di Rock Reynolds
A chi tra noi italiani ha ammucchiato un numero sufficiente di anni per ricordarsi le cronache del periodo, di certo non sarà sfuggito che nei telegiornali e negli articoli dei quotidiani nei primi anni Settanta si parlava quasi quotidianamente dei disordini in corso in una cittadina dell’Irlanda del Nord: Londonderry.
Se volete farvi guardare di traverso da un cattolico irlandese, chiamatela così. La cittadina in questione, in realtà, si chiama Derry e il prefisso “Londra”, profondamente inviso alla popolazione locale in maggioranza cattolica, è un gesto di vistosa e indebita appropriazione coloniale. Oltre a non mostrare alcun legame architettonico e territoriale con la capitale inglese – proprio non ci azzecca nulla – Derry ha una tradizione di fiera resistenza all’invasore. Tale tradizione è stata amplificata dalla “battaglia del Bogside”, una tre giorni di sommosse furenti che nell’agosto del 1969 misero a ferro e fuoco un quartiere della città e costrinsero le forze armate britanniche a una infamante retromarcia e, ancor più, dalla mattanza del celebre “Bloody Sunday”, la strage commessa da un reparto di paracadutisti inglesi nel corso di una marcia per i diritti civili, con 14 morti tra i manifestanti pacifici.
L’orgoglio libertario della città è stato, dunque, al centro di numerosissimi libri e film, ma non nego di aver provato un certo intrigo quando ho messo gli occhi sul romanzo Una star a Derry (Guanda, traduzione di Federica Aceto, pagg 184, euro 18), prima incursione di Séamas O’Reilly nel campo della narrativa.
L’intrigo è figlio del tema che sta al centro della vicenda: la scelta di una casa di produzione cinematografica americana di girare una serie televisiva di grande impatto a Derry e, ancor più, di ambientarla negli anni dei “Troubles”, la guerra civile che infiammò l’Ulster per un trentennio, tra la fine degli anni Sessanta e il 1998, anno della firma degli “Accordi del Venerdì Santo”, chiusura definitiva, almeno sulla carta, di una pagina nerissima di storia europea.
È noto che gli americani hanno il fiuto per gli affari e che non guardano tanto per il sottile quando ci sono un dollaro in più da guadagnare e uno spettacolo da approntare. Derry, però, non è un luogo qualsiasi. È una città simbolo, “la” città per antonomasia della feroce resistenza alla potenza colonizzatrice. Un po’ come decidere di girare un film sulla lotta per l’indipendenza della Palestina a Jenin o Gaza: non a caso, l’Irlanda cattolica ha a cuore la questione mediorientale ed è solidale con il popolo palestinese più di qualsiasi altra nazione, a eccezione, forse, del Sudafrica post-apartheid. Le ragioni sono chiare.
Ma i soldi non guardano in faccia niente e nessuno e l’avidità accomuna spesso oppressori e oppressi. Insomma, a Derry in tanti pensano di poter trarre giovamento da questo nuovo progetto televisivo a stelle e strisce e vi si gettano con un misto di entusiasmo, speranza, diffidenza, malcelata sfiducia e opportunismo. Peccato che qualcosa vada storto fin dal principio, quando, alla vigilia delle riprese in loco, la star della serie, un’attrice di grande richiamo e fascino, sparisce misteriosamente. Molti saranno i presunti avvistamenti e altrettante le convinte asserzioni di sapere che fine abbia fatto, in un contesto di perenne contrapposizione politica e di accalorato dibattito tra chi continua a vivere come se i Troubles non si fossero spenti e chi, invece, ritiene definitivamente conclusa l’esperienza della lotta armata.
Séamas O’Reilly predilige un approccio a tratti da commedia dell’arte e in altri quasi da flusso di coscienza, lasciando parlare i vari personaggi in una sorta di autoanalisi che aiuta a comprendere alcune sottigliezze della cultura locale. L’autore volutamente non calca la mano con le informazioni sulla guerra civile e certe sue ferite non del tutto rimarginate. Qualche indicazione significativa, però, non manca, come quando scrive che «Dopo la firma dell’Accordo del Venerdì Santo, il numero di suicidi ha superato quello delle vittime di tutti gli anni di scontri», a dimostrazione degli strascichi che una guerra fratricida ha inevitabilmente. C’è pure qualche frecciatina alla tendenza ancor oggi presente nell’Ulster a privilegiare i cittadini di religione protestante e, dunque, per definizione più vicini alla corona britannica. E non si può certo fare a meno di commuoversi di fronte al ritratto di una madre che perde il proprio bambino, colpito sulla soglia di casa da una pallottola vagante inglese.
Per capire meglio il contesto in cui questo romanzo è ambientato non sarebbe male leggere una storia del paese. Ce ne sono parecchie disponibili in italiano.
Siccome è fresco di stampa, preferisco dirottarvi su un libro molto leggero, quasi un pamphlet, capace di fare un po’ di luce in più su importanti tratti della personalità degli irlandesi. Per di più, ha il vantaggio di essere stato scritto da un’italiana, il cui amore per l’Irlanda è visibilmente travolgente.
Irlanda – La via del meitheal (ON, pagg 174, euro 12,90) è, come dice il sottotitolo, “un viaggio nella cultura della felicità irlandese”. L’autrice, la salentina Michela D’Alema, che in Irlanda risiede da molti anni, descrive il popolo irlandese attraverso la sua storia, le sue tradizioni, le sue passioni e qualche sua idiosincrasia. La brevità del testo non consente, naturalmente, grandi approfondimenti e, forse, in questo sta il difetto primario dell’opera, ma la sensazione è che, una volto finito di leggerlo, a qualcuno possa venir voglia di passare ad altro e di addentrarsi maggiormente nella ricca cultura dell’isola. La parte in cui l’entusiasmo dell’autrice è maggiormente palpabile è quello in cui racconta in sintesi il corpo di miti e leggende che ha finito per plasmare l’identità nazionale dell’Isola di Smeraldo. In fondo, è la «capacità di farvi sentire sempre a casa» a fare degli irlandesi i parenti nordici più stretti di noi italiani. Ed è il loro atavico slancio conviviale a rafforzarne la simpatia naturale. Senza cadere nel facile tranello della banalizzazione di birra, organetti e gighe, Michela D’Alema ci accompagna in un viaggio alla scoperta dell’anima autentica di un paese che ha fatto della tradizione orale un filo rosso ancor oggi lungi dall’interrompersi: «La narrazione diventa sopravvivenza emotiva. Il dolore non viene banalizzato, ma ridicolizzato a tal punto da compiere un giro di trecentosessanta gradi ed evolvere in consapevolezza». D’accordo, una pinta di Guinness o un bicchierino di whiskey Jameson o Bushmills in più sciolgono la lingua e riscaldano il cuore, ma c’è ben altro.
Non era quello il focus dell’opera, ma disquisire della felicità di un popolo, quello irlandese, soffermandosi leggermente più a lungo sulla ricerca di quella libertà che è da secoli l’ostacolo primario a una vera e propria serenità nazionale e, magari, facendolo in un maniera un po’ meno didascalica avrebbe giovato all’opera. Ciò detto, la leggerezza è la chiave narrativa scelta e, come tale, va apprezzata.
