Per essere coerenti, lo sono fino all’estremo. Per essere filo-Israele ancora di più. Quando devono bacchettare chi osa parlare di genocidio a Gaza perpetrato dall’esercito più morale al mondo (senza virgolette perché altrimenti Giuliano Ferrara s’incazza di brutto) non si tirano indietro. Se c’è da negare che nella Striscia siano stati ammazzati oltre 70mila palestinesi, in grande maggioranza donne e bambini) sono in prima fila. Il negazionismo è il loro credo. E chiunque la pensi diversamente, all’opposto, può scegliere se essere definito antisionista, antisemita, sostenitore dei terroristi stupratori di Hamas o, se sono gentili, dei “pacifinti” turlupinati dalla bieca propaganda pro-Pal.
Direte: ma almeno quelli del Foglio qualche critica, sia pur larvata, ai coloni violenti che imperversano impunemente in Cisgiordania, beh a questo arriveranno anche loro. Macché. Per il giornale diretto da Claudio Cerasa, quegli israeliani (guai a definirli coloni, termine ormai usato come dispregiativo) sono i nuovi pionieri di Eretz Israel, di più, sono la prima linea, la trincea avanzata nella difesa di Israele e del popolo ebraico minacciati dai feroci nemici che li circondano. Feroci, come i coltivatori di olive assaliti e massacrati di botte dagli eroici paladini della Terra d’Israele. Feroci come i diplomatici o i giornalisti presi a sassate perché osavano circolare in Giudea e Samaria (nel vocabolario degli squadristi sostenuti dall’esercito Cisgiordania o West Bank sono parole che non esistono) senza il permesso dei padroni del posto: i coloni.
No , Il Foglio è incorreggibile. Chiunque documenti i crimini israeliani e ha la schiena dritta, e la coscienza a posto, per denunciarli va posto alla gogna. Una gogna indegna, che investe anche personalità e istituzioni che hanno fatto della difesa del Diritto internazionale la propria ragione di vita. In un mondo marcio, dove a vigere è la legge del più forte. Un mondo di autocrati, criminali di guerra, che hanno fatto del diritto internazionale, e di quello umanitario, carta straccia; in un mondo siffatto, chi prova a presidiare questa conquista di civiltà, non solo giuridica, il diritto internazionale, e osa perseguire chi commette crimini di guerra e contro l’umanità, dovrebbe essere plaudito, difeso, preservato. In molti lo fanno, per fortuna. Ma tra quei molti non c’è il direttore de Il Foglio e i suoi redattori e collaboratori impegnati a scrivere articolesse sferzanti contro giuristi, avvocati, attivisti dei diritti umani, organismi sovranazionali e chi più ne ha più ne metta, colpevoli di persecuzioni a senso unico.
I persecutori di Israele. Così è stata liquidata, su Il Foglio, una grande giurista e avvocata, Navi Pillay, a cui è stato assegnato uno strameritato Premio Nobel per la Pace. Navi Pillay è una signora di 85 anni, portati splendidamente, che in vita sua ha fatto tante cose. Cose bellissime, impegnative. È stata la prima donna nera in Sudafrica ad aprire uno studio legale. Ha partecipato al collegio di difesa di Nelson Mandela, e poi ha combattuto, da presidente o pubblico ministero, coloro che si sono macchiati di crimini orrendi, di stragi di massa, in mezzo mondo. Ma per gli ultrà pro-Isra del Foglio questa lunga storia è cancellata, non esiste. Esiste solo Navi Pillay che indaga, documenta e denuncia il genocidio di Gaza. Colpa inemendabile, per il tribunale de Il Foglio, tale da far gridare ad un “Nobel contro Israele”.
Resta per noi di Globalist, un mistero la frequentazione di quel giornale da parte di politici di sinistra. Una sinistra che ha frequentato, meritoriamente, le piazze, gremite come mai era accaduto negli ultimi decenni, di persone che vogliono restare umane, e che per questo non chiudono gli occhi o restano silenti di fronte alla soluzione finale della questione palestinese, e dei palestinesi in carne e ossa, congegnata e messa in pratica dai fascisti messianici che governano l’”unica democrazia al mondo”.
