di Rock Reynolds
Non mi capita spesso di dubitare se sia il caso o meno di parlare di un libro, una tentazione che ho provato quando mi sono accostato a Israele, una storia (il Mulino, pagg 317, euro 28) di Mario Sznajder.
È bene, però, sgombrare il campo dal primo equivoco: Israele, una storia è un libro scritto benissimo, con gran dovizia di dettagli e informazioni, peraltro forti di un’esposizione chiara. Chi mi segue sa che ho posizioni molto nette sulla questione mediorientale, una questione che mi sta cuore da sempre e sulla quale non mi sono mai astenuto dall’esprimermi in modo aperto. Forse, è proprio la lontananza dell’autore dalla mia scelta di fare di quella palestinese un tema eminentemente umanitario a rendermi a tratto indigesta la sua freddezza espositiva.
Certo, Israele, una storia è un saggio accademico e come tale va inteso, ma si avverte una fastidiosa disparità nella scelta terminologica da applicare alle due parti contrapposte, come nel finale, quando scrive che il 7 ottobre 2023 «i terroristi di Hamas e della Jihad islamica perpetrarono massacri indicibili accompagnati da stupri, mutilazioni delle vittime, civili arsi vivi… e ostaggi… oltre ad atti arbitrari di saccheggio e distruzione». Quello del 7 ottobre fu senza alcun dubbio un massacro – meno certe sono, invece, le accuse di stupro – ma dichiararlo senza aver mai connotato come tale le decine di stragi e abusi compiuti dalle forze militari israeliane nei decenni precedenti e, per giunta, sdegnarsi per certe distruzioni materiali, quando la politica di devastazione di proprietà palestinesi è da molti anni appannaggio dell’IDF, mi pare fuorviante.
Comprate comunque e, soprattutto, leggete Israele, una storia. Saranno soldi spesi bene. Nonostante le riserve già espresse. Suggerisco caldamente di studiare questo libro, quantomeno per trasmettere organicità ai fatti relativi alla nascita dello stato di Israele e all’origine di una delle controversie internazionali più insolubili della storia moderna e per farvi un’idea più chiara della frammentazione politica di un paese che, da sempre, mostra al mondo un’immagine monolitica ben diversa dalla talvolta furente divisione settaria che, in realtà, lo contraddistingue dalla sua creazione. Particolarmente succulenti sono i dietro le quinte sulle antipatie – se non veri e propri odi reciproci – tra questo e quel noto leader israeliani. Un esempio su tutti? Il disprezzo di Ytzhak Rabin per Shimon Peres.
Come detto, i fatti nudi e crudi, analizzati con meritoria organicità da Sznajder, si prestano a una comprensione agevole. Come quando l’autore racconta i conflitti interni nei giorni della fondazione della nazione e l’alone messianico di infallibilità di cui si era circonfuso il padre della patria, Ben Gurion. Oppure quando analizza la Guerra dei sei giorni o quella dello Yom Kippur.
Sono convinto che, a dispetto delle contrapposte azioni di propaganda, – con la stessa sperequazione tra i due contendenti che esiste nei rispettivi apparati bellici – non si possa fare a meno di restare umani. Quella in corso a Gaza, senza tirare in ballo la scomoda diatriba se sia un genocidio o meno, è una carneficina. Certamente, il peggior massacro indiscriminato dell’era dello smart phone, quindi sotto lo sguardo del mondo. In Israele, una storia non troverete un’analisi approfondita di quanto accaduto dal 7 ottobre 2023 a oggi. Ma questo libro, malgrado una posizione apertamente se non proprio dichiaratamente filoisraeliana, contiene tutti gli elementi necessari per ricostruire un quadro di insieme chiaro. Mario Sznajder più volte sottolinea, quasi a giustificazione dell’insensatezza di certe rappresaglie e, ancor più, di certe misure preventive da parte della cosiddetta Israel Defence Force, che lo spettro dell’Olocausto ha plasmato fin dalla sua costituzione ufficiale nel 1948 la coscienza nazionale, orientando ogni scelta del paese in materia militare. Peraltro, che siano forze armate difensive è una barzelletta quasi quanto la mai confermata e mai negata disponibilità di testate nucleari da parte dello Stato Ebraico. Non altrettanto approfondito da parte dell’autore è il tema della mancanza di un’empatia collettiva profonda verso il malessere della parte debole, la tragedia dei vinti, l’immane catastrofe a cui i palestinesi residenti in quello che dal 1948 è diventato lo Stato di Israele sono stati sottoposti. A onor del vero, Sznajder più volte sottolinea il peso delle privazioni e, ancor più, delle umiliazioni a cui i palestinesi sono stati soggetti e il fatto che non abbiano mai davvero avuto diritto alla parola. Le difficoltà con cui, all’indomani delle elezioni politiche del 27 ottobre 2026, con un’importante affermazione dei partiti arabi, la popolazione ebrea affronta il rischio di dover inglobare nelle forze di governo anche frange “impure” della popolazione lo dimostrano ampiamente.
