Trump, Netanyahu, Bolsonaro jr, Orban: l'internazionale nera perde pezzi

La mazzata a Trump. La maggioranza degli israeliani che volta le spalle a Netanyahu. Lula che ha la meglio sul Bolsonaro jr. E ancor prima, la tranvata di Orban in Ungheria.

Trump, Netanyahu, Bolsonaro jr, Orban: l'internazionale nera perde pezzi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

5 Novembre 2026 - 17.33


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La mazzata a Trump. La maggioranza degli israeliani che volta le spalle a Netanyahu. Lula che ha la meglio sul Bolsonaro jr. E ancor prima, la tranvata di Orban in Ungheria. In sintesi: l’internazionale nera perde i colpi. Il populismo sovranista, nelle sue diverse declinazioni, non ha più quella capacità di attrazione che lo aveva visto trionfare in mezzo mondo. Non mi spingo a sostenere, sotto una sbornia di ottimismo della volontà, che il vento sia cambiato e che dopo la lunga notte nera si stia stagliando all’orizzonte il sol dell’avvenir. Tuttavia, il voto di midterm negli Stati Uniti dice molte cose che dovrebbero far riflettere il campo progressista o come diavolo lo si voglia definire, di casa nostra. 

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La prima lezione: la guerra è una strategia politica che non paga. Tutt’altro. Non paga in America, non paga in Israele, e non paga neanche in Europa. Non paga per nobili ragioni – di cui la “Generazione Z” è portatrice – ma anche perché le guerre di Trump e Netanyahu hanno inciso fortemente sulle condizioni materiali di vita di milioni di americani (e di noi europei). A questa prima lezione c’è un corollario: la guerra costa e arricchisce una infima minoranza di super ricchi, dentro e fuori il perimetro del sistema militare-industriale globale. Qui idealità e concretezza s’incontrano nella contezza che un mondo con più armi è un mondo meno sicuro. E che i miliardi, a centinaia e centinaia, dilapidati in armamenti vengono sottratti alle spese di vita, a quelli che dovrebbero essere beni comuni da difendere e rafforzare: la sanità pubblica, la scuola, il diritto alla casa e a un lavoro per il quale si possa vivere con dignità, un ecosistema non violentato da una industrializzazione selvaggia.

La seconda, e non meno importante, lezione: si vince se a una radicalità di destra si contrappone una radicalità di segno opposto, progressista, di sinistra. La vittoria dei candidati radical, socialisti, Dem nel Midterm lo sta a testimoniare. Come, per altri versi, lo storico successo delle Liste arabe nelle elezioni israeliane. 

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La stessa rimonta di Lula al ballottaggio presidenziale in Brasile è sotto il segno della radicalità.

Il moderatismo non paga. Perché non esiste più quel “ceto medio” che ne era il bacino elettorale. L’iper-liberismo senza freni, l’economia di guerra, ha dissolto i colletti bianchi, le classi medie. Le ha impoverite, indurite, “proletarizzate”. Cercano nuova rappresentanza che dia loro la speranza di ritornare su. Si tratta di capire a spese di chi. La destra una narrazione l’ha portata avanti, i “nemici” li ha indicati: i migranti che rubano il lavoro, i maranza che spadroneggiano e terrorizzano le nostre città, gli studenti descritti come teppisti dediti agli assalti ai negozi di lusso.

La sinistra in Italia non può chiudere gli occhi di fronte a una rabbia sociale che cresce a dismisura. Quella rabbia deve cercare di orientarla ma senza rimuoverla. Perché la rabbia è uno dei motori della Storia. Il punto è verso chi indirizzarla. Lo dico senza mezzi termini: prima ancora di un mitico programma, la sinistra ha bisogno di indicare un Nemico contro cui battersi. E questo Nemico è il capitalismo finanziario, è quell’1% di super ricchi che diventano sempre più super ai danni del 99% che diventa sempre meno abbiente, povero, senza futuro. Tassare le rendite finanziarie è il minimo sindacale che una sinistra radicale dovrebbe mettere in conto.

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Così come l’abbattimento delle spese militari. I ladri di futuro le hanno centuplicate. La sinistra deve andare in direzione opposta. 

Lezione numero tre: al securitarismo delle destre, va contrapposta una idea di sicurezza che non si limiti al pur necessario aspetto repressivo, ma dia della “sicurezza” una visione più articolata, progressiva, preventiva: ciò significa, ad esempio, investire in istruzione, in cultura, in una rigenerazione urbana che sia inclusiva e non emarginante. Una idea di sicurezza che nasce dalla consapevolezza che prevenire è meglio che curare, il che vuol dire investimenti massicci nei campi sopraindicati, ridando un futuro ai tanti e tante, non solo giovani, a cui questo futuro è stato sottratto.

Lezione quater: diritti sociali e diritti civili non sono in alternativa, ma un insieme che va praticato senza un prima e un dopo. In fondo, il programma della sinistra è già stato scritto. È la Costituzione repubblicana nata dalla lotta al fascismo. Nei suoi articoli c’è una radicalità che andrebbe assunta e praticata come programma di governo.  Semplice? Tutt’altro. Diceva Bertolt Brecht nella meravigliosa poesia Elogio del comunismo: «È ragionevole, chiunque lo capisce. È facile. Non sei uno sfruttatore, lo puoi intendere. Va bene per te, informatene. Gli idioti lo chiamano idiota e, i sudici, sudicio. È contro il sudiciume e contro l’idiozia. Gli sfruttatori lo chiamano delitto. Ma noi sappiamo: è la fine dei delitti. Non è follia ma invece fine della follia. Non è il caos ma l’ordine, invece. È la semplicità, che è difficile a farsi.» 

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Di questi tempi, ci acconteremo  di provare a realizzare la Costituzione. Così si batte, anche in Italia, l’internazionale nera.

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