Grande conquista della Rivoluzione francese, e prima ancora di quella inglese e americana, lo stato di diritto si fonda innanzitutto sulla separazione dei poteri, allo scopo di evitare che uno di essi – in genere l’esecutivo – si arroghi competenze che non gli spettano. Gli ordinamenti degli stati liberal-democratici nati dopo la Seconda guerra mondiale, oltre che degli Stati Uniti a partire dalla fine del Settecento, infatti, si articolano tutti intorno a un complesso sistema di pesi e contrappesi istituzionali volti appunto a scongiurare il pericolo autoritario.
Quando la presidente Meloni si scaglia pubblicamente contro Tiziana Landoni, la giudice per le indagini preliminari che ha fatto scarcerare Youssef Siher per la mancanza di quei gravi indizi di colpevolezza che ne avrebbero giustificato la carcerazione preventiva fino all’udienza preliminare, viola lo stato di diritto. Oltre naturalmente a trasgredire le regole del galateo istituzionale che prescrivono il rispetto reciproco da parte dei rappresentanti delle istituzioni. Del resto, un comune cittadino che vede la presidente del consiglio avventarsi in modo sguaiato e volgare contro la decisione di un giudice, potrebbe sentirsi legittimato a non rispettare la magistratura e probabilmente anche la legge.
Ma non basta. Lo stato di diritto si basa anche su una serie di diritti individuali inviolabili, fra i quali l’Habeas corpus, ovvero il principio a un giusto processo, provvisto di tutte quelle garanzie giuridiche fondamentali a scongiurare la condanna di un innocente, la criptonite del liberalismo. Non a caso la nostra Costituzione menziona la presunzione di non colpevolezza al secondo comma dell’articolo 27, aggiungendo che “l’indagato o imputato non può essere trattato come colpevole prima della fine del processo”.
D’altronde lor signori non fanno che invocare il garantismo – che se applicato ai colletti bianchi diventa spesso impunità – per proteggere i Del Mastro e le Santanché di turno. La litania del presunto innocente inspiegabilmente perseguitato dalla magistratura comunista, di berlusconiana memoria, è stata infatti il principio ispiratore anche della politica del ministro della giustizia Carlo Nordio, molto più preoccupato di tutelare indagati e imputati che non le vittime dei reati (si pensi all’interrogatorio prima dell’arresto, ad esempio, o alla limitazione dell’uso delle intercettazioni…).
Ora, ciò che vale per ministri, parlamentari e sottosegretari sembra non valere per Youssef Siher, che la presidente del consiglio ha già condannato per istigazione a delinquere. Nonostante sia stato dimostrato che la pagina social “Movimento 17 ottobre” sia stata creata il giorno successivo a quello degli scontri a Milano e nonostante la giudice non vi abbia ravvisato indizi che Siher volesse promuovere atti violenti, la condanna pare definitiva e inappellabile.
Chi come Italo Bocchino sostiene che Siher non sia italiano in quanto figlio di immigrati e che per questo non dovrebbe protestare, ma ringraziare lo stato che lo ha accolto, è letteralmente un analfabeta del diritto. In Italia, grazie al cielo, i cittadini sono tutti uguali di fronte alla legge, come prescrive l’articolo 3 della Costituzione, e Siher è un cittadino italiano. La cittadinanza non è un concetto connesso col sangue o con l’etnia, ma con la legge.
Non ci sono cittadini di serie A titolari di tutti i diritti e di tutte le garanzie costituzionali, e cittadini di serie B che ne hanno di meno. Essere nati altrove non è un demerito, così come avere i nonni italiani non è un merito.
L’eguaglianza degli esseri umani in quanto titolari di diritti è il principio più ostico da digerire per tutte le estreme destre mondiali, compreso quella italiana, da Meloni a Vannacci, passando per Salvini. Purtroppo, alla base del rifiuto di questo principio cardine del liberalismo e della democrazia c’è l’idea, che non si deve esitare a definire nazifascista, secondo la quale il diritto dovrebbe rispecchiare le disuguaglianze naturali fra gli uomini. Disuguaglianze fondate sull’etnia, sul colore della pelle, sulla religione, sul sangue. Insomma, disuguaglianze per così dire ontologiche, deterministiche, completamente scisse dai meriti e dall’impegno personale.
Peraltro, si tenga presente che la riforma della giustizia fortunatamente bocciata al referendum costituzionale era stata motivata dall’esigenza garantista di evitare che i giudici dessero troppo spesso ragione ai pubblici ministeri: ecco, in questo caso, il Gip ha dato torto al Pm che aveva chiesto la custodia cautelare per Siher, disponendone la scarcerazione. Meloni, Nordio&co dovrebbero rallegrarsene: benché le carriere siano rimaste unite, il giudice si è mostrato indipendente dal pubblico ministero.
Insomma, al di là della vicenda personale di Siher che si evolverà nelle sedi opportune, cioè quelle giudiziarie, qualcuno dovrebbe consigliare alla presidente Meloni e ai suoi di studiare. Magari ripartendo dall’Illuminismo.