Sznajder è strenuo nella sua opposizione a Ilan Pappé, lo storico e politologo israeliano, autore del celebre La pulizia etnica della Palestina, convinto oppositore del progetto sionista, che definisce genocida. A suo dire, Pappé sarebbe fazioso e avrebbe un atteggiamento “ideologico” che lo avrebbe portato a travisare fatti o a ometterne deliberatamente altri per servire le proprie teorie. Chi non lo fa, in realtà?
Ma, fortunatamente, Sznajder non se la prende unicamente con chi non ha il suo stesso orientamento. Pesante è l’accusa di Sznajder alle falle negli apparati di sicurezza di un paese che ha sempre fatto della propria presunzione di superiorità intellettuale e militare un punto fermo. Aver sottostimato lo spirito martire di chi, tra i palestinesi, era pronto a immolarsi per la causa è ritenuto dall’autore una mancanza imperdonabile. Per farsi un’idea della convinzione di chi ha voluto l’attacco del 7 ottobre, Yahya Sinwar, in un’intervista del 2018, aveva dichiarato: «Preferiamo morire come martiri piuttosto che morire per l’oppressione e l’umiliazione». Qualcuno, forse, ricorderà la superbia inumana di Margaret Thatcher che sottostimò lo spirito indomito di un manipolo di ragazzi disposti a lasciarsi morire di fame in carcere per dimostrare la giustezza delle proprie rivendicazioni.
È interessante constatare la neutralità terminologica con cui Sznajder descrive la nuova politica israeliana degli omicidi mirati a partire dal 2004 circa che portò alla decapitazione di buona parte della leadership di Hamas e Jihad islamica. Se, persino nelle discussioni ufficiali, si parla di “omicidi mirati”, significa che restano pur sempre degli omicidi.
Malgrado la sua esposizione della storia di Israele sia quasi sempre lineare e scientifica, dunque ineccepibile, non mancano cadute di tono, come quando l’autore definisce di non meglio chiarita responsabilità l’eliminazione di un bambino palestinese, ucciso mentre il padre che cercava di far scudo al suo corpo, nel corso di una sparatoria tra miliziani palestinesi e soldati israeliani. Secondo Sznajder, non è mai stato dimostrato se davvero siano state le pallottole dell’IDF ad ammazzare i due, – le immagini che hanno fatto il giro del mondo non lascerebbero in realtà alcun dubbio – ma sottolinearlo quando, dal 2023, quotidianamente vediamo filmati in cui cittadini innocenti a Gaza e in Cisgiordania vengono uccisi o malmenati brutalmente mi pare fuorviante. Sznajder, per esempio, non cita minimamente il caso della bimba palestinese di 6 anni Hind Rajab, crivellata di colpi nel 2024 a bordo di un’auto, circondata dai familiari già morti. Lo sbilanciamento si fa ancor più imbarazzante quando, a proposito dell’operazione “Scudo Protettivo” condotta dall’IDF a Jenin nel 2002, sentenzia che fece “soltanto” 500 morti e non varie migliaia, come dichiarato dall’autorità palestinese. Naturalmente, i miliziani palestinesi sono sempre definiti “terroristi” e gli aggettivi utilizzati per connotarne le azioni sono ben più pesanti di quelli usati per descrivere le operazioni, non certo meno cruente e disumane, dell’esercito israeliano, le cui gesta spesso ottengono il certificato di eroismo contrapposto alla furia omicida del nemico.
Dunque, perché dovremmo leggere questo libro? Le ragioni le ho già indicate. Aggiungo la nota conclusiva mediante cui l’autore si auspica un cambio di passo nelle relazioni tra i contendenti: «Le tragedie rivali, centrali nelle storie di Israele e del Medio Oriente moderno, forniscono motivi sufficienti per superare le alte barriere dei sentimenti contrapposti e aprire prospettive razionali di una pace negoziata come unica via per affrontare passati così drammatici e offrire un orizzonte umanista e universalista che rispetti le sofferenze già vissute da tutte le parti».
