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Il dialogo tra padre Spadaro e Martin Scorsese: “Come l’arte ci aiuta tutti nei tempi del coronavirus”

Due siciliani, padre Antonio Spadaro e Martin Scorsese, si ritrovano dopo essersi conosciuti nel 2016, a casa Scorsese, a New York: allora conversarono del film Silence. Oggi parlano di pandemia.

padre Antonio Spadaro e Martin Scorsese (credit Civiltà Cattolica)
padre Antonio Spadaro e Martin Scorsese (credit Civiltà Cattolica)

globalist

16 Luglio 2020 - 16.48


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Due siciliani, padre Antonio Spadaro e Martin Scorsese, si ritrovano dopo essersi conosciuti nel 2016, a casa Scorsese, a New York: allora conversarono del film Silence. Oggi parlano di pandemia. C’è un pensiero di Francesco all’origine della scelta del direttore di La Civiltà Cattolica di cercare proprio questo interlocutore per parlare di Covid: “La vita non è qualcosa che ci scivola addosso, ma un mistero stupefacente, che in noi provoca la poesia.” L’arte è entrata non dalla porta di servizio nella produzione dall’inizio della pandemia della più importante pubblicazione dei gesuiti nella città del Papa. Basta vederne i fascicoli e le nuove newsletter per rendersene conto. Perché? Io suppongo perché questo momento della vita, della nostra vita, va indagato non solo con i bilancini dei farmacisti, ma anche con le lenti degli artisti, quelli che hanno il dono di cogliere aspetti, risvolti, che ci riguardano ma a volte noi trascuriamo. Dunque questa intervista non è un esercizio di stile, ma è un tentativo di illuminare per noi quel che noi non mettiamo a fuoco, nella paura, nell’ansia. E Scorsese parte proprio dall’ansia, dilatata in lui dal soffrire da sempre di asma. E’ evidente che per un asmatico questo tempo sia stato ansioso, più che per chi non lo sia, o non abbia patologie lì dove il dove il virus è temuto di più, ai polmoni. L’ansia governava all’inizio dell’emergenza la vita di Scorsese, il regista e l’uomo afflitto dall’asma. Cosa sarebbe successo per lui, a lui? Non lo sapeva, e viveva nell’ansia. Scorsese ammette che è ancora così. E svela la sua ansia interiore, ricostruisce questo tempo di chiusura, clausura forzata, le domande che lo accompagnavano: “Quando sarebbe finita? Quando saremmo stati in grado di uscire? Quando avremmo potuto vedere nostra figlia? E poi, quando avrei potuto girare il film che avevo pianificato con tanta cura? Presto? E in quali condizioni? Avremmo avuto problemi di location? Sarei riuscito a trovare il modo per lavorare con gli attori e la troupe? E poi una domanda precisa…”. “Quale?” “Se non avessi potuto girare il mio film, chi ero io?”
Qui emerge una domanda importante: conoscendo il nostro passato che è anche per noi il nostro futuro, chi saremo se il virus cambierà tutto?
Poi Scorsese afferma di aver scoperto dentro di sé una verità: quel non sapere nulla di domani riguardava non solo lui, riguardava tutti. Dunque lui non aveva il controllo. Se fosse accaduto cosa poteva fare? E’ così che Scorsese ha scoperto qualcosa di importante. Parlando di sé all’inizio della pandemia racconta che si sentiva come un atleta che corre, corre, ma non arriva mai alla meta. Poi “ questa consapevolezza mi ha riportato agli aspetti essenziali della mia vita. Ai miei amici e alle persone che amo, alle persone di cui devo prendermi cura. Alle benedizioni che ho ricevuto: ai miei figli, a ogni momento trascorso con loro, a ogni abbraccio, ogni bacio e ogni saluto… a mia moglie, e quanto sono fortunato ad aver trovato qualcuno con cui sono riuscito a crescere e a far crescere insieme una bambina e al tempo stesso… a poter fare il lavoro che amo.” Tutto queste scoperte cambiano la prospettiva, nel quotidiano, spiega subito dopo: “Hanno spazzato via tutte le formalità, tutti gli eufemismi per «amicizia» e «comunità» che ci sono spuntati attorno sui social media e che spesso sembrano soprattutto filtri o addirittura barriere rispetto a ciò che è reale. E poi qualcosa ci è stato rivelato, ci è stato donato. Le vecchie domande abituali: «Come stai?», «Stai bene?» sono diventate immediate e cruciali. Sono diventate vitali. Abbiamo scoperto di essere davvero tutti insieme, non solo nella pandemia, ma nell’esistenza, nella vita. Siamo diventati veramente uno.”
Questa scoperta che difficilmente riusciamo a focalizzare riguarda tanti, in un certo senso devo dire che riguarda anche me. Ma ho avuto il coraggio, la voglia di soffermarmi su questo, e sul suo significato?
A chi spera che tutto tornerà, come d’incanto, come era prima, Scorsese fa presente che non va così. Tutto cambia, osserva, sempre. E possiamo cambiare in meglio, sostiene soffermandosi con un riferimento da “americano” sulle proteste che cita però nel loro aspetto globale: “i giovani stanno combattendo per migliorare le cose.”
Indubbiamente Scorsese sarà una uomo agiato, ma vive in America, negli Stati Uniti, a New York, dove il virus e le proteste stanno dicendo cose impensabili per la vita di tutti gli americani, gli statunitensi, i newyorkesi, come lui. Eppure il suo sguardo non si ferma al suo mondo, vede i giovani che in tutto il mondo si stanno impegnando, con sacrifici spesso ignorati ma enormi, per sfidare sistemi anchilosati e cambiare le cose. Li vede, accompagnato dalla sua asma, che gli ha fatto temere e gli farà temere per se. Dunque vive, vede, coglie. Perché? Nel prosieguo dell’intervista mi ha colpito un punto, che sebbene non abbia a che fare con quanto ho appena citato per me è molto indicativo. Vedendo un film su quello che chiama maestro spirituale, William Segal, Scorsese è rimasto colpito da questo: “ C’è una scena in cui Segal invita, con l’esperienza della sua quiete e della sua meditazione, a puntare la nostra attenzione su ciò che è essenziale, su ciò che accade proprio ora, tra un respiro e l’altro. Essere. Respirare. Qui. Adesso. Tutto questo non è grazia?” Dunque questa è un’intervista da leggere, ma con attenzione. L’autore, padre Spadaro, sottolinea che Scorsese ha voluto correggere, limare, modificare il testo: sette volte. Dunque l’originale sarà certamente molto più di aiuto, a chiunque.

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