È il pezzo più toccante che abbia letto, e credetemi ne ho letti tanti ma proprio tanti in queste ore, sul voto in Israele. Conoscevo, per i suoi scritti, l’autrice e sapevo di andare sul sicuro. Nagham Zbeedat, è una giovane, grande giornalista palestino-israeliana, che con i suoi reportage, le analisi, le testimonianze raccolte, dà voce, volto, identità a un popolo martoriato ma non domato: il popolo palestinese. Andavo sul sicuro, certo, ma la ricostruzione della sua sofferta decisione, il racconto dei sentimenti che l’hanno accompagnata al seggio, beh, è qualcosa che mi commosso e fatto pensare. Spero che sia così anche per le lettrici e i lettori di Globalist.
Su Haaretz, Nagham Zbeedat srive un articolo-testimonianza dal titolo: Perché io, cittadina palestinese di Israele, ho interrotto il mio boicottaggio e ho votato alle elezioni
Racconta Zbeedat: “Sono una cittadina palestinese di Israele e, fino a martedì, non avevo mai votato alle elezioni. Quando ho infilato la mia scheda elettorale nella busta, non ho provato nulla. A casa, sono andato a dormire pieno di vergogna.
Avevo deciso già da tempo di boicottare le elezioni di quest’anno, perché non ho ancora visto la presenza palestinese alla Knesset diventare una forza significativa, perché le nostre questioni vengono sempre messe da parte e perché ai politici arabi viene concesso spazio solo entro certi limiti. Non volevo che il mio voto servisse a far sembrare democratico un sistema che opprime il mio popolo.
Nella mia mente avevo già provato come avrei spiegato la mia decisione di non votare. Poi ho cominciato a vacillare. Intorno a me, persone che avevano boicottato le elezioni per anni stavano decidendo di votare. Continuavo a chiedermi se restare a casa avrebbe tutelato i miei principi o se avrebbe reso più facile per gli altri incolpare noi. Non lo sapevo. Ho deciso di aspettare fino alla fine della giornata.
Ho trascorso gran parte della giornata elettorale guidando attraverso le città arabe del nord, chiedendo alle persone cosa provassero, cosa le avesse spinte a votare e cosa sperassero potesse cambiare. Ho lasciato Sakhnin – la mia città natale e sede del mio seggio elettorale – per ultima. Stavo raccontando le scelte degli altri mentre rimandavo la mia. Nella mia vecchia scuola media, camminavo lentamente lungo i corridoi. I miei vicini stavano arrivando con i loro figli. Alcuni avanzavano con le stampelle; altri si appoggiavano a bastoni da passeggio. Si affrettavano ad andare a votare. Tremavo: Lo sto davvero facendo?
Tenevo in mano la busta. Tutto intorno a me scomparve. E quando l’ho inserita nell’urna, non ho provato alcun sollievo, né la sensazione di aver fatto la scelta giusta. Avevo solo la speranza che mi ero portata con me a scuola: che una famiglia a Gaza o in Cisgiordania potesse sentirsi meno sola. Alla fine, ho votato non perché improvvisamente avessi iniziato a credere nella democrazia israeliana, ma perché ero stanca di sentire che i palestinesi sono responsabili della propria esclusione: «Avete abbandonato le vostre case», «Non partecipate abbastanza», «Non collaborate abbastanza».
Volevo togliere quell’accusa a chi la usa per spiegare perché la vita dei palestinesi rimane com’è.
So perché i palestinesi qui hanno votato. La paura era parte del motivo: paura di perdere ciò che resta, paura di ciò che verrà dopo, paura che stare alla larga ci avrebbe lasciati più esposti. Anch’io ho provato quella paura. Ma votare non mi ha richiesto di fidarmi del sistema. Ho espresso il mio voto sapendo che lo stesso sistema è fondato sulla supremazia ebraica, sul razzismo e sull’apartheid; che sta uccidendo la mia gente a Gaza, sta compiendo una pulizia etnica della mia gente in Cisgiordania e sta lasciando la mia gente esposta alla violenza delle armi in Israele.
Poi sono iniziati a uscire i sondaggi: le prime proiezioni davano ai partiti arabi un risultato forte, mentre nessuno dei due principali schieramenti aveva una strada chiara per formare un governo. Il leader del partito Yashar, Gadi Eisenkot, a capo del blocco dell’opposizione, ha annunciato molto rapidamente la sua intenzione di «fare tutto ciò che è in mio potere per costruire un governo sionista e favorevole all’arruolamento nell’Idf».
Questa è stata l’ulteriore umiliazione: avevo votato perché nella comunità araba di Israele si era creato uno slancio a favore della partecipazione, poiché la nostra assenza veniva usata contro di noi. Ma il mio voto non mi ha reso un partner alla pari degli israeliani ebrei. Non ha reso i cittadini palestinesi parte di quel pubblico di cui i politici sostenevano di rappresentare la volontà. Avevo fatto ciò che i miei coetanei si aspettavano da me, eppure la nostra partecipazione poteva essere conteggiata senza che la nostra presenza fosse accettata.
Non credo che un singolo voto possa porre fine alla violenza o riparare al danno. Non sono entrata in quel seggio elettorale pensando di poter cambiare da sola la realtà di Gaza o della Cisgiordania.
Ma volevo lasciare aperta anche la più piccola possibilità che a qualcuno potesse essere risparmiato ulteriore dolore. Volevo anche dimostrare che i palestinesi possono partecipare quando decidiamo di farlo, e che la nostra esclusione non può essere attribuita al nostro rifiuto di entrare nell’arena politica.
Mi sono sentita costretta a scendere a compromessi su un principio in cui credo ancora, perché speravo che potesse aiutare una famiglia: che votare legittimi come democratico il sistema che opprime il mio popolo. Posso convivere con quella vergogna, ma non fingerò che il voto risolva qualcosa, né che i palestinesi siano responsabili di ciò che questo sistema decide di fare.
A tutti gli israeliani ebrei che hanno votato per i partiti del blocco anti-Netanyahu, cercando di «salvare la democrazia di Israele» e creare qui un futuro diverso: noi, cittadini palestinesi di Israele, abbiamo fatto la nostra parte, recandoci alle urne in massa. Ora tocca a voi: includere la sicurezza e la dignità dei palestinesi in quel futuro. La mia libertà, e quella del mio popolo, non saranno decise da un solo giorno di elezioni. Dovrete difendere ciò che il voto non può difendere.
Sono andata a votare in parte per dimostrare che le persone si sbagliavano. Voglio che anche voi dimostriate che mi sbaglio”, conclude Nagham Zbeedat.
Se l’avessi accanto l’abbraccerei forte.
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