non studiano e non lavorano. L’acronimo viene dall’inglese“Not in education, employment or training”.

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Nel 2019, “l’Anxiety and Depression Society of America” ha stimato che il 62% degli studenti di quel paese sosteneva di trovarsi in un perenne stato d’ansia. Non si tratta di quel genere di stress in grado di fornire la spinta necessaria ad esser prestanti e a restare concentrati sull’obiettivo (altrimenti noto come “eustress”), e nemmeno quello che di solito si accompagna alle condizioni e ai rigidi standard del mercato di oggi. Oltre la metà degli studenti si trova a lottare con quel tipo di stress che porta a chiedersi: “E se non fossi all’altezza?”. In Italia, il 10% dei circa 8 milioni e 200 mila ragazzi tra i 12 e i 25 anni (Istat, 2018) ha dichiarano di non essere soddisfatto della propria vita e di non trovarsi in uno stato mentale ottimale.

Con l’arrivo della pandemia, è peggiorato il clima d’instabilità̀, precarietà̀ ed incertezza con cui studenti e lavoratori sono costretti a confrontarsi. La grande disoccupazione giovanile e i salari bassi rendono impossibile immaginare un futuro, finendo per rendere precari e incerti tutti gli altri aspetti della propria esistenza con il forte rischio di farli piombare in uno stato di annichilimento. Secondo l’Eurostat, nel 2020, il 40% dei posti di lavoro persi nell’Unione Europea riguarda giovani tra 15 e 24 anni. L’allarme è stato lanciato anche dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro: “I giovani laureati che entrano nel mercato del lavoro nel bel mezzo della crisi del Coronavirus saranno fortemente colpiti dalle conseguenze economiche della pandemia”. Nella primavera del 2021, i giovani di età̀ compresa tra 18 e 29 anni avevano più̀ probabilità̀ di perdere il lavoro, con il 17% disoccupato rispetto al 9% di quelli di età̀ pari o superiore a 30 anni. Questo perché́ è più̀ probabile che abbiano contratti di stage o a tempo determinato.

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Sono molti i ragazzi che faticano a trovare uno stage retribuito inerente ai propri studi o un contratto a breve termine, come confermato da alcune testimoniante di ragazzi italiani rilasciate a Euronews: “Ho perso il conto dei curriculum che ho inviato ma ho ricevuto meno di cinque risposte. Ci sono poche opportunità̀, è tutto bloccato. Le poche offerte di lavoro sono estremamente selettive: oltre a questo, ci sono requisiti impossibili da soddisfare per i neolaureati” (Thomas, 28 anni, laureato in Giurisprudenza). “Alcune aziende non hanno nemmeno preso in considerazione le mie candidature, il che ha reso il processo più̀ stressante che mai. Le persone non sono molto reattive, da quando la pandemia di coronavirus ha preso piede, le aziende mostrano interesse all’inizio, poi non si fanno più̀ sentire. Un’azienda di Londra – una delle tante a cui ho inviato una richiesta di stage – ha fatto sapere di avere ricevuto più̀ di 900 domande di assunzione. Con una concorrenza così alta mi sento come se stessi combattendo una battaglia contro la mia stessa specie” (Lucia, 22 anni, Laureata in Scienze Politiche a Glasgow).

In Italia, se da un lato la mole di studio è decisamente maggiore rispetto alle università estere, così come l’impegno richiesto con lo stress che ne deriva, dall’altro entrare nel mondo del lavoro è sempre più difficile. Le competenze necessarie per ricoprire un ruolo inerente al percorso di studi sono sempre di più, le ore di lavoro estenuanti, la paga bassa e a volte irrisoria. E spesso, dopo innumerevoli curriculum inviati e colloqui sostenuti, si viene scartati.

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Secondo una ricerca condotta a febbraio 2021 dall’organizzazione no profit Chegg.org, meno della metà (45%) degli studenti italiani si sente fiduciosa riguardo alle proprie finanze future, il secondo dato più̀ basso di tutti i paesi intervistati dopo il Giappone (31%). In confronto, i paesi in cui gli studenti si dichiarano più̀ fiduciosi sono Cina e Kenya (84%), nonostante solo il 6% degli studenti italiani abbia affermato di avere un debito o un prestito legato ai propri studi universitari, il dato più̀ basso di qualsiasi paese intervistato insieme alla Russia (6%).

Mondo accademico e mondo del lavoro in Italia sembrano non collaborare tra loro, sebbene siano strettamente collegate. L’una forma le persone sul piano teorico, l’altra le accoglie come risorse produttive nel mercato nazionale. Invece, le università riempiono di nozioni, anche eccessivamente, ma sono poco pragmatiche. Le aziende, d’altro canto, alzano sempre di più l’asticella delle competenze, tanto che gli studenti si chiedono spesso se basti una laurea triennale, mentre tra magistrale e master le preferenze ricadono su quest’ultimo, più pratico e spesso finanziato dalle aziende stesse, garantendo almeno un tirocinio (che a volte non viene nemmeno rinnovato).

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Quindi, anche se la preparazione della didattica italiana è ineguagliabile e le competenze dei nostri studenti sono molte, considerando la giovane età, sono solo teoriche. Questo spaventa le aziende, che invece vogliono praticità. È necessario però che università, aziende e istituzioni italiane comincino a comunicare e collaborare di più e meglio, e che investano di più nei giovani, che sono il futuro del mercato del lavoro, invece di aspettare che questi si annichiliscano, andando ad aumentare il numero dei “Neets”.

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