Forse hanno un inconfessabile desidero di autoflagellazione o, partecipando alle iniziative del Foglio, pensano di entrare nelle grazie dell’establishment (non certo in quelle del popolo di sinistra e del mondo solidale e pacifista).
Ma questi, fino a un certo punto, sono affari loro.
Di certo, e di ciò gli va dato atto, Cerasa e company non mascherano il proprio pensiero, non retrocedono di un passo. Loro sono davvero convinti di stare dalla parte giusta della storia. E i “giusti” hanno una missione, esistenziale prim’ancora che professionale, da assolvere: combattere quelli che stanno dalla parte sbagliata, a loro dire, della barricata. Tra costoro ci sono i giudici della Corte Penale Internazionale (CPI de l’Aia. Qualche giorno fa la CPI è stata insignita dal Parlamento europeo del prestigioso premio Sacharov 2026. Un Premio che ha riguardato tutti i funzionari che in essa operano. La Presidente del ParlamentoMetsolaha dichiarato: «l’UE si fonda sul rispetto del diritto internazionale. Con questo premio conferito alla CPI e ai suoi funzionari, il Parlamento europeo riconosce l’operato di coloro che rendono giustizia alle vittime, anche attraverso indagini, azioni penali e processi. Questi devono poter svolgere il proprio lavoro in modo indipendente». La Presidente della Commissione europea von der Leyen ha chiesto che la corte prosegua «la propria missione, in modo indipendente e senza subire pressioni o intimidazioni». La Presidente della CPI Tomoko Akane ha sottolineato che «non può esservi pace senza giustizia, né sicurezza senza il rispetto del diritto».
Dichiarazioni importanti, significative. Per molti, ma non per i censori de Il Foglio, che verga un redazionale infuocato dal titolo: Quella Corte non merita il Sacharov
Con il sommario che spiega: Dopo il Nobel per la pace a Navi Pillay, altri giudici premiati. Così, il Parlamento europeo ha deciso di allineare questo riconoscimento alla logica del segnale politico piuttosto che a quella del merito morale e civile.
Un passaggio esplicativo: “Il premio Sacharov è andato ad Alexei Navalny, ai giornalisti bielorussi e georgiani incarcerati, al popolo ucraino e ad altre valorose figure e collettività che hanno incarnato la resistenza concreta, spesso solitaria e pericolosa, contro regimi oppressivi. Ora va a un tribunale che molti osservatori, non solo americani o israeliani, descrivono come uno strumento di pressioni e orientamenti ideologici”.
Molti osservatori, americani e israeliani. Al direttore Cerasa, chiediamo umilmente se considera “osservatori”, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha tracimato insulti ai giudici della CPI per poi sanzionarli come fossero una banda criminale e non delle persone che i criminali amici del tycoon – Vladimir Putin “il compassionevole” e l’”eroico” Benjamin Netanyahu – vorrebbero vedere alla sbarra per rispondere delle documentate accuse a loro rivolte e che hanno motivato l’emissione di un mandato di arresto internazionale nei confronti del presidente russo e del primo ministro israeliano.
Tra gli “osservatori” evocati nell’articolo, ci sono anche israeliani. Sono osservatori imparziali, seppur critici, Netanyahu, Ben-Gvir, Smotrich e tutti coloro che si sono macchiati di genocidio a Gaza? Poco importa agli indignati foglieschi che la CPI ha anche inquisito diversi leader di Hamas, per il 7 Ottobre, solo che non potranno essere arrestati e sottoposti a processo perché nel frattempo sono stati eliminati da Israele.
Essere dalla parte di Trump e Netanyahu. Non è proprio una bella compagnia. Ma forse al Foglio non la pensano così.
